Sono le sei e trenta del 2 novembre 1975, esattamente quaranta anni fa, quando una donna scopre all’Idroscalo di Ostia il cadavere dell’intellettuale italiano, e probabilmente non solo italiano, più importante del Novecento: Pier Paolo Pasolini.

«È steso in avanti, con la tempia e la guancia sinistra appoggiate a terra, il braccio destro scostato dal corpo e quello sinistro sotto. Indossa una canottiera parzialmente sollevata sul dorso, con un solo, piccolo strappo, e calzoni abbottonati alla cintola, con la cintura slacciata e la cerniera abbassata. […] è stato massacrato come difficilmente si può immaginare. È coperto di sangue, ha ecchimosi e profonde escoriazioni sulla testa, sulle spalle, sul dorso e sull’addome, ha fratture alle falangi della mano sinistra e dieci costole spezzate. Ha profonde escoriazioni al volto e il naso schiacciato verso sinistra. È stato massacrato, con una ferocia impensabile» [1].

Sic transit gloria mundi.

Per cogliere l’essenza della violenta scomparsa di Pasolini (con tutte le riserve complottistiche del caso) e al tempo stesso onorarne la memoria, basterebbe citare le parole dell’amico Alberto Moravia: «La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile» [2].

Basterebbe, è vero, tuttavia voglio provare ad aggiungere qualcos’altro.

Di tanto in tanto mi domando cosa penserebbe Pasolini dell’attuale condizione della società italiana se fosse ancora vivo, ma che dico, è una domanda sciocca e inutile. Pasolini infatti, come del resto tutti gli altri Classici, non scrive solamente della propria epoca, ma di ogni epoca, dunque anche della nostra. Basta dunque leggere le sue opere, oppure osservarle, per conoscere il suo parere sulla contemporaneità.

Tra tutti i grandi meriti del più grande intellettuale italiano del Novecento, spicca senza dubbio quello di essersi sporcato le mani, di essere sceso in strada, aver esplorato la periferia, dunque il sottosuolo della società, tentando di comprenderne i disagi e le sofferenze. Egli ha fatto quello che dovrebbe fare ogni vero intellettuale, e che oggi non si fa più. Oggi in Italia l’intellettuale non esiste, esistono solo professoroni spocchiosi e scribacchini alternativi. Ed è un vuoto che paghiamo a caro prezzo. Non un solo personaggio rappresenta oggi la coscienza critica del paese. Non uno solo.

Ah, ma basta, basta, basta versare parole vane! Meglio proporre parole utili, che a distanza di quarant’anni pesano ancora come macigni. Nel seguente articolo, tratto dagli Scritti corsari (1975) e uscito originariamente su «Paese sera» l’8 luglio 1974 sotto forma di lettera aperta ad Italo Calvino, Pasolini rimpiange il mondo contadino e si scaglia con veemenza contro la società del benessere e dei consumi, la nostra società. Un insegnamento spicca su tutti gli altri  e riecheggia potente: «[…] i beni superflui rendono superflua la vita». E forse in tutta la storia dell’umanità non c’è mai stata una vita superflua tanto quanto la nostra.

«Io so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so perché, in parte, è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io, come il dottor Hyde, ho un’altra vita. Nel vivere questa vita, devo rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell’Italietta, e sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletariato e il mondo operaio. L’ordine in cui elenco questi mondi riguarda l’importanza della mia esperienza personale, non la loro importanza oggettiva. Fino a pochi anni fa questo era il mondo preborghese, il mondo della classe dominata. Era solo per mere ragioni razionali, o, meglio, statali, che esso faceva parte del territorio dell’Italietta. Al di fuori di questa pura e semplice formalità, tale mondo non coincideva affatto con l’Italia. L’universo contadino (cui appartengono le culture sottoproletarie urbane, e, appunto fino a pochi anni fa, quelle delle minoranze operaie, ché erano vere e proprie minoranze, come in Russia nel ’17) è un universo transnazionale: che addirittura non riconosce le nazioni. Esso è l’avanzo di una civiltà precedente (o di un cumulo di civiltà precedenti tutte molto analoghe fra loro), e la classe dominante (nazionalista) modellava tale avanzo secondo i propri interessi e i propri fini politici (per un lucano – penso a De Martino – la nazione a lui estranea, è stato prima il Regno Borbonico, poi l’Italia piemontese, poi l’Italia fascista, poi l’Italia attuale: senza soluzione di continuità).
È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più alungo possibile, nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo).
Gli uomini di questo universo non vivevano un‘età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Chilanti ha chiamato l‘età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita (tanto per essere estremamente elementari, e concludere con questo argomento). Che io rimpianga o non rimpianga questo universo contadino, resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di esercitare sul mondo attuale così com’è la mia critica: anzi, tanto più lucidamente quanto più ne sono staccato, e quanto più accetto solo stoicamente di viverci.
Ho detto, e lo ripeto, che l’acculturazione del Centro consumistico ha distrutto le varie culture del Terzo Mondo (parlo ancora su scala mondiale, e mi riferisco dunque appunto anche alle culture del Terzo Mondo, cui le culture contadine italiane sono profondamente analoghe): il modello culturale offerto agli italiani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico. La conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento. È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. I dialetti (gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spazio: i figli son costretti a non parlarli più perché vivono a Torino, a Milano o in Germania. Là dove si parlano ancora, essi hanno totalmente perso ogni loro potenzialità inventiva. Nessun ragazzo delle borgate romane sarebbe più in grado, per esempio, di capire il gergo dei miei romanzi di dieci-quindici anni fa: e, ironia della sorte!, sarebbe costretto a consultare l’annesso glossario come un buon borghese del Nord! […]
Tu dirai: gli uomini sono sempre stati conformisti (tutti uguali uno all’altro) e ci sono sempre state delle élites. Io ti rispondo: sì, gli uomini sono sempre stati conformisti e il più possibile uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale. E, all’interno di tale distinzione di classe, secondo le loro particolari e concrete condizioni culturali (regionali). Oggi invece (e qui cade la “mutazione” antropologica) gli uomini sono conformisti e tutti uguali uno all’altro secondo un codice interclassista (studente uguale operaio, operaio del Nord uguale operaio del Sud): almeno potenzialmente, nell’ansiosa volontà di uniformarsi» [3].

NOTE

[1] G. Borgna, C. Lucarelli, Borgna e Lucarelli: Così morì Pasolini, da MicroMega 6/2005.

[2] A. Moravia, Un poeta e narratore che ha segnato un’epoca, articolo scritto per le due opere di Pasolini Ragazzi di vita Una vita violenta.

[3] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1990.

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