Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla.

Giordano Bruno ai giudici dopo la lettura della sentenza che lo condanna a morte per rogo.

Caro Lettore, da settimane abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta della filosofia del Rinascimento. Siamo giunti ad una tappa fondamentale, rappresentata dal pensiero di Giordano Bruno. Non un filosofo qualunque, che merita di essere esplorato con grandissima attenzione ed anche con del trasporto emotivo, soprattutto per quel che riguarda le sue celebri vicende biografiche, alle quali dedichiamo oggi la nostra attenzione. Seguiranno altri due articoli dedicati a Bruno, che riguarderanno la sua filosofia ed i suoi testi principali.

Filippo Bruno nasce a Nola nel 1548. Entra nell’ordine domenicano ed assume il nome Giordano. Già in giovinezza dimostra insofferenza verso le limitazioni imposte dalla tradizione, e si dedica alla lettura di opere considerate dannose, avvicinandosi a teorie influenzate dal neoplatonismo, e a correnti filosofiche napoletane particolarmente critiche verso gli estremismi cattolici. Nella sua cella vengono rinvenuti i testi banditi, e Bruno è costretto a fuggire da Napoli. Nel 1579 si trasferisce a Ginevra, abbandonando per sempre l’ordine ed abbracciando la fede calvinista.

Il fanatismo riformatore non è poi tanto dissimile da quello cattolico, Bruno entra presto in conflitto con i teorici-teologi della Riforma e dalla Svizzera si sposta in Francia, precisamente a Tolosa. Qui si dedica all’insegnamento universitario, mentre la sua fama cresce e si diffonde. Riceve allora un incarico accademico dalla corte di Parigi, dove si trasferisce. Lo si può capire già leggendo queste poche righe, il suo è un destino di erranza, e l’incessante vagare è caratteristico del filosofo positivamente tracotante incapace di accettare le convenzioni, caratteristico del pensatore che brama la conoscenza e vuole spingersi ben oltre il già detto.

In questo periodo Bruno è particolarmente interessato alla disciplina della mnemotecnica, la studia con grande attenzione, e proprio a Parigi pubblica diversi trattati che si occupano di memoria: su tutti il De umbris idearum (Le ombre delle idee, 1581) ed il De compendiosa architectura et complemento artis Lullii (Compendio di architettura e completamento dell’arte di Lullo, 1582).

L’università parigina è fortemente scossa dalla sua presenza, che causa duri scontri. Bruno decide allora di lasciare anche la Francia, e di partire alla volta dell’Inghilterra. Nel paese probabilmente più aperto nel quale è stato fino ad ora, è accettato con benevolenza. Bruno porta contributi importanti ai circoli culturali che lo ospitano e ne assorbono le lezioni. Tenta di entrare all’università di Oxford, ma la sua aspirazione si infrange contro la diffidenza degli accademici. Il filosofo italiano ha una forte personalità, non è nella sua natura farsi da parte senza lottare, ed allora inizia un duro confronto con chi non lo vuole ad Oxford. Ed è proprio da questa esperienza di contrasto che vengono alla luce le sue opere fondamentali: Ars reminiscendi (L’arte del ricordare, 1583), Explicatio triginta sigillorum (Spiegazione dei trenta sigilli, 1583), Sigillum sigillorum (Sigillo dei sigilli, 1583). In questi testi, essenziali del pensiero filosofico di Bruno, la mnemotecnica diventa espediente magico primario per giungere alla conoscenza. Dello stesso anno è anche la Cena de le ceneri, opera composta da cinque dialoghi e scritta in volgare, nel quale l’autore celebra la teoria di Copernico, la quale non è solamente un’idea matematica, ma la reale, autentica rappresentazione dell’universo, che giustifica l’ipotesi dell’esistenza di più mondi ed esalta, soprattutto, la libertà e l’indipendenza di pensiero.

La cena de le ceneri ha un’enorme risonanza, e produce tanto scalpore, tanto scandalo da spingere Bruno a difendere le proprie teorie attraverso la pubblicazione di nuove opere, sempre scritte in volgare: De la causa, principio et uno (1584), De l’infinito universo et mondi (1584), Spaccio de la bestia trionfante (1585), Cabala del cavallo pegaseo (1585), Degli eroici furori (1585). Nessuno di questi testi riesce però a placare l’ostilità sempre crescente attorno al filosofo nolano che, per l’ennesima volta, è costretto a fuggire. Nel 1585 lascia l’Inghilterra ed intraprende una serie di viaggi che lo portano a soggiornare per brevi periodi a Wittenberg, Praga, Zurigo e Francoforte. Viene accolto ovunque con grande interesse, quasi con curiosità, ma alla fine prevalgono sempre le inimicizie e le dannose imputazioni di irreligiosità, ateismo, magia. Gli aristotelici nutrono nei suoi confronti un vero e proprio odio, feroce, violento, profondo.

Nel 1591, invitato dal nobile Giovanni Francesco Mocenigo, Bruno si reca a Venezia. Il patrizio vorrebbe essere istruito nell’arte magica, conoscerne i segreti. Mocenigo pretende un’istruzione miracolosa, ma il filosofo non può far altro che ripetergli i principi già esposti nelle opere pubblicate in passato. Deluso e adirato, il nobile denuncia Bruno all’Inquisizione locale. Durante il processo veneziano il pensatore riesce a difendersi efficacemente e con disinvoltura, dissimulando. Dissimulare per salvare la verità, è un principio che Bruno ha già teorizzato nello Spaccio de la bestia trionfante, e che mette sapientemente in atto.

L’Inquisizione di Roma lo reclama, e qui inizia un nuovo e più duro processo. Scomunicato da tutte le Chiese d’Europa, il filosofo si rende conto che a Roma non basta dissimulare per avere la meglio. Incalzato dal cardinale Bellarmino, deciso ad abbattere definitivamente l’ex frate eretico, Bruno lotta, confuta, controbatte, ma per salvarsi questa volta dovrebbe in un colpo solo cancellare, spazzare via tutti i fondamenti della sua filosofia. Inaccettabile. Meglio morire.

L’8 febbraio 1600, dopo sette anni trascorsi nelle angustie carceri romane e diverse torture subite, ascolta la terribile sentenza del processo: condanna a morte per rogo. Inginocchiato, si alza e e si rivolge risoluto ai giudici pronunciando la seguente, celebre frase: «Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla». Bruno, nell’istante che segna la sua fine, da accusato diventa accusatore, ed ammonisce i presenti con una freddezza ed un’acutezza incredibili, a dimostrazione della sua straordinaria personalità.

Dopo aver rifiutato, immagino con sdegno, i conforti della fede ed il crocifisso, Bruno il 17 febbraio viene condotto, lingua in giova a causa delle imprecazioni che scaglia violentemente al cielo, a Campo de’ Fiori, denudato, avvinto ad un palo come una bestia immonda ed arso vivo. Terminato il rogo, che contraria l’ambasciatore francese in piazza Farnese poiché giunge alle sue delicate narici fetore di carne bruciata, le ceneri del filosofo vengono gettate nel Tevere.

La Chiesa non si è mai, mai scusata per aver ucciso un uomo solamente perché volle vivere e pensare liberamente. Il massimo che è riuscita a dire, a distanza di secoli dalla brutale uccisione, nel 2000, tramite Giovanni Paolo II, è che la morte di Bruno «costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico». Profondo rammarico, certo, ma non pentimento.

Passeggio per Roma, e la città eterna trasmette nel mio animo un senso di sacralità che rasserena. Giunto a Campo de’ Fiori, vero luogo di pellegrinaggio, osservo con devozione la statua di Giordano Bruno, rivolta verso il Vaticano come perpetuo ammonimento per la barbarie ecclesiastica. Nell’animo la sacralità assume una forma diversa, ora addolora. Qui, ove il rogo arse, rendo omaggio ad un gigante della filosofia, strenuo difensore del pensiero libero, immobilizzandomi dinanzi il suo volto scuro ed austero. Oltre ai tanti insegnamenti filosofici, più o meno condivisibili, Bruno insegnò agli uomini la resistenza dinanzi un potere che vuole violare, annichilire, annullare la libertà. Prima di andare via e riprendere il cammino, manifesto silenziosamente gratitudine, mentre la folla attorno sbraita incurante della tragedia avvenuta secoli fa nella piazza.

In copertina: particolare del monumento in bronzo a Giordano Bruno realizzato dallo scultore Ettore Ferrari, situato a Campo de’ Fiori a Roma, dove il filosofo fu arso vivo.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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