Quando leggo ho il vizio di riscrivere su fogli volanti le frasi che più mi colpiscono. Lo faccio per imprimerle meglio nella testa. E forse anche per provare, seppur attutito, quel brivido di soddisfazione che dovette provare l’autore concependo parole tanto grandi.

Qualche giorno fa, mentre mettevo in ordine le mie scartoffie, mi sono imbattuto in una frase tratta dalle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, in assoluto il più nero dei libri del gigantesco scrittore russo, ancor più nero dei Demòni, perché più concentrato (una vera e propria centrifuga della tragedia umana).

«[…] per quanto la rigiri, alla fin fine vien sempre fuori che il principale colpevole di tutto sei sempre tu, tu e nessun altro, e – quel che fa più male – colpevole senza colpa e, potremmo dire, per legge di natura» [1].

Insomma, rileggo la frase, o meglio, la degusto, proprio come si degusta un bicchiere di buon vino rosso, ed ecco che, all’improvviso, senza nessun preavviso, avverto nitidamente lo scatto della serratura.

Salto su dalla poltrona, faccio schioccare il palmo della mano sudaticcia sulla fronte troppo ampia e mi chiedo, esterrefatto, come diavolo ho fatto a non pensarci prima. Rimprovero ed esaltazione. Sono questi i due sentimenti che si sovrappongono, si accavallano, si calpestano, si schiacciano.

Lo scatto della serratura… Sì, quel passo minuscolo delle Memorie dal sottosuolo è la chiave che mi ha aperto di colpo Il processo di Kafka, uno dei più grandi enigmi dell’intera storia della letteratura.

In quella frase di Dostoevskij è spiegata con sorprendente esattezza la disavventura del povero Josef K. Quella frase contiene in sé, e ne è l’essenza, la ragione dell’assurdo procedimento giudiziario contro il celebre personaggio kafkiano, la ragione della condanna e della violenta esecuzione. Egli è «colpevole senza colpa e […] per legge di natura».

Questa eccezionale scoperta (sì, eccezionale, per quanto “scientificamente” inconsistente e poco più che suggestiva, ma, detto tra noi, chi se ne frega) ha in me cementificato ancor di più l’idea di una parentela strettissima, di sangue (come tra genitori e figli), tra Dostoevskij e Kafka. Numerosi elementi della poetica kafkiana compaiono già nelle opere dello scrittore russo, e insieme alle Memorie dal sottosuolo [2], l’esempio più evidente è forse rappresentato dal Sosia.

È uno dei vantaggi di noi lettori del XXI secolo: avere a disposizione una mole sterminata di capolavori letterari facilmente raggiungibili e poter “giocare” con essi, ritrovando in alcuni le chiavi per poter aprire le serrature di quelli che, come Il processo di Kafka, sembrano invece porte condannate [3].

NOTE

[1] F. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1987, p. 13.

[2] Giusto qualche pagina addietro rispetto a quella che contiene la frase-chiave, l’uomo-topo dostoevskijano protagonista delle Memorie dal sottosuolo dichiara «solennemente» di aver tentato di diventare un «insetto», fallendo però anche in questo. Beh, non può che venire alla mente, così, spontaneamente, la metamorfosi di Gregor Samsa.

[3] In edilizia porta murata o sbarrata. Della metafora sono debitore a Giorgio Caproni, che la utilizza nella poesia Espérance, contenuta all’interno della raccolta Il muro della terra. Ovviamente il mio è un gioco di parole che mette insieme l’oggetto porta e l’esito del processo di Josef K.

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