Il primo dei tre capitoli che compongono il libro di Guarente, Nietzsche e Michelstadter “terapeuti” della modernità infelice. Leggendo L’Anticristo e La persuasione e la rettorica (Morlacchi Editore U.P., 2016), è dedicato all’analisi del violento saggio del filosofo di Röcken, appartenente a quella serie di ultimi testi scritti da Nietzsche nel 1888 alla vigilia della follia. In apertura Guarente pone l’attenzione sul carattere politico dell’Anticristo, definito addirittura «un vero e proprio “manifesto” filosofico-politico» che fa da «contraltare aristocratico anti-egualitario del Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels». Un punto di vista spaesante per un lettore come il sottoscritto, abituato a considerare Nietzsche innanzitutto uno scrittore, e ad approcciarsi alle sue opere in una prospettiva per lo più letteraria, apprezzandone il reticolato metaforico e l’intenso respiro poetico.

Guarente sottolinea poi come L’Anticristo rappresenti la «”resa dei conti” […] con il cristianesimo quale summa della modernità», resa dei conti che si sviluppa lungo tre «direttrici»: l’individuazione del legame tra cristianesimo, décadence e nichilismo; la disamina della genealogia del cristianesimo fondata sulla figura di Cristo; il superamento della décadence nichilistica tramite l’opposizione, o meglio lo scontro Dioniso-Crocifisso. Una schematizzazione questa, che semplifica il lavoro dell’autore e la comprensione del lettore.

Delle tre direttrici quella che ha attirato maggiormente la mia attenzione è la seconda. Per Nietzsche – e Guarente giustamente evidenzia come questo sia uno dei tratti più originali e, aggiungo io, più sorprendenti della spietata analisi del filosofo tedesco – «la genesi del cristianesimo non va ricercata nella figura e nella predicazione di Gesù. […] Piuttosto, il cristianesimo è il frutto di un’opera di tradimento e di travisamento del messaggio autentico del Cristo, operata da suoi primi seguaci ed in particolare da Paolo di Tarso, il vero “fondatore” della religione cristiana». Nietzsche definisce Cristo un «santo anarchico» rappresentante «di una nuova pratica di vita piuttosto che di una nuova fede». «Santo anarchico» e «idiota», nell’accezione fornita da Dostoevskij nell’omonimo, meraviglioso romanzo per descrivere Myškin. Scrive Nietzsche: «In fondo è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce. Il “Vangelo” morì sulla croce. Ciò che a cominciare da quel momento è chiamato “Vangelo”, era già l’antitesi di quel che lui aveva vissuto; una “cattiva novella”, un Dysangelium». Un passo davvero straordinario questo, che scagiona Cristo da qualunque responsabilità.

Il secondo capitolo del libro Guarente è invece dedicato a Carlo Michelstaedter e alla sua Persuasione e la rettorica. Innanzitutto viene rimarcata l’originalità del testo, una tesi di laurea. Guarente cita Asor Rosa, che definisce La persuasione e la rettorica «la più anomala ovvero la più eccezionale nel canone delle grandi opere della letteratura italiana», per poi puntualizzare come «questa “eccezionalità” dell’opera deriva soprattutto dallo scarto tra l’occasione “scolastica” in cui nasce e la direzione verso cui piuttosto si indirizza, contraddistinta dalla “sconvenienza” e dall'”eccentricità” di un pensiero inusitato vertiginoso, che ha pochi precedenti nella nostra cultura, se non forse nel solo messaggio leopardiano, di cui può considerarsi lo svolgimento novecentesco più vigoroso e conseguente».

Guarente individua nella contrapposizione tra persuasione e rettorica la contrapposizione tra due opposte possibilità esistenziali. In soldoni la persuasione corrisponde a quella vita autentica cui anela lo stesso filosofo goriziano, mentre la rettorica corrisponde alla disprezzata vita inautentica propria della modernità. Ed è proprio a partire da questa interessante chiave di lettura che si sviluppa l’analisi dell’opera.

