Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli».

Matteo, XIX, 13-14.

Dopo aver analizzato il rapporto tra Dostoevskij e i bambini indagando all’interno della sua sfera privata, quest’oggi spostiamo l’attenzione sulla produzione letteraria dello scrittore russo, prendendo in considerazione i suoi quattro romanzi maggiori (in ordine cronologico: Delitto e castigoL’idiotaI demòniI fratelli Karamàzov), nei quali il problema dell’infanzia – problema nel momento in cui l’adulto e la società attentano ad essa – è senza dubbio tra i temi predominanti.

In Delitto e castigo (1866) si accenna ad uno dei crimini può atroci che un uomo possa compiere nei confronti di un fanciullo: l’abuso sessuale. Protagonista di una tale carneficina è ovviamente il diabolico e dissoluto Svidrigàjlov, colui il quale in un colloquio con Raskòlnikov, parla della depravazione in questi termini:

«”In questa depravazione, almeno, c’è qualcosa di costante, anzi qualcosa che si basa sulla natura e che non è soggetto alla fantasia, qualcosa che risiede nel sangue come un carboncino perennemente attizzato, che ti eccita per sempre e che non ti sarà facile spegnere neppure quando sarai avanzato negli anni. Convenitene anche voi: non è forse, nel suo genere, un’occupazione?”» [1].

All’interno della vasta produzione dostoevskijana Svidrigàjlov non è il solo a macchiarsi di un simile delitto, anche Stavrògin, nei Demòni (1873), cede infatti alla pedofilia. Ciò che accomuna i due colpevoli, oltre al misfatto, è la fine: entrambi si uccidono. Prima di togliersi la vita però, Svidrigàjlov ha una visione. Rivede la propria vittima:

«Dalla finestra veniva un’aria umida e fredda. Senza drizzarsi in piedi, si tirò addosso la coperta e se l’avvolse intorno. Non accese la candela. Non pensava a nulla, non voleva pensare, ma dei sogni, dei brandelli di pensieri gli balenavano nella mente, senza nesso. Era caduto in un dormiveglia. Sotto l’influsso del freddo, o delle tenebre, o dell’umidità, o del vento che urlava sotto la finestra scotendo gli alberi si ridestò in lui un desiderio tenace di fantasticare, ma vedeva soltanto una grande quantità di fiori. Gli sembrava di aver davanti agli occhi un delizioso paesaggio fiorito in una giornata chiara, tiepida, quasi calda: era un giorno di festa, il giorno della Trinità. Una ricca, elegante villetta di stile inglese era tutta circondata da olezzanti macchie di fiori; la scala, luminosa e fresca, era coperta da un magnifico tappeto, fiancheggiata da vasi cinesi, pieni di fiori rari. Più di ogni altra cosa attiravano la sua attenzione alcuni mazzi di bianchi e teneri narcisi, dall’intenso profumo, chini sui loro steli d’un verde pallido, che, in vasi pieni d’acqua, adornavano le finestre. Non avrebbe voluto allontanarsene, ma salì la scala ed entrò in un vasto salone, e anche lì, presso le finestre, ai lati delle porte che s’aprivano su di una terrazza e sulla terrazza stessa, c’erano tanti fiori. Il pavimento era cosparso d’erba, un’erba fresca, odorosa, appena falciata. Dalle finestre, sotto le quali cinguettavano gli uccellini, entrava un’aria pura, imbalsamata, ma nel mezzo della sala, su una tavola coperta di drappi di raso bianco, posava una bara. Intorno a quella bara, foderata di gros de Naples, bianco, orlato di una ricca trina bianca, erano varie ghirlande di fiori. Sotto un manto di fiori giaceva una fanciulla vestita di tulle bianco, con le mani congiunte e strette sul petto, che sembravano scolpite nel marