Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Eccentricità della raccolta di Caproni rispetto alla tradizione poetica italiana del Novecento.

Forma leggera, ma non frivola per far rivivere la madre.

Nella prima delle Lezioni americane Calvino parla della leggerezza e cita Cavalcanti, ma potrebbe avere in mente anche Caproni [1].

Preghiera [2] è la poesia in cui Cavalcanti è utilizzato nel modo più esplicito. Nel primo verso Caproni cita per la prima volta l’anima: «Anima mia, leggera». L’anima prende il posto del poeta, l’anima è un alter ego di Caproni. Egli dà un mandato all’anima: «Anima mia, sii brava / e va’ in cerca di lei» (vv. 17-18).

Terza stanza della Ballatetta [3] di Cavalcanti: l’anima del poeta trema. In Caproni non c’è la Toscana generica di Cavalcanti, ma una città specifica: Livorno. E non invia l’anima alla donna, ad una donna, ma ad Anna Picchi (specificati nome e cognome). L’anima è leggera sia in Cavalcanti che in Caproni: poetica della leggerezza.

Distanze tra l’io di Cavalcanti e l’io di Caproni: in Cavalcanti l’io entra nella seconda stanza («Tu senti, ballatetta, che la morte»), la stanza degli spiriti, nel quale l’io drammatico, prossimo alla morte, parla in prima persona; nell’io di Caproni diminutio psicologica, non c’è un pericolo mortale, l’anima ha una memoria migliore di quella del poeta (poesia dell’anima perché è l’anima che ricorda); l’anima di Cavalcanti trema per l’angoscia, lacerazione dell’identità personale: effetto della forza dell’amore; in Cavalcanti l’anima è una sorta di teatro drammatico, nel quale le sensazioni non riescono a convivere, e distruggono la persona e la mente, ogni spirito ragiona per conto proprio (gli spiriti sono il cuore, l’anima, la ballatetta, la voce). «ciascun spirito ragiona» (v. 20): si tratta di forze psichiche che non riescono più a stare insieme; quella di Cavalcanti è la poesia di un filosofo. L’anima e la voce escono dal cuore. L’anima deve andare ragionando perché la mente è distrutta, come la persona. Ricostruire e salvare attraverso il ragionamento dell’anima e della poesia. La donna di Cavalcanti è una intellettuale. «Anima mia, sii brava», Caproni sembra quasi raccomandarsi ad una ragazza. Non c’è in ballo la morte, la morte è già avvenuta, fa da sfondo (la morte di Anna Picchi). Raccomandazione semplice. Caproni chiede all’anima di riportare in vita Anna Picchi nella figura di Annina. All’anima si chiede un miracolo. Primo miracolo: la nascita di Annina (poesia L’uscita mattutina). Da qui inizia la leggenda di Annina. Leggenda è il termine che utilizza lo stesso Caproni.

Caproni distingue tra amore filiale per la madre e amore totale per Annina, la leggenda che lui ha creato.

Stilizzazione della donna in senso liberty, personcina di cui conosciamo i dettagli (gesti oppure oggetti del vestiario). Annina non ha volto.

Poesia fina perché fina è Annina, fina e popolare, perché si muove nella Livorno popolare. Il suo incedere ricorda quello della donna stilnovista. Annina è sola, emana luce. Un alone di biancore emana da Annina. Ella non illumina rivolgendosi ad un pubblico aristocratico di fedeli d’amore, la sua luce è a beneficio del popolo.

Dopo L’uscita mattutina continuum narrativo: vita di Annina (solo accennata, apparizioni, flash), morte e oltremorte. Interrogazione sull’aldilà come nelle Stanze della funicolare (fenomenologia freudiana).

Si tratta di una poesia a metà tra l’antico e il nuovo.

Titoli come didascalie, solo accenni ai fatti.

I tempi verbali sono al passato, ma all’imperfetto (tempo che non delimita il passato, passato continuativo, che mitizza). Presenza di interiezioni ed esclamazioni: primi due versi de L’uscita mattutina («Come scendeva fina / e giovane le scale Annina!»).

