Quella del “falso d’arte” è una pratica più o meno moderna, tranne sporadici casi dedicati dedicati a mercati minori e molto settoriali negli anni antichi: nel medioevo ad esempio non era inconsueto imbattersi in reliquie cristiane di dubbia provenienza, così come nel rinascimento era pratica comune falsificare statue e ornamenti spacciati per reperti romani o greci da rivendersi ai nobili o alle autorità ecclesiastiche, unico pubblico in grado di comprare un oggetto simile.
Persino il giovane Michelangelo nel 1496 si macchiò di un crimine tale, quando realizzò un piccolo “Cupido dormiente”,  su commissione di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, il quale probabilmente all’insaputa dell’artista decise di seppellire la scultura per marcarne i segni del tempo, per poi venderla tramite un mercante ad un facoltoso cardinale romano. La truffa venne scoperta presto, così come il talento michelangiolesco che grazie a questo aneddoto entrò in contatto con una parte della sua futura committenza romana.

Il falso d’arte nei tempi moderni comprende una fetta decisamente importante del mercato internazionale, essendo per altro una pratica che ci ha regalato negli ultimi centocinquanta anni una serie di goffe e funamboliche realizzazioni, a volte talmente notevoli da terminare quasi sempre sulle prime pagine dei giornali, nazionali e non. Federico Zeri stesso, critico d’arte estremamente affascinato ed esperto del mondo del falso, affermò in merito alla difficoltà di realizzazione di opere del genere “Che l’immedesimarsi in una situazione morta, e morta da secoli, sia un assunto impossibile, porta come conseguenza che ogni falsificazione, anziché costituire una ripresa, tarda e artificiosa, di determinati valori figurativi, si limita in realtà ad essere uno schietto ed inequivocabile documento del gusto contemporaneo, e dico del gusto, non dell’arte”.

I Fondamentali di oggi, un po’ sui generis, contemplano i quattro casi (o personaggi) più importanti, più significativi e soprattutto divertenti, riguardanti i grandi “falsi d’arte” realizzati negli ultimi due secoli.

 

Van Meegeren, il nuovo Vermeer
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Han Anthonius van Meegeren (1889-1947) fu un pittore olandese, abile ritrattista, considerato dai contemporanei poco più che mediocre. Fin dalla giovane età dedicò gran parte dei suoi studi alla pittura olandese del ‘600, in particolare tutto l’operato di Vermeer: la conoscenza del maestro non si soffermava alle tecniche utilizzate, ma approfondiva anche i materiali, le tempere rare, le tonalità caratterizzanti e lo spirito presente delle sue tele.
Ben presto iniziò ad acquistare tele poco importanti del ‘600, per poterle pulire, “scrostare”, e riutilizzarle per delle nuove opere di Vermeer, senza mai riprendere delle opere già esistenti. Il risultato più importante lo ottenne con “Cena in Emmaus”, dipinto acclamato dalla critica contemporanea, riconosciuto immediatamente dai più grandi esperti come autentico e acquistato dal Boymans Museum di Rotterdam.
Ma il museo di Rotterdam non fu l’unico a cadere nella trappola dell’abile falsario, successivamente anche altri musei nazionali, tra i quali il Rijksmuseum, entrarono in possesso di finti Vermeer, e non solo: le sue opere arrivarono fino agli alti gerarchi nazisti, tra i quali Goering.
Al termine del conflitto mondiale, van Meegeren venne accusato ingiustamente di collaborazionismo e traffico d’arte: proprio durante il processo fu costretto a confessare il suo abile lavoro di falsificazione, fuggendo dall’accusa di aver venduto dei preziosi capolavori del maestro olandese ai tedeschi. Per dimostrare del tutto la realtà delle sue affermazioni realizzò nell’aula di tribunale un opere spiegando nel dettaglio le tecniche e gli stratagemmi che utilizzò per falsificare alla perfezione. L’accusa cadde, van Meegeren passò solo un anno in carcere. Il “nuovo Vermeer” si era comunque preso la sua personale rivincita sugli stessi musei e critici che lo avevano deriso e ostacolato.

 

Le teste di Modì, la burla livornese
211647385-9ab22cdd-7421-4238-b689-616e3d931ed3Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Piefrancesco Ferrucci
sono i protagonisti di una delle storie più incredibili e altisonanti legate al mondo dell’arte, di una burla degna di un film di Monicelli: il misterioso ritrovamento di tre teste concepite dal genio livornese Amedeo Modigliani.
In occasione del centenario della nascita del pittore (1984) a Livorno iniziò la folle ricerca di tre teste realizzate dal pittore e scultore fuggito in Francia per trovare la sua gloria, per cercare una nuova patria che tragicamente lo condusse alla tragica fine. La leggenda voleva che Modigliani prima di abbandonare Livorno, sconsolato per il mancato apprezzamento o infelice per il malriuscito esito delle sue sculture, decise di buttarle nell’Arno come gesto liberatorio.
Le operazioni di dragaggio del fiume cominciarono ricche di speranze, fino a quando una mattina dal fango uscì qualcosa: tre teste appena accennate, scolpite rudemente, ma realistiche quanto basta per far abboccare allo scherzo i più illustri critici del tempo. Cesare Brandi, ordinario di Storia dell’Arte all’Università  la Sapienza, fu il primo a vedere le opere e ad affermare: “Sono di Modigliani, hanno una luce interiore, in quelle due scabre pietre c’è l’annuncio, c’è la presenza”Carlo Ludovico Ragghianti, docente di Storia dell’Arte alla Normale di Pisa gli fa eco: “Queste opere oltre ad essere commoventi sono fondamentali per Modigliani e per la scultura moderna”Giulio Carlo Argan infine afferma a levare ogni dubbio: “Una di esse presenta finezze di taglio che rievoca inequivocabilmente Modigliani”.
Poco dopo si faranno avanti i tre ragazzi confessando la burla giocata, mettendo in ridicolo non solo l’organizzazione della mostra per il centenario (organo che monitorava le ricerche) ma anche tutti coloro che avevano autenticato le opere, mostrando le foto che li ritraevano durante la realizzazione con il solo utilizzo di un trapano “Black&Decker”, autentico capolavoro post-moderno.

 

Federico Joni, pittore di quadri antichi
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Icilio Federico Joni è tra i vari pittori-falsari presentati quest’oggi il più dotato, un puro talento messo a disposizione dell’arte antica.
“Gettatello”, come si definivano a Siena i trovatelli dell’ospedale di Santa Maria della Scala, realizzò una serie di madonne che lo resero successivamente famoso in tutto il mondo: le sue opere vennero acquistate come autentiche da numerosi musei italiani e stranieri (Metropolitan Museum of Art di New York, Courtauld Institute of Art di Londra, National Gallery of Art di Dublino, oltre che da chiese e conventi del territorio senese, dall’Accademia di San Luca, da collezioni private e pubbliche). La specialità nella quale si soffermò Joni erano i fondi oro senesi che letteralmente fecero il giro del mondo, procurandogli fama e onore.
In vecchiaia, Joni scrisse e pubblicò l’autobiografia “Le memorie di un pittore di quadri antichi” (1932), che pochi mesi dopo l’uscita ebbe l’immediata traduzione in inglese. L’uscita allo scoperto con le confessioni del pittore levarono dubbi su qualsiasi opera di scuola senese che circolava sul mercato in quel momento, marchiando con la firma “Joni” qualsiasi opera di difficile collocazione, anche quando in realtà non vi era la sua mano.
Come nei vecchi circoli culturali infine, nacque intorno a lui una cerchia di abili falsari e restauratori soprannominati “pittori di quadri antichi”, tra i quali alcuni raggiunsero anche una discreta fama, come Umberto Giunti, studiato da Zeri e soprannominato il “falsario in calcinaccio”, e Arturo Rinaldi detto “Pinturicchio”.

 

Robert Driessen, il più grande falsario d’Europagiacometti_07_04 (2)L’ultima storia, in ordine esclusivamente cronologico, è la recente vicenda dell’olandese Robert Driessen, uno dei falsari d’arte di maggior successo al mondo, attualmente libero e residente in Thailandia.
La sua specialità sono le sculture di Alberto Giacometti, del quale ne ha vendute a centinaia grazie ad una complicata rete di soci e mercanti che lo hanno aiutato nel diffondere le sue opere, presenti (forse ancora oggi) in musei, case d’aste e gallerie.
Durante la sua carriera ha realizzato e venduto quasi mille copie di sculture vendute per autentiche, riuscendo a mettere da parte un tesoretto tale da permettergli la fuga dalla legge e da una sentenza che ancora oggi aspetta di essere sancita.
Il settimanale “Spiegel” lo ha raggiunto ed intervistato pochi anni fa, dedicandogli un approfondimento. Ad oggi è molto probabilmente il più grande falsario ancora in circolazione.

Fonti bibliografiche: 

– Treccani.it

– ArteRicerca

 

 

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