Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

I critici in riferimento alla raccolta Il seme del piangere: nel secolo della poesia oscura, un’allarmante semplicità.

Nel 1949 Caproni compie un viaggio a Livorno, inviato dalla madre per un sopralluogo sulla tomba dei nonni. Frammento tratto dal diario: «mi viene in mente Trieste e Saba. Qui a Livorno sarei diventato poeta e poeta popolare». Senso quasi di rimpianto. Quando arriva al cimitero gli si svela la Livorno bombardata. Asfalto saltato, fatto a pezzi, le panchine non ci sono più, disintegrate. Sappiamo che Caproni ha letto Umberto Saba, possedette infatti un’edizione del Canzoniere, ritrovata nella biblioteca della sua ultima casa.

Problema del titolo: citazione tratta dal XXXI canto del Purgatorio, vv. 45-46 («[…] udendo le sirene sie più forte, / pon giù il seme del piangere ed ascolta […]»). Caproni vi accenna per la prima volta in una lettera a Betocchi del 1954. Vorrebbe mettere questo titolo alla raccolta di poesie alla quale sta lavorando, Il passaggio d’Enea. A Betocchi la proposta non piace, gli sembra un titolo troppo piagnucoloso. All’esterno bisogna mostrare un corpo saldo, che farà apparire il dolore interno più forte (consiglio di Betocchi).

La poesia Il seme del piangere è legata al momento della morte della madre, e viene pubblicata nel 1955, con il titolo Per mia madre Anna Picchi. Ha un sopratitolo che è proprio Il seme del piangere.

IL SEME DEL PIANGERE

Quanta Livorno, nera
d’acqua e – di panchina – bianca!

Sperduto sul Voltone,
o nel buio d’un portone,
che lacrime nel bambino
che, debole come un cerino,
tutto l’intero giorno
aveva girato Livorno!

La mamma-più-bella-del-mondo
non c’era più – era via.
via la ragazza fina,
d’ingegno e di fantasia.

Il vento popolare
veniva ancora dal mare.
Ma ormai chi si voltava
più a guardarla passare?

Via era la camicetta
timida e bianca, viva.
Nessuna cipria copriva
l’odore vuoto del mare
sui Fossi, e il suo sciacquare. [1]

Il seme del piangere è la poesia battesimale della raccolta, la più antica, anche se posta in coda. È cambiata la metrica rispetto a stanze e canzoni; ora canzonetta. Nasce dalla cantilena funebre che la mamma recita in punto di morte. L’interiezione non esprime pathos, ma sorpresa. È come un’apparizione di Livorno. Tutto è frammentato, trattini. Ferrea regola dell’obbedienza alla rima. Il bambino si è perso nella Piazza Grande di Livorno (Caproni la definisce una piazza malata di spazio). Ricordo di uno smarrimento. Forse è l’adulto che ha girato l’intero giorno, sovrapposizione. Le sovrapposizioni rendono la raccolta falsamente semplice. Sovrapposizione ricordo antico – fatto attuale. Nella terza strofa si sovrappongono due ricordi, dunque due voci: quella del bambino e quella della mamma morente; entrambi recitano la filastrocca. Comincia a nascere la leggenda di Annina. Nella quarta strofa siamo all’interno della leggenda di Annina. È evidente il riferimento a Marcel Proust, trasformare il ricordo in un’apparizione, in un’epifania; per Caproni non conta il ricordo, conta che la camicetta (quinta strofa) torni ad essere viva; elaborazione di una perdita, rimarginata parzialmente solo se l’oggetto della perdita torna ad essere vivo, ma come immagine proiettata.

Dramma della perdita: Jean-Bertrand Pontalis, Perdere di vista (1988), tradotto in italiano nel 1993. Al sentimento della perdita si accompagna non tanto il dolore di non vedere più la madre, ma di non essere più visto (dalle dichiarazioni di un paziente). Perdita di sé. Esprime una forte regressione. Si tratta di un bambino che non ha la forza di trattenere l’immagine della madre. E il dramma dell’adulto riprende il dramma del bambino. Pontalis: l’immagine della madre si deve cancellare, deve sparire come presenza e rimanere nella sua assenza; l’invisibile è nel visibile, ne è l’orizzonte e l’inizio. Quando la perdita è nella vista è un lutto senza fine. Per Caproni Annina è l’invisibile, la ragazza non ancora madre. Questo invisibile non è la negazione del visibile, è l’inizio della nascita di Annina. Cessa così di essere un lutto senza fine. La leggenda di Annina placa il lutto per la perdita della mamma più bella del mondo. A questo punto nascono i versi livornesi, la Livorno primonovecentesca di Annina, viva, e che Caproni non ha mai visto. Tra tanto realismo ho scritto l’unico poemetto realista (dichiarazione dello stesso Caproni). L’unica realtà è quella della leggenda di Annina.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, p. 227.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania

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