Tra i motivi più intensi e coinvolgenti della Persuasione e la rettorica, puntualmente esaminati da Guarente, l’ostilità nei confronti della scienza; la critica a Platone e, soprattutto, ad Aristotele, rei di aver tradito il messaggio positivo di Socrate (proprio come i seguaci con Cristo in Nietzsche); la polemica feroce contro la società dell’epoca; il problema dell’educazione, che Michelstaedter ritiene fondamentale (e Guarente sottolinea come il giovane filosofo goriziano proponga una nuova educazione «attiva creatrice»). In definitiva, la persuasione rappresenta la via della guarigione, che «si situa in un orizzonte puramente terreno, che non rinvia ad un qualche principio o essenza trascendente; […] è una questione che riguarda in primo luogo ciascun essere umano in un confronto solitario con sé stesso».

Nel terzo e ultimo capitolo del saggio di Guarente, come avrete intuito, viene operato un confronto tra i due pensatori e, in particolar modo, almeno all’inizio, tra le due opere prese in considerazione. Guarente individua il legame tra Nietzsce e Michelstaedter nella «”urgenza” etico-politica della definizione di una diagnosi (e conseguentemente di una terapia) della modernità infelice che caratterizza la contemporaneità, con la sua inautenticità e il suo impedimento alla possibilità di una vita autentica e liberata. La sincerità e l'”innocenza” dell’analisi della civiltà borghese, giunta ad uno stadio drammatico di décadence, accomuna i due pensatori, che, attraverso l’Anticristo La persuasione e la rettorica, si propongono, eroicamente [è questo un termine che, lo confesso, in un tale contesto proprio non mi va giù], di resistere al flusso della “corrente” del conformismo e del filisteismo, della massificazione e del servaggio. I due autori […] cercano […] di intravedere il sentiero, stretto ma fecondo, della liberazione e del ritrovamento di un nuovo modello di esistenza, profondamente “palingenetico” rispetto agli esiti decadenti della modernità».

Chiarito ciò, Guarente si concentra sulle analogie tra i due filosofi. Sinteticamente: la dicotomia salute-malattia; l’affermazione della vita, scevra di qualunque trascendentalismo vano e stucchevole; la rivalutazione di un Cristo innanzitutto uomo (secondo Michelstaedter il più grande persuaso con Socrate), un Cristo, aggiungo io, russo, e mi riferisco a Dostoevskij (in particolar modo a quell’irraggiungibile capolavoro che è Il grande inquisitore, ma anche alla plurima citazione nell’Idiota dell’iperrealistico Cristo morto di Holbein il Giovane), ovviamente a Tolstoj e, perché no, al pittore Kramskoj, il cui più grande capolavoro, Cristo nel deserto, rappresenta un Cristo innanzitutto di carne, come dimostrano le profonde e significative pieghe di un volto scavato dal dubbio e dalla tentazione.

È poi la volta delle differenze. Innanzitutto il giudizio diametralmente opposto su Socrate, che per Nietzsche «è il vero fondatore della décadence, poi trapassata, attraverso il platonismo, nel cristianesimo», mentre per Michelstaedter, come scritto sopra, è un grande persuaso. Inoltre, mentre il filosofo tedesco si caratterizza per il suo sfrenato e furioso vitalismo, il filosofo goriziano è per una pratica non violenta, che persegue giustizia e pace. Da ciò nasce una vera e propria opposizione, nettissima, tra il superuomo e il persuaso. Ma è soprattutto nel «regno a cui appellarsi per ritrovare il senso della vita e della salute» che divergono i due pensatori: «la terra per Nietzsche e il mare per Michelstaedter».

In tal senso trovo singolare che Guarente ricavi la conclusione del libro non dai saggi analizzati, ma da altri testi dei due pensatori. Il regno della terra nietzschiano è attinto da Così parlò Zarathustra, mentre il regno del mare michelstaedteriano addirittura da una poesia del giovane filosofo goriziano: I figli del mare. Guarente dà ampio spazio ai versi di Nietzsche e Michelstaedter, entrambi poeti oltreché filosofi, ponendoli in esergo ad ogni singolo capitolo, e ciò, almeno per quanto mi riguarda, è apprezzabilissimo, ma credo che stoni un poco con quell’orientamento politico dichiarato all’inizio del libro e che contraddistingue soprattutto la lettura e l’analisi guarentiana dell’Anticristo che, lo ricordo, viene definito il «”manifesto” filosofico-politico» che fa da «contraltare aristocratico anti-egualitario» niente di meno che al Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels. Un’interpretazione a mio parere azzardata e rischiosa che non riesco proprio a digerire.

Detto questo, qualche altro piccolo appunto.

Innanzitutto l’abuso talvolta ingiustificato delle virgolette. Ricorrono nel saggio espressioni come «vero e proprio», «vero» ecc. seguite poi da parole virgolettate. La veridicità dichiarata viene di fatto annullata dalle virgolette, in una contraddizione senza senso. Per chiarire la cosa riporto un esempio: «un vero e proprio “manifesto” filosofico-politico». Perché virgolettare manifesto se non si hanno dubbi sul fatto che si tratti di un manifesto?

Rilevo poi lungo tutto il saggio un utilizzo davvero smodato del corsivo. Il corsivo solitamente viene utilizzato per conferire a una parola o una frase una particolare enfasi, per sottolinearne l’importanza, ma Guarente lo utilizza così tanto che dopo poche pagine perde efficacia e, di fatto, non serve più a niente.

Infine, ho trovato eccessive le frequentissime citazioni, riportate proprio all’interno del testo e non in nota, di altri esegeti nietzschiani e michelstaedteriani, per quanto illustri e chiarificatrici esse siano. A volte si ha la sensazione di avere a che fare più che altro con una raccolta di interpretazioni.

Comunque Nietzsche e Michelstadter “terapeuti” della modernità infelice. Leggendo L’Anticristo e La persuasione e la rettorica è nel complesso un buon libro, che consiglio a chiunque voglia fare chiarezza sulle due opere prese in considerazione e sul rapporto tra i due filosofi, su ciò che li avvicina e ciò che invece li allontana.

Concludo con un’amara riflessione. C’è stato un tempo in cui credevo ciecamente e con tutto me stesso alla forza terapeutica di pensatori come Nietzsche e Michelastaedter, peraltro tra i miei favoriti. Ma ora quel tempo non esiste più.

La modernità è infelice e l’umanità malata solamente agli occhi dei filosofi. L’umanità in se stessa non ha la consapevolezza di essere affetta da una patologia che esige una cura. Perché? Perché non è affetta da nessuna patologia, ma è così e basta. L’umanità è questa e non la si può cambiare, ecco perché tutte le filosofie critiche sfociano nell’utopia (il mare) e i filosofi falliscono miseramente come terapeuti. La modernità è infelice solo agli occhi di Nietzsche, di Michelstaedter. La modernità è allegra, e l’uomo si lascia divorare dalle fauci fascinose e accomodanti del superfluo ridendo sguaiatamente come un pagliaccio. L’umanità non chiede di essere guarita, l’umanità non vuole essere guarita perché non è affetta da nulla da cui guarire.

I veri malati sono loro, Nietzsche, Michelstaedter (e malati siamo noi lettori e loro ammiratori), come dimostrano gli esiti delle loro esistenze: la follia dell’uno e il suicidio dell’altro. Pazzia e autodistruzione, manifestazioni dell’impossibilità di rendere concrete, attuabili le proprie filosofie.

Il critico malato, al di là dell’inutile utopia, ha a disposizione una e una sola cura: la morte. E il tedesco e il goriziano in fondo lo sapevano. «La cosa migliore è di non esistere, e la migliore dopo questa è di morire presto». Parole di Nietzsche, destino di Michelstaedter.

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