All’interno della vasta e geniale produzione di Heinrich von Kleist (1777-1811), brillano come preziose gemme conservate in un angolo gli Epigrammi, pubblicati nella sfortunata rivista “Phöbus” nel 1808, precisamente nei numeri 4, 5 e 6. Lampi caustici, taglienti, velenosi, che svelano molto della personalità dell’autore e fanno luce su alcuni aspetti della sua breve e tormentata esistenza.

Quest’oggi propongo proprio la lettura di tali Epigrammi, alcuni dei quali accompagnati da brevi note di chiarimento. Buona lettura.

I serie

1. Signor von Goethe
Guarda, è cosa ben degna una vecchiaia occupata!
Ora scompone la luce che in gioventù emanava.

Kleist tentò a più riprese di entrare nelle grazie di Goethe, ma non ci riuscì. Invitò l’autore del Faust a collaborare alla rivista “Phöbus”, ma ricevette un rifiuto – nonostante gli inviò il primo numero accompagnato dalla struggente dedica «sulle ginocchia del mio cuore».

Goethe, come del resto tutti i suoi contemporanei, non comprese la grandezza di Kleist – eccessivamente all’avanguardia per l’epoca. Ne apprezzò solamente l’opera teatrale La brocca rotta, che mise in scena, da regista, a Weimar. La brocca rotta è tra le creazioni in assoluto più brillanti e divertenti di Kleist, ma l’eccessiva riduzione e l’invadente rielaborazione di Goethe la resero incredibilmente insopportabile al pubblico weimariano. Fu un clamoroso fiasco.

Scottato e sconfortato dall’episodio, Kleist si vendicò di Goethe componendo questo graffiante epigramma, nel quale sostiene che l’illustre e santificato collega, con l’opera La teoria dei colori, sconfessasse, quasi ripudiasse l’ardore della sua giovinezza.

2. Affisso teatrale
Oggi con sconto, per la prima volta, a voi Pentesilea,
una commedia di cani. Attori: eroi, botoli e donne.

Kleist protesta con rabbioso sdegno alle varie stangate critiche della sua magnifica e geniale tragedia Pentesilea.

5. Dedica della Pentesilea
Diretta a cuori sensibili! Lei sbrana coi cani
quello che ama e lo mangia con pelle e capelli.

Ancora un riferimento alla Pentesilea, opera rivoluzionaria, avanguardista e per questo incompresa, insultata, osteggiata da una critica e da un pubblico ancora rinchiusi nell’estetica teatrale del Settecento.

6. Avviso
Non mi sgridate, vi prego! Col dio delfico ho fatto
soltanto i versi, il mondo l’ho preso com’è, lo sapete.

9. Il regista della Pentesilea
A W… solo il branco di cani non abbaierà con fortuna,
io là, permettimi, o caro, di tramutare in musica il chiasso.

13. À l’ordre du jour
Uomo stranissimo tu! Mi canzoni e non dici
tutte le lacrime scese in gran segreto al tuo ciglio.

Kleist potrebbe riferirsi a Christoph Martin Wieland (1733-1813), celebre scrittore che ammirò il suo Guiscardo, in merito al quale scrisse: «Se gli spiriti di Eschilo, Sofocle e Shakespeare si fossero riuniti a creare una tragedia questa sarebbe stata la Morte del Guiscardo di Kleist, nella misura in cui il tutto avesse corrisposto a quanto lui mi fece sentire allora. Da questo momento in me fu chiaro che Kleist era nato per colmare la grande lacuna nella nostra letteratura del tempo, che, almeno secondo me, non è stata colmata da Goethe e Schiller». Per la cronaca, Kleist non terminò mai l’opera.

Anche Wieland, come Goethe, rifiutò di collaborare al “Phöbus”. In questo epigramma, tutto il dispiacere di Kleist.

14. Roberto il Guiscardo, duca dei Normanni
Questo è troppo davvero. Appena via quella affetta da rabbia,
ecco arrivare da noi coi suoi bubboni la peste.

Kleist immagina che il pubblico, già ostile al personaggio di Pentesilea, non si presenterà affatto favorevole al personaggio di Roberto il Guiscardo, appestato.

15. Lo psicologo
Certezze come montagne, una trincea contro il biasimo,
innamorato di sé: di qui si vede il gaglioffo.

19. La marchesa di O…
Non è per te, figlia mia, questo romanzo. Svenuta!
Una spudorata farsa, lo so! Lei teneva soltanto gli occhi
ben chiusi.

Kleist si riferisce all’unanime condanna del romanzo, genere considerato dannoso per la rettitudine delle giovani donne. Parla ovviamente del suo straordinario racconto La marchesa di O…, nel quale un ufficiale abusa della protagonista svenuta (?). Con quel «lo so!», il genitore della figlia dimostra ipocritamente di avere egli stesso esperienza di quella che chiama «una spudorata farsa». Inoltre dimostra tutta la sua ignoranza, non conoscendo la distinzione tra romanzo e racconto.

20. A*
Se, o Sensitiva, io ho ferito il tuo tenero petto,
non scriverò mai più: peste e veleno è il mio canto.

Potrebbe trattarsi di Dora Stock, contrariata, disgustata dalla lettura di Pentesilea, della Brocca rotta e della Marchesa di O…

II serie

4. La difficoltà
Capire è facile su un grande formato,
ma è il piccolo quello che con fatica si afferra.

15. Il contadino uscendo di chiesa
Signor parroco, edificanti i canti che avete scelto per oggi!
Sono giusto quei numeri che io ho giocato al lotto.

19. L’ammiratore di Shakespeare
Buffone, tu blateri che non ti soddisfo. Ma al meno perfetto
trovar piacere, non al perfetto, è segno di spirito.

Gli Epigrammi sono tratti da H. v. Kleist, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, trad. it. di A. M. Carpi.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: