Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

LAMENTO (O BORIA) DEL PRETICELLO DERISO

a Mézigue

Sono un povero prete.
Guardatemi. Che pretendete
da me – che ne sapete,
con tutti questi miei bottoni
addosso, il collaretto
rigido così stretto
alla gola,
– il cilizio,
l’uffizio, –
voialtri, di vocazioni?

Non fatemi interrogazioni
spavalde. Non mi deridete.
So bene che tutti voi avete
– e vi ammiro – il piede
saldamente posato
sulle cose concrete.
Avete fatto carriere
splendide. Io, da soldato
semplice, il mio dovere
e stop. Ma, vedete:
altra cosa è la fede.
Lasciatemi. Che mai volete
da me – da questa mia
miseria senza teologia?

So anche che voi non credete
a Dio. Nemmeno io.
Per questo mi sono fatto prete.

Ma, amici, non mi fraintendete.
Per tutti, c’è una parete
in cui dobbiamo cozzare.
Da giovane amavo arraffare
anch’io, con la vostra sete.
Che traffici e che mercanzie
(che lucri, e che profezie
stupende per il futuro)
senza conoscere muro
di sorta, a potermi frenare!

Fors’era in me un sessuale
émpito di voler arricchire.
La Genova mercantile
dei vicoli – l’intestinale
tenebra dov’anche il mare,
se s’ode, pare insaccare
denaro nel rotolio
della risacca (ma io,
scusate, non mi so spiegare
troppo bene), il Male
in me sembrava inculcare
con spasimo quasi viscerale.

Eppure, fu in quel portuale
caos, ch’io mi potei salvare.
Che dirvi, se la vera autrice
della mia conversione
ma sì: non ho altra ragione
da addurre) fu una meretrice?

Alessandra Vangelo
è il suo nome e cognome.
Di Smirne: una giunone
così – una dannazione
per me, privo di cielo
com’ero, – che per mia ossessione
(vedete: da lei non si stacca
la mia mente) impero
ebbe, giù da Porta dei Vacca,
fino a Vico del Pelo.

Ragazzi, che baldoria
quando, la gran baldracca
in gloria, la sua apparizione
faceva, in piena Portoria!

Natiche ne ho viste, e reni
altere, su tacchi alti.
Ma il petto (e io facevo salti
così, io, nel mio letto),
quel petto che esortazione,
gente, era all’erezione!

Eh sì, sarebbe canzone
lunga, se dovessi narrare
com’io, ormai costretto
da un impeto di liberazione,
sfogai, fino all’estenuazione,
l’anima, in un portone.

All’alba me n’andai sul mare,
a piangere. Di disperazione.
Volavano bianchi d’ali
i gabbiani, e i giornali,
freschi ancora di piombo,
urlavano, in tutto tondo,
ch’era scoppiata la guerra
dappertutto, e la terra
(ancora io non sapevo i lutti
atroci: voi, i vostri frutti)
pareva dovesse franare,
sotto i piedi di tutti.

Fu lei a venirmi a cercare,
svampata di paura.
Me la sentii crollare
addosso, sfatta creatura,
gemente, nel suo singhiozzare,
la perdita del suo introitare.

Fratelli, per norma ai lagni
delle femmine, mai
ho voluto dar retta.
Ma lì sentii una stretta
al cuore, e dei miei guadagni
(dei vostri! giacché tale
è la vita mortale)
mi vergognai, come
non so dir la ragione.

So che mi misi a pregare,
èbete, caduto in ginocchio.
E so che fissando l’occhio
torbo di lei, la parete
scòrsi, dove s’ando a infrangere
(vi prego, non mi deridete)
la marea di quel piangere.

Capii a quali danni
portassero gli immondi affanni.
E mi sentii morire,
credetemi, con un’irreligione
che, senza fare eccezione,
pone nell’arricchire
(e nel riuscire) il solo
scopo delle sue mire.

Rimasi, come dire?
stranito. Come un usignolo.
Mi feci piccolo. Solo.
In disparte. E se l’arte
posso ancora ammirare
vostra, che con le carte
in regola a costruire
v’indaffarate un presente
che non guarda al domani,
io (vi giuro: le mani
mi tremano) non so più agire
e prego; prego non so ben dire
che e per cosa; ma prego:
prego (e in ciò consiste
– unica! – la mia conquista)
non, come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste:
ma, come uso soffrire
io, perché Dio esista.

Questo faccio per voi,
per me, per tutti noi.

D’altro non mi chiedete.
Sono un semplice prete [1].

a Mézigue, ovvero a me stesso. Caproni traduce Morte a credito (1936) di Céline.

Corrispondenza tra l’inizio e la fine della poesia. Nella prima strofa interrogazione aggressiva, provocatoria.

«il mio dovere / e stop»: il dovere di vivere, affinché si mantenga la dignità. Mantenere unità e dignità, è ciò che esprimono i personaggi della raccolta.

«altra cosa è la fede»: empito kierkegaardiano. Il titolo del poemetto Caproni lo deve a Kierkegaard, che nell’ultima fase della sua vita si oppone alla chiesa ufficiale danese.

«Che mai volete / da me – da questa mia / miseria senza teologia?»: religiosità non credente del preticello, a-teologia.

Pensiero paradossale: rima Dio/io. Esiste una stretta connessione tra l’inesistenza di Dio e l’inesistenza dell’io. La miseria a-teologica è consapevole. Si fa prete per pregare un Dio inesistente affinché esista.

Dalla terza strofa hanno inizio le strofe della sfrenata giovinezza genovese del preticello. Sfrenatezza sotto forma di libido del denaro e della lussuria.

Utilizzazione ironica del termine «profezie».

Genova appare ora come una città demoniaca, una Sodoma. È il Male a guidare il gioco delle rime e delle consonanze. Genova come città della tenebra. È un mare di soldi, un mare che arrotola denaro. La causa della conversione è una meretrice (figura quasi felliniana). E la meretrice sembra Genova intera. Strofe ardite in cui si descrive un godimento sessuale.

Rispetto all’etereo mito di Annina, tutto si è profondamente inquinato.

«All’alba me n’andai…»: non è la strofa del pentimento; iniziano le strofe della vergogna. Ricompare per l’ennesima volta la rima guerra/terra. Scoppia il conflitto bellico. La rima successiva, lutti/frutti (i frutti del guadagno, di chi ha guadagnato con e sulla guerra), scaturisce dalla rima guerra/terra.

La conversione avviene grazie alla paura della meretrice, forse causata da un bombardamento sulla città.

Il preticello non fa sconti, non c’è pietà. La «baldracca», «sfatta creatura», piange perché perde il guadagno («introitare»), non desta alcuna pietà.

Gli amici divengono ora «Fratelli». Il giovane scapestrato inizia a diventare preticello. La conversione è frutto della vergogna. Dura invettiva contro la società.

Il pianto si trasforma in preghiera, preghiera all’inesistente, a colui in cui non si crede.

La parete sta nell’occhio di lei, nell’occhio della meretrice. Salto di qualità nella comprensione del preticello, asceta della a-teologia.

Con la strofa finale nasce il Caproni ridotto, minimizzato. Comincia la condizione dell’inattualità, la condizione del poeta inattuale. Comincia l’epoca dell’eterno presente. Negli anni Sessanta (a Caproni la società dell’epoca non piace, prova una forte sfiducia nei suoi confronti) inizia, dopo il secolo breve, il postmoderno. E la poesia può solo testimoniare, e questo preticello è un testimone.

Una dichiarazione di Caproni: «Nel Congedo chi parla non sono io, o sono io fino a un certo punto: è il “preticello”. Di mio c’è la forza (o la debolezza) dell’invettiva contro la comoda società del benessere d’oggi, tutta tesa ai beni elettrodomestici, al carrierismo ecc., facendosi puntello, magari, d’un Dio nel quale, in fondo all’animo, non crede più. Il “bisogno di Dio” del preticello è soprattutto bisogno di un poco di giustizia, di un poco di “luce”, di un poco di “anima” in tanta massa condizionata dai potenti mezzi di diffusione (e di educazione alla rovescia) oggi esistenti».

Da Giorgio Caproni. Il poeta del disincanto di Biancamaria Frabotta:

«Contro l’inferno della quotidianità anche l’occhio del poeta finisce però per scorgere una leopardiana verità contro la quale non si può nulla se non, ancora una volta, resistere: “Per tutti, c’è una parete / in cui dobbiamo cozzare”. Il poeta […] inventa una sua residua missione, la finzione di una funzione e prega:

[…] (e in ciò consiste
– unica! – la mia conquista)
non, come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste:
ma, come uso soffrire
io, perché Dio esista.
[…]

Con questi versi siamo ormai fuori dall’eresia ironica del Congedo ed entriamo invece nella “stoica certezza” […]» [2].

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 267-272.

[2] Biancamaria Frabotta, Giorgio Caproni. Il poeta del disincanto, Officina Edizioni, Roma 1993, p. 112.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania
Caproni in itinere. Parte XI. Il seme del piangere, 1
Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2
Caproni in itinere. Parte XIII. Il seme del piangere, 3
Caproni in itinere. Parte XIV. Il seme del piangere, 4
Caproni in itinere. Parte XV. Il seme del piangere, 5
Caproni in itinere. Parte XVI. Congedo del viaggiatore cerimonioso
Caproni in itinere. Parte XVII. Il fischio (parla il guardacaccia)

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