Non si tratta di ricordi, ma di visioni. Caproni non ha ricordi, per questo manda l’anima. Non l’imperfetto, ma il presente è il tempo del ricordo.

Interiezioni ed esclamazioni: è il coro popolare, la voce del popolo, la voce dello stupore. C’è un’atmosfera fiabesca.

Ultima preghiera. Dalla preghiera all’ultima preghiera. Inizio e fine. Ciò non avviene in Cavalcanti, non si narra nulla, conclusione di adorazione, l’anima deve restare lì, non è una fine, ma un’eternità di contemplazione, conclusione statica che è consolazione. Contemplazione fuori del tempo. Al contrario i Versi livornesi sono nel tempo, tempo rievocato dalle ceneri. L’anima di Caproni è ora un giovanotto, pedala, fuma, è un vero e proprio personaggio, forse un altro alter ego del poeta. Elemento teatrale, è una poesia perfettamente recitabile, rappresentabile. È un’anima baldanzosa.

ULTIMA PREGHIERA

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisterone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mòrmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo. [4]

Mandare l’anima in congedo significa che la poesia successiva non ha più un interlocutore.

Qui è come se raccomandasse ancora, ma tutto è stato già narrato, la leggenda è finita.

Terzultima strofa: non c’è più leggerezza, piombo. Qui il pianto è inconsolabile. Il pianto è un piombo che fa affondare il cuore. Non c’è più la leggerezza di Cavalcanti, è sparita. L’io, vecchio, non si riconosce più nell’anima, giovane.

Pianto, vecchiaia, rimorso: abbiamo perso la leggerezza di Cavalcanti. A questo punto l’anima può anche andarsene in congedo.

NOTE

[1]

Da quanto ho detto fin qui mi pare che il concetto di leggerezza cominci a precisarsi; spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.
Non potrei illustrare meglio questa idea che con una novella del Decameron (VI, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti. Boccaccio ci presenta Cavalcanti come un austero filosofo che passeggia meditando tra i sepolcri di marmo davanti a una chiesa. La jeunesse dorée fiorentina cavalcava per la città in brigate che passavano da una festa all’altra, sempre cercando occasioni d’ampliare il loro giro di scambievoli inviti. Cavalcanti non era popolare tra loro, perché, benché fosse ricco ed elegante, non accettava mai di far baldoria con loro e perché la sua misteriosa filosofia era sospettata d’empietà:
Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo Corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, e egli essendo tralle colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, vedendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: “Andiamo a dargli briga”; e spronati i cavalli, a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra e cominciarongli a dire: “Guido, tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia, che avrai fatto?”. A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.
Ciò che qui ci interessa non è tanto la battuta attribuita a Cavalcanti, (che si può interpretare considerando che il preteso “epicureismo” del poeta era in realtà averroismo, per cui l’anima individuale fa parte dell’intelletto universale: le tombe sono casa vostra e non mia in quanto la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto). Ciò che ci colpisce è l’immagine visuale che Boccaccio evoca: Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite. Vorrei che conservaste quest’immagine nella mente, ora che vi parlerò di Cavalcanti poeta della leggerezza. Nelle sue poesie le “dramatis personae” più che personaggi umani sono sospiri, raggi luminosi, immagini ottiche, e soprattutto quegli impulsi o messaggi immateriali che egli chiama “spiriti”. Un tema niente affatto leggero come la sofferenza d’amore, viene dissolto da Cavalcanti in entità impalpabili che si spostano tra anima sensitiva e anima intellettiva, tra cuore e mente, tra occhi e voce. Insomma, si tratta sempre di qualcosa che è contraddistinto da tre caratteristiche:
1) è leggerissimo;
2) è in movimento;
3) è un vettore d’informazione.
In alcune poesie questo messaggio-messaggero è lo stesso testo poetico: nella più famosa di tutte, il poeta esiliato si rivolge alla ballata che sta scrivendo e dice: “Va tu, leggera e piana dritt’a la donna mia”. In un’altra sono gli strumenti della scrittura – penne e arnesi per far la punta alle penne – che prendono la parola: “Noi siàn le triste penne isbigottite, le cesoiuzze e’l coltellin dolente…”. In un sonetto la parola “spirito” o “spiritello” compare in ogni verso: in un’evidente autoparodia, Cavalcanti porta alle ultime conseguenze la sua predilezione per quella parola-chiave, concentrando nei 14 versi un complicato racconto astratto in cui intervengono 14 “spiriti” ognuno con una diversa funzione. In un altro sonetto, il corpo viene smembrato dalla sofferenza amorosa, ma continua a camminare come un automa “fatto di rame o di pietra o di legno”. Già in un sonetto di Guinizelli la pena amorosa trasformava il poeta in una statua d’ottone: un’immagine molto concreta, che ha la forza proprio nel senso di peso che comunica. In Cavalcanti, il peso della materia si dissolve per il fatto che i materiali del simulacro umano possono essere tanti, intercambiabili; la metafora non impone un oggetto solido, e neanche la parola “pietra” arriva ad appesantire il verso. Ritroviamo quella parità di tutto ciò che esiste di cui ho parlato a proposito di Lucrezio e di Ovidio. Un maestro della critica stilistica italiana, Gianfranco Contini, la definisce “parificazione cavalcantiana dei reali”. L’esempio più felice di “parificazione dei reali”, Cavalcanti lo dà in un sonetto che s’apre con una enumerazione d’immagini di bellezza, tutte destinate a essere superate dalla bellezza della donna amata:

