La Regola del gioco è il credo dei cinefili, il film dei film, il più odiato alla sua uscita, il più apprezzato in seguito fino a diventare un vero successo commerciale dopo la sua terza ripresa in circuito normale e in versione integrale. All’interno di questo “dramma giocoso”, Renoir agita senza averne l’aria una messe di idee generali, di idee particolari e esprime soprattutto un grande amore per le donne.

François Truffaut, I film della mia vita, 1975.

La regola del gioco (1939), tra i capolavori assoluti dell’intera storia cinematografica, è un film di Jean Renoir (1894-1979), regista francese figlio del celebre pittore impressionista. L’opera del Patron – come lo chiamavano i maestri della Nouvelle Vague, a dimostrazione della sconfinata ammirazione che nutrivano nei suoi confronti –  nasce dall’ascolto della musica barocca e dalla rilettura di classici come Le nozze di Figaro (1778) di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais.

Già dalla scrittura della sceneggiatura emerge con chiarezza una delle peculiarità del cinema di Renoir, quella di costruire il testo, più che sui personaggi, sugli attori che prendono parte alle scene. Il regista si basa su un’idea che poi modella sul carattere degli interpreti. Il copione viene quindi creato una prima volta, e poi rivisto in base alle personalità di ognuno degli attori, forgiato con precisione su di essi come se si trattasse di un vestito realizzato su misura. Renoir attua così un’apertura totale del testo verso la realtà, lasciando le parole libere di subire l’influenza dell’esperienza avventurosa del set. È come se il copione progredisse di pari passo con la conoscenza personale degli interpreti da parte del suo autore. Una metodologia di lavoro che potremmo definire immanentismo cinematografico. Accennando filosoficamente al concetto, ciò che risiede nell’essere ha in sé il suo principio e la sua fine, non può essere scisso, né tanto meno avere un’esistenza separata. La realtà si risolve tutta nella coscienza. La pratica filmica comprende anche quel che accade dietro la macchina da presa, è un tutt’uno con la vita che procede. L’attore è prima di tutto un uomo, la sua umanità non può non relazionarsi con il personaggio, non può non influenzarlo. A ciò è legata anche la solida coesione spazio-temporale che caratterizza il film.

Il gioco cui allude il titolo della pellicola, prevede continui cambi di posizione ed incessanti incoerenze dei personaggi. Ognuno di questi cerca quasi affannosamente il proprio luogo, producendo una evidente instabilità che tende all’incertezza. Nella visione artistica di Renoir questa attività di “erranza” dell’individuo è la miglior rappresentazione della società. La regola del gioco è infatti una lucida, ed eccezionalmente riuscita, metafora della società del tempo. Pensate al quadro politico di quegli anni, in esso troverete quella precarietà riportata dal regista sulla pellicola, seppur in una chiave all’apparenza meno impegnativa e per lo più sentimentale.

Renoir individua nel caos una sola certezza, la regola del gioco, definita nell’opposizione nietzscheana tra spirito apollineo – simbolo dell’equilibrio – e spirito dionisiaco – simbolo dell’impulso alla vita. Opposizione che è contemporaneamente il gioco e la sua regola. Estendendo l’immanentismo cinematografico a visione del mondo, il regista sostiene che oltre le dinamiche di rifiuto e di rimozione proprie dell’esistenza umana, non si trovi altro che un forte senso di infelicità e di spleen. Il gioco della vita è l’alternanza tra conscio ed inconscio, slancio e rinuncia, e la tirannica borghesia lo ha spinto dove non era ancora mai giunto. La chiusura della società borghese nelle sue convenzioni, nei suoi schemi comunque in segreto violati, è la condizione ideale per un’esplosione enorme e devastante, l’espressione massima e crudele del gioco: la guerra.

Renoir compare oltre che come autore, anche come attore. Questo perché egli stesso si ritiene, certamente con un velo di sottile autoironia, forse anche di autocritica, un esponente del mondo borghese che mette in scena, e soprattutto perché egli stesso assurge a quel ruolo di coscienza che un’analisi fondata su principi di immanenza obbligatoriamente richiede. Cinema e vita sono una cosa sola.

Bibliografia: Giorgio De Vincenti, Il gioco della rimozione e l’immanenza del senso nel «work in progress» cinematografico di Jean Renoir, in L’interpretazione dei film – Dieci capolavori della storia del cinema, a cura di Paolo Bertetto, Marsilio, Venezia 2011.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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