Venezia ha un’anima sospesa, tra la vita e la morte, tra il cielo e l’acqua, luogo onirico dalle placide acque salmastre. E’ naturale subirne l’incontenibile fascino, specialmente quando la notte cala e le luci si riflettono danzando sul Canal Grande: in tanti ne hanno dato una visione e una lettura personale, dai grandi letterati agli artisti di ogni tempo, passando ovviamente anche per i maestri dell’architettura, e tra questi c’è chi vi avrebbe voluto lasciare un segno, una pietra, un aedificium, speranzosi di poter fiancheggiare gli imponenti palazzi veneziani nella storia dell’immutata isola.

Questa ambizione ha sfiorato per più di un istante anche due dei più importanti architetti del ‘900, Frank Lloyd Wright e Le Corbusier, portandoli ad un passo dal lasciare una traccia indelebile nella laguna, a distanza peraltro di pochissimi anni l’uno dall’altro.

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Il Memorial Masieri come sarebbe stato (All’angolo sulla sinistra), Venezia, F. L. Wright, 1953 (Riproduzione in un render di Dionisio Gonzalez)

Il caso di Wright, antecedente rispetto a quello del collega franco-svizzero, nasce in realtà da Angelo Masieri, un giovane architetto friulano allievo di Carlo Scarpa: fervente appassionato del maestro statunitense, padre dell’organicismo in architettura, lo intercettò nel 1951 durante il suo soggiorno veneziano in occasione del conferimento della laurea ad honorem allo IUAV. L’intento del giovane allievo ero quello di commissionargli il progetto per la sua dimora veneziana, situata sulla riva del Rio nuovo che sbocca sul Canal Grande. Successivamente al primo contatto, il giovane architetto italiano si recò a Taliesin, dall’anziano maestro, per discutere dell’avanzamento del progetto e proprio in quell’occasione morì a seguito di un incidente stradale.

Da lì la decisione, presa dai familiari del giovane scomparso, di proseguire i lavori intitolando l’edificio “Masieri Memorial”, con la funzione di foresteria per gli studenti dello IUAV. Wright, ormai quasi novantenne, conclude celermente il progetto ed è pronto a partire, affermando che la sua “non è un’imitazione ma un’interpretazione di Venezia, dove la tradizione è continuità del tradimento”. Il progetto, nonostante le battaglie di intellettuali e critici illustri (tra gli altri anche Bruno Zevi si schierò tra i favorevoli all’intervento), non verrà mai realizzato poiché considerato troppo moderno e non affine con il canone estetico veneziano. Verrà presentato comunque in una mostra a lui dedicata nel 1960, allestita peraltro da Carlo Scarpa.

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Venice Hospital come sarebbe stato, Venezia, Le Corbusier, 1965 (Riproduzione in un render di Dionisio Gonzalez)

Pochi anni dopo sarà la volta di Le Corbusier, il maestro del razionalismo, l’uomo dell’architettura moderna.

E’ il 1962 e a Venezia viene approvato il nuovo piano regolatore, il quale prevede la nascita di un ospedale nella zona di Cannareggio: la politica ha scelto, il nuovo, il moderno entrerà a Venezia e l’edificio dovrà essere il più importante realizzato dopo la seconda guerra mondiale. Per questo motivo il sindaco invita Le Corbusier a partecipare al concorso, il quale a sua volta risponde con alcuni consigli per l’eventuale realizzazione: “impiegate il cemento armato e non cercate di copiare il vecchio mattone fatto a mano. Quel che dovete costruire fatelo di un’architettura il più moderna possibile. Potete mettere al mondo fratelli e sorelle di Palazzo Ducale, il binomio è individuo e collettività e l’architettura e l’urbanistica lo risolvono in favore dell’armonia”. 

Fatto sta che negli anni successivi Le Corbusier si avvicinerà lentamente all’idea di realizzare realmente questo edificio pubblico, attraverso schizzi preparatori, progetti di massima, idee e ragionamenti che faranno capire l’interesse reale dell’architetto nei confronti della missione affidatagli. Nel 1964 arriva il progetto di massima, dove viene ipotizzata un’altezza di 13,66 metri (corrispondente all’altezza media dei palazzi veneziani) e una suddivisione della struttura in tre diversi livelli: al piano terra i servizi generali e gli accessi, al primo piano le sale operatorie, le infermerie e i locali per la rieducazione e all’ultimo piano le camere.

Proprio nelle camere adotta la soluzione più originale, immaginando delle celle di tre metri per tre, raggruppate in una sorta di “modulo” adatto a catturare al meglio anche la luce solare tramite un sistema di piccole volte finestrate.

L’ultimo atto va in scena nell’agosto del 1965, quando Le Corbusier muore e il lavoro passa in mano ai suoi collaboratori, i quali continueranno il lavoro del maestro finché le autorità veneziane diranno il loro “no” definitivo, chiudendo ogni possibile speranza.

Oggi a distanza di anni possiamo trarre degli spunti interessanti su ciò che vuol dire intervenire in un tessuto storico consolidato come quello di Venezia, e su come sarebbe potuto essere un intervento piuttosto che un altro. Salvatore Settis in “Se Venezia muore” afferma che “Le città storiche sono insidiate dalla resa a una falsa modernità” e forse ha ragione, la falsa modernità è un’insidia, ma chi è in grado di distinguerla ad oggi? Anche il progetto di Wright e Le Corbusier, geni indiscussi e architetti osannati ovunque, ad oggi come apparirebbero a Venezia? Lasciamo a voi la sentenza e le dovute riflessioni sul nostro patrimonio.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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