Biltà di donna e di saccente core
e cavalieri armati che sien genti;
cantar d’augilli e ragionar d’amore;
04 adorni legni ‘n mar forte correnti;

aria serena quand’ apar l’albore
e bianca neve scender senza venti;
rivera d’acqua e prato d’ogni fiore;
08 oro, argento, azzuro ‘n ornamenti:

Il verso
“e bianca neve scender senza venti”
è stato ripreso con poche varianti da Dante nell’Inferno (XIV, 30):
“come di neve in alpe sanza vento” .
I due versi sono quasi identici, eppure esprimono due concezioni completamente diverse. In entrambi la neve senza vento evoca un movimento lieve e silenzioso. Ma qui si ferma la somiglianza e comincia la diversità. In Dante il verso è dominato dalla specificazione del luogo (“in alpe”), che evoca uno scenario montagnoso. Invece in Cavalcanti l’aggettivo “bianca”, che potrebbe sembrare pleonastico, unito al verbo “scendere”, anch’esso del tutto prevedibile, cancellano il paesaggio in un’atmosfera di sospesa astrazione. Ma è soprattutto la prima parola a determinare il diverso significato dei due versi. In Cavalcanti la congiunzione “e” mette la neve sullo stesso piano delle altre visioni che la precedono e la seguono: una fuga di immagini, che è come un campionario delle bellezze del mondo. In Dante l’avverbio “come” rinchiude tutta la scena nella cornice d’una metafora, ma all’interno di questa cornice essa ha una sua realtà concreta, così come una realtà non meno concreta e drammatica ha il paesaggio dell’Inferno sotto una pioggia di fuoco, per illustrare il quale viene introdotta la similitudine con la neve. In Cavalcanti tutto si muove così rapidamente che non possiamo renderci conto della sua consistenza ma solo dei suoi effetti; in Dante, tutto acquista consistenza e stabilità: il peso delle cose è stabilito con esattezza.

Italo Calvino, Lezioni americane, 1988.

[2] Per il testo di Preghiera si veda l’articolo Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2.

[3] Per il testo di Perch’i’ no spero di tornar giammai di Cavalcanti si veda l’articolo Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2.

[4] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 228-231.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania
Caproni in itinere. Parte XI. Il seme del piangere, 1
Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: