Ore dieci e quarantacinque circa.

Dinanzi alla Trasfigurazione di Raffaello, il suo canto del cigno, il suo testamento [1].

Impressiona il fanciullo indemoniato, il suo sguardo folle e sconvolto, riflesso del demoniaco che gli è dentro e lo tormenta, lo strazia.

Questo dipinto monumentale non rappresenta solamente il trionfo di Cristo, ma anche, e soprattutto, il trionfo dell’arte di Raffaello.

Dio quanto ci si sente insignificanti e superflui al cospetto di un tale capolavoro! Si viene schiacciati, come da un gigantesco masso, senza avere neppure il tempo di gridare.

La tela è un tripudio, il tripudio dello sconfinato genio dell’artista, del più più grande pittore della storia dell’arte, «[…] quel Raffaello, da cui, vivo, Madre Natura temette di essere vinta e quando morì, [temette] di morire [con lui]» [2].

***

Raffaello, Madonna di Foligno.

Ah, quel grazioso piedino sinistro poggiato su di una nube dalla consistenza marmorea! E quella miriade di angeli che si confondono e sfumano nelle nuvole avvolgendo la Vergine!

Il volto etereo, tipicamente raffaelliano, della Madonna, della madre, che tiene in braccio il proprio figlioletto irrequieto. Ah, quel volto così pacato!, sublimazione della grazia femminile, trionfo della donna dispensatrice di vita, e dunque di morte. L’espressione del volto della Vergine tradisce rassegnazione. Rassegnazione per un destino che non ha scelto, che le è piombato addosso.

Cosa fa quella mano destra? Sembra quasi fare il solletico al piccolo.

Tutto questo mentre sullo sfondo la vita procede ordinaria, incurante.

O madre sospesa, che trionfi quasi con imbarazzo. Con te trionfa la donna, la donna e la maternità. Con te trionfa la vita e la morte, verso cui tende il frutto del tuo grembo, verso cui tendiamo tutti, indistintamente, dall’attimo in cui contro la nostra volontà ci estirpano dalle comode e calde viscere della genitrice.

Tu lo sai, Vergine, oh se lo sai, e nel tuo volto meraviglioso è naturale trovare rassegnazione e amarezza. Non può esserci spazio per la gioia. È molto più umano un volto turbato dalla fine piuttosto che un volto sorridente, preda dell’effimera gioia del momento.

Madre, tu sai, tu già sai che tuo figlio, quel tuo figlioletto irrequieto straripante di salute che trattieni a te, verrà deriso, verrà torturato, verrà crocifisso, inchiodato al legno come il peggiore, come il più pericoloso dei criminali. Madre, l’espressione del tuo volto tradisce questa tua consapevolezza. Ed io scalo la tela e mi unisco alla tua amarezza, alla tua malinconia, alla tua mestizia.

Ave, ave o Maria, ave o donna, ave o madre, il tuo dolore è il mio dolore, è il nostro dolore. È questo dolore atroce il destino dell’umanità, e come te è ad esso che consacro la mia esistenza.

Mi gira la testa, mi dolgono le gambe. Troppo grande è lo sforzo fisico, sì, innanzitutto fisico, che devo sostenere per penetrare nell’opera d’arte attraverso la contemplazione. È un processo faticoso, devastante, che però devo compiere, perché non posso farne a meno, perché è nella mia stramaledetta natura. Sono stanco, sono spossato. Devo sedermi. Devo riposare.

È trascorsa mezzora e devo andarmene, devo, per non restare pietrificato qui tutta la vita. Devo andarmene finché sono in tempo, finché ho ancora un briciolo di energia e di volontà per farlo, altrimenti è la fine. La fine di tutto.

Un brandello del mio corpo insignificante si strappa da sé con violenza e si va ad aggiungere ai corpi dei santi e degli apostoli. Subito il sangue inizia a sgorgare copioso. Ed è un’emorragia che non si arresterà mai.

Vado via, devo andare via, nonostante la debolezza e il giramento di testa.

Ah, Raffaello, Raffaello… Come puoi tu essere stato un uomo, un semplice uomo, come me, come noi? Tu sei stato un Dio! E un soffio del tuo respiro divino passa alla mia stupida anima mentre ti ammiro!

Un ultimo sguardo prima dell’abbandono. Un ultimo, lungo brivido. Poi il nulla, questa volta solo temporaneo.

***

Le stanze di Raffaello sono qualcosa di impressionante. Ritrovarsi finalmente faccia a faccia con la Scuola di Atene dopo anni ed anni di osservazione indiretta è davvero sensazionale. Dinanzi agli affreschi le emozioni sono meno travolgenti, meno impetuose rispetto alle tele. Sono emozioni, diciamo così, più filosofiche e razionali.

***

Davvero notevole la Madonna di Lucio Fontana. Un blocco di pietra viva alto più di tre metri nel quale la grazia della Vergine, più ideale che fisica, si confonde con la grezza durezza del materiale petroso. In merito a quest’ultimo termine, che non utilizzo casualmente, sembra proprio che le Rime di Dante prendano forma [3].

***

Ed eccomi qui, dentro al Mito, nel mezzo di Esso [4]. Ogni parola è superflua. Ogni parola è vana. C’è spazio solo per la grandezza. No, neppure. C’è spazio solo per l’immensità.

La disperazione dei dannati (tornano in mente i versi danteschi dell’Inferno) [5]. Le espressioni dei loro volti trasfigurati. Solamente con gli occhi e con i loro movimenti essi gridano: «Siamo condannati! Condannati per sempre! Non c’è più scampo! Precipitiamo in eterno nell’abisso infernale, tra le fiamme inestinguibili!». La loro resistenza a ciò che è inevitabile, a ciò che con inaudita crudeltà è stato irreversibilmente deciso, è inutile come le mie parole. Sotto la disperazione, poco più sopra il trionfo del Salvatore. Sotto il nero, sopra il bianco. Io, il grigio, nel mezzo.

Quel dito teso, proteso verso l’uomo [6], è il più grande errore di un Dio troppo vanitoso, di un Dio narciso, che clonando se stesso e creando l’essere umano firma così la propria condanna a morte. Sta nella Creazione il suicidio di Dio [7], che non è generoso né magnanimo, ma solo egocentrico. E sprovveduto. Avrebbe dovuto saperlo, conoscendo se stesso.

Nel centro del Mito il dramma del Dio. All’estremità del Mito il dramma dell’uomo. Nella posizione meno nobile, schiacciato a terra dalla forza di gravità, manifestazione della potenza dell’immensità, io.

La Cappella Sistina è la rappresentazione artistica di una tragedia.

Ho resistito alla tentazione di segnarmi prima di uscire. Perché abbia sentito questo assurdo bisogno non saprei dire. Sarà stata la suggestione. E in effetti esiste forse qualcosa di più suggestivo?

All’interno della Cappella Sistina ho compreso del tutto ciò che fino ad ora avevo solamente intuito. Si tratta di un dramma, solo di un dramma. Si tratta della trasposizione artistica della tragedia umana, alla quale neppure il dio è immune, anzi, è quello che paga il prezzo più alto. Creando l’uomo egli annienta se stesso. Neppure il Cristianesimo concede speranze – ah, quei dannati…

***

Seduto nel cortile della Pigna. È novembre, sembra maggio.

Raffaello e Michelangelo, per distacco i due più grandi artisti di sempre, annichiliscono chiunque abbia avuto un’aspirazione artistica di qualunque genere nella vita. Ammirandoli si prova gioia e dolore. Un dolore atroce, che rode nel profondo e che finisce per sovrastare la prima sensazione positiva. Allora subentra la disperazione, seguente alla consapevolezza di non sapere, e dunque di non potere creare nulla di simile. I geni mostrano a chi li osserva, a chi li ascolta oppure a chi li legge non solo la grandezza, ma anche, e forse soprattutto, la propria modestia, la propria insignificanza.

***

Laocoonte.

La tensione dei corpi. La sofferenza fisica espressa senza filtro dai volti e frammista alla paura della morte. La ferocia dei due serpenti, affamati di carne umana, solo di carne umana, solo della carne umana di Laocoonte e dei suoi due figli. È la stessa inaudita ferocia con la quale Pentesilea sbrana Achille [8]. I mostri non si avventano sulle vittime per cattiveria, ma perché hanno fame.

Il figlio di destra è l’unico a rivolgere il proprio sguardo verso le altre figure del gruppo scultoreo, nella fattispecie verso il padre, ed è uno sguardo che denota preoccupazione per la sorte dell’amato genitore. Egli è il solo a non pensare al proprio dolore, ma al dolore altrui, perché è il solo a non essere stato ancora morso dai serpenti. Il padre ed il fratello, già preda dei due mostri viscidi e sinuosi, sono oramai soli nella loro disperazione e nella loro sofferenza, e non possono che rivolgere l’attenzione verso se stessi, dirigendo i loro sguardi verso il vuoto, quel vuoto assoluto che c’è dopo la morte e che inizia a materializzarsi agli occhi delle vittime.

***

Apollo del Belvedere.

Il giudizio di Winckelmann: «il più alto ideale dell’arte fra le opere antiche che si sono conservate fino a noi».

Quell’aria di trionfo che sfocia nell’arroganza, dovuta alla consapevolezza della propria bellezza, della propria grandezza e, soprattutto, della propria immortalità.

Fantastico su di un’umanità generata dall’unione carnale tra l’Apollo del Belvedere-Adamo e la Venere di Milo-Eva. Ah, che stirpe meravigliosa ne nascerebbe! Una stirpe almeno fisicamente ideale. E non sarebbe poco.

***

Statua di Osiri-Antinoo.

Dall’imponente scultura trasuda tutto l’amore sconfinato di Adriano per il proprio favorito. Un amore reso immortale, fissato per sempre, nei secoli dei secoli.

***

Dopo cinque ore d’estasi è complicato e fastidioso tornare alla realtà, immergersi di nuovo in questo mare di merda.

NOTE

[1] La Trasfigurazione è l’ultima opera di Raffaello, esposta sul suo letto di morte.

[2] È l’epitaffio che compare sulla tomba di Raffaello nel Pantheon di Roma, composto da Pietro Bembo oppure da Antonio Tebaldeo, poeta amico del pittore.

[3] Le Rime Petrose sono un ciclo di quattro componimenti, dedicati all’amore di Dante per la donna Petra. Si caratterizzano per una particolare asprezza, e per una altrettanto particolare spietatezza. Di seguito propongo la lettura di quella che forse è la più celebre delle Rime Petrose, la canzone Così nel mio parlar voglio esser aspro:

Così nel mio parlar voglio esser aspro
com’è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d’un diaspro

tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda:
ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda
né si dilunghi da’ colpi mortali,

che, com’avesser ali,
giuncono altrui e spezzan ciascun’arme;
sì ch’io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m’asconda;

ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi,
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’l peso che m’affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sì di rodermi il core a scorza a scorza,

com’io di dire altrui chi ti dà forza?
Ché più mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov’altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch’io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d’Amor già mi manduca;
ciò è che ’l pensier bruca
la lor vertù sì che n’allenta l’opra.
E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond’elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego;
ed el d’ogni merzé par messo al niego.
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e ’l sangue, ch’è per le vene disperso,

fuggendo corre verso
lo cor, che ’l chiama; ond’io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
sì forte, che ’l dolor nel cor rimbalza:
allor dico: “S’elli alza

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
prima che ’l colpo sia disceso giuso”.
Così vedess’io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che ’l mio squatra!
poi non mi sarebb’atra

la morte, ov’io per sua bellezza corro:
ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Ohmè, perché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?

ché tosto griderei: “Io vi soccorro”.
e fare’l volentier, sì come quelli
che ne’ biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere’le allora.

S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m’ha ferito il core e che m’invola

quello ond’io ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta;
ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

[4] Il riferimento è alla Cappella Sistina.

[5] Il riferimento è al Giudizio universale di Michelangelo.

[6] Il riferimento è alla Creazione di Adamo di Michelangelo.

[7] L’espressione è tratta da Philipp Mainländer (1841-1876).

[8] Il riferimento è alla tragedia Pentesilea di Heinrich von Kleist (1777-1811).

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