Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Dal sonetto alla ballata.

Ballata punto di riferimento musicale connesso alla forma metrica. Saranno gli stilnovisti a darne la forma canonica. È il genere musicale per eccellenza, poiché basato sul ritornello o ripresa (prima strofa). Ritornello spesso eseguito dal coro.

Caproni fissa la ripresa nelle clausole ripetute. Nelle Biciclette non ricorre alla forma classica della ballata. Otto stanze di endecasillabi. Ritornello gli ultimi tre versi di ogni stanza. «tempo ormai diviso» è il tema della poesia. Stanze della funicolare come Le bicicletteIl passaggio d’Enea è la più breve delle tre ballate: cinque stanze di sedici endecasillabi.

Anni tedeschi dall’alba alla notte: orchestrazione.

Le biciclette esce in rivista nel 1947. Composta nello stesso anno a Roma. Racconta una autobiografia generazionale. Transito dalla fine della guerra alla prima repubblica. Tema del tempo diviso: tempo di prima e tempo di dopo.

LE BICICLETTE

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora più
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora più
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
più del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno più antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora più
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.»

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu così,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpì
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora più
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio. Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora più un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora più
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, sui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non più
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
come sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora più
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di più
nel tempo ancora intatto ed indiviso [1].

Prima stanza: la stanza della scrittura felice, loda la musica della giovinezza. È l’arpa lo strumento di questa musica. Non è mai una felicità piena (verbo gemere del primo verso, è una forma dialettale, è un verbo equivoco). Le biciclette sono l’oggetto musicale (suono svariato, musica svariata, un ronzio). È musica leggera, non è musica pesante come nei Lamenti. La mente può essere corretta solo nella giovinezza, poi ci si irrigidisce, anche nel pensiero. Pedale musicale e pedale della bicicletta. Armonia, non abbiamo dissonanze. Erba millenaria: natura intatta. Nei Lamenti tremito, brivido di paura, qui il brivido è diverso. Questi giorni sono finiti. Seme: fisicità felice, nostalgia della giovinezza.

Seconda stanza: Alcina (maga ariostesca) trasfigurazione letteraria di Olga. Stanza dell’amore sensuale di Alcina (in punto di morte Olga chiede a Caproni di congiungersi con lui), messo però in dubbio dalla presenza del sasso. Tempo diviso dalla storia (evento generazionale). Sogno che tutto ciò resti inalterato (ripetizione).

Terza stanza: primi cinque versi celebrazione dell’impeto sessuale di Alcina. Dopo i puntini di sospensione la domanda: inganno implicito nell’attrazione dei sensi. Inizia una discesa dove si rompe il freno. Il grido è di Olga (Alcina), accusa a chi sopravvive.

Quarta stanza: io che parla a un tu, l’amico Libero (nome particolarmente evocativo). È primavera. Momento primaverile. Puntini: sta accadendo qualcosa di più serio. Interrogazione dello smarrimento. Il brivido si mischia alle lacrime.

Quinta stanza: stanza della paura e della guerra. Alcina è oramai distrutta. Treni inquietanti, che vagano e non si sa dove vanno. Biciclette strumenti umani, di fughe impossibili. Il paesaggio è cambiato, la geografia è cambiata. Inondazione che toglie qualunque possibilità di brivido. La storia è sommersa.

Sesta stanza: bicicli biciclette sfigurate. I treni hanno trovato il loro esito, ed è un esito spaventoso. Dura lamentela di ruote: è il treno. Binari fissi, obbliganti, il treno non cambia direzione, è il destino. Topos della guerra: il giornale annuncia il conflitto. Il brivido non c’è più. C’è fremito senza lacrime. Niente è narrato. Stanza della guerra.

Settima stanza: stanza della guerra civile: immensa distruzione, uomo lupo, storia di agguati, fughe, nascondigli. Il ronzio è ora funesto. Armonia di disastri. C’è qualcuno che pedala, un tallone pedala. Storia non più sommersa, ma travolta.

Ottava stanza: la ripresa della speranza. Sopravviene un’altra generazione, quella di prima è stata travolta dalla storia. La ripetizione è quasi identica a quella della prima stanza. Tornano gli antichi brividi. La ripresa conclusiva si apre: sono cambiati i personaggi, gli attori.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Il passaggio d’Enea, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 133-137.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: