Alcune delle pagine più suggestive del saggio Espressionismo (1916) di Hermann Bahr sono dedicate alla fascinosa nozione di «occhio dello spirito»:

«Si è verificato che parecchi vedono con l’occhio dello spirito più di quanto mai possa vedere l’occhio del corpo: l’immagine spirituale contiene talvolta più di quella sensibile. Essi, infatti, con l’occhio dello spirito possono vedere nel loro insieme cose che di solito si vedono in sequenza: con l’occhio dello spirito vedono tutti e quattro i lati di un cubo, una sfera nella sua interezza. Con l’occhio dello spirito vedono dunque tutt’intorno. Lo definiscono as a kind of touchsight, come una sorta di vedere tattile, lasciando intendere che lo spirito nella sua vista include in certo qual modo anche il tatto; oppure dovremmo ammettere che può fermare il tempo. Si arriva addirittura al punto che molti con l’occhio dello spirito riescono a vedere perfino se stessi e sono capaci di vedersi nella loro stanza seduti a tavola con la moglie e il figlio cogliendo con lo sguardo ciò che è appeso alle pareti alle loro spalle. Si dimostrerebbe così che questa vista spirituale, di cui molti sono provvisti in particolare nell’infanzia, è qualcosa di più di un mero ricordare o di una semplice riproduzione del vedere sensibile, e che è una produzione autentica e che il vedere spirituale ha una forza creatrice, la forza di creare un mondo secondo leggi diverse da quelle della vista sensibile. Ma se ora guardiamo con gli occhi dello spirito quel che altrimenti vediamo con gli occhi del corpo, scorgiamo un mondo che, misurato con quello, ci sembra deformato; proprio perché diverge da esso. Chi può vedere veramente con l’occhio dello spirito, vede in modo diverso non solo rispetto al vedere con l’occhio del corpo, ma senza dubbio diversamente anche da un altro che vede altrettanto con l’occhio dello spirito; perché un uomo si distingue dall’altro più nel vedere spirituale che non in quello sensibile, perché il primo è più individualizzato in quanto l’individuo è più presente nella vista interna che in quella esterna. L’occhio del corpo si comporta in modo prevalentemente passivo: è ricettivo e ciò che agisce su di lui tramite lo stimolo esterno è più forte della sua stessa attività, più forte di quanto può esercitare su di esso, mentre l’occhio dello spirito si comporta attivamente e impiega le immagini reali solo come materia per le sue forze».

Utilizzare gli occhi dello spirito porta ad una comprensione del tutto nuova dell’arte figurativa. E l’intera storia dell’arte è caratterizzata da questo continuo avvicendamento tra l’occhio dello spirito e l’occhio del corpo: l’arte primitiva e quella orientale si affidarono al primo, l’arte greca al secondo. Ma può anche accadere che l’arte non sappia decidere tra i due (scultura gotica e barocco), oppure che si riescano a conciliare entrambi, ed è il caso di artisti come Leonardo, Rembrandt e Cézanne.

A questo punto Bahr si concentra sull’opposizione Impressionismo-Espressionismo, opposizione fondativa per quanto riguarda la più recente delle due correnti artistiche:

«L’impressionismo non è altro che l’ultima parola dell’arte classica, portata a completo compimento, nel momento in cui cerca di accrescere al massimo la vista esterna, spegnendo per quanto possibile quella interna, indebolendo sempre la vita propria, l’attività autonoma, la volontà dell’occhio e facendo così dell’uomo il soggetto completamente passivo dei suoi sensi».

Ma si sta formando una nuova generazione, una generazione espressionista appunto, che rinnega l’Impressionismo e rivendica un’arte che finalmente torni a vedere con gli occhi dello spirito.

Lo abbiamo già visto nella prima parte di questo articolo dedicato al saggio di Bahr, ma è bene ricordarlo, innanzitutto perché è lo stesso scrittore austriaco a ripeterlo più volte. Il tratto distintivo dell’Espressionismo è rappresentato dalla totale rottura con il passato. Una rottura violenta e irreversibile: «[…] in questi quadri degli espressionisti […] non si sviluppa più l’idea di evoluzione, […] non c’è più alcun legame con quello che eravamo abituati finora a chiamare arte, e manca ogni parametro, ogni criterio con cui orientarci nella comprensione de quadri […]».

L’Espressionismo risponde a un’esigenza: «l’uomo vuole ritrovare se stesso». Ed è a questo punto del saggio che la riflessione di Bahr si estende ben oltre la dimensione artistica, coinvolgendo l’intero stato delle cose, trasformandosi in denuncia, in contestazione sociale e, più in generale, esistenziale. Lo scrittore austriaco universalizza l’arte espressionista quale movimento di reazione alla degenerazione umana in atto, di cui la macchina è il terribile simbolo:

«L’uomo è diventato uno strumento della sua stessa opera, non possiede più i sensi da quando serve esclusivamente la macchina. Questa gli ha tolto l’anima. E ora l’anima vuole avere di nuovo l’uomo. Ecco di che cosa si tratta. Tutto quello che stiamo vivendo è questa enorme lotta per l’uomo, lotta dell’anima con la macchina».

Bahr giunge a ciò che rende davvero eccezionale il suo saggio: la definizione di Espressionismo come grido. Se la macchina è il simbolo del degradamento, il grido è il simbolo della rivolta e del riscatto:

«Mai c’è stata un’epoca scossa da un orrore simile e dalla paura della morte. Mai si era steso sul mondo un tale sepolcrale silenzio. Mai l’uomo è stato così piccolo. Mai l’uomo è stato afferrato da tanta angoscia. Mai la gioia è stata così lontana e la libertà morta. E ora grida tutta la sua miseria: l’uomo grida reclamando la sua anima, dal nostro tempo sale un unico urlo di disperazione. Anche l’arte grida nelle tenebre, grida in cerca d’aiuto, grida in cerca dello spirito: questo è l’espressionismo».

E la polemica con l’Impressionismo inevitabilmente si inasprisce:

«L’impressionismo è il rinnegamento dello spirito da parte dell’uomo, l’impressionista è l’uomo umiliato a grammofono del mondo esterno. […] L’occhio dell’impressionista percepisce soltanto, non parla, recepisce le domande, ma non risponde. Gli impressionisti invece degli occhi hanno un paio di orecchi, ma non la bocca. L’uomo dell’epoca borghese infatti non è che orecchio, è in ascolto del mondo, ma non gli infonde il suo respiro. Non ha bocca, è incapace di parlare lui stesso del mondo, di pronunciare la legge dello spirito. L’espressionista invece spalanca la bocca dell’umanità, che per troppo tempo ha ascoltato e taciuto e ora intende annunciare la risposta dello spirito».

Secondo Bahr «[…] l’arte […] deve portare la vita, crearla da se stessa, fare della vita l’atto esclusivo dell’uomo. “La pittura”, dice Goethe, “esprime quel che l’uomo vorrebbe e dovrebbe vedere e non quel che vede di solito”. Se si vuole un “programma” dell’espressionismo, eccolo qui».

Molti osservatori borghesi, abituati a tutt’altro tipo di arte, un’arte tutta esterna, creata con l’occhio del corpo, un’arte classica di cui, come abbiamo visto, l’Impressionismo è «l’ultima parola», dinanzi un quadro espressionista, in tono canzonatorio, in tono derisorio, dicono che è dipinto «come da selvaggi». Niente di più giusto, perché «Come l’uomo primitivo per timore della natura si rintana in se stesso, così noi ci rifugiamo in noi stessi di fronte a una “civiltà” che inghiotte l’anima degli uomini».

Ora, sarebbe troppo semplice ispirarsi alle parole di Bahr, paragonare la nostra epoca a quella primonovecentesca e rivendicare con forza, strappandosi i capelli, l’esigenza di un nuovo movimento socio-artistico di rivolta, di un nuovo grido. Sarebbe semplice e inutile, odiosamente inutile. Perché noi alla macchina ci siamo arresi e genuflessi, e con gioia. A questa civiltà che inghiotte l’anima, l’anima l’abbiamo offerta in dono, su un piatto d’argento, felici di liberarcene, finalmente. Si sta meglio senza: vuoti, sì, ma leggeri… Così leggeri che sembra quasi di volare.

I passi citati sono tratti da Hermann Bahr, Espressionismo, trad. it. di Fabrizio Cambi, Silvy Edizioni, 2012.

Gli appuntamenti precedenti:

L’Espressionismo è un grido – I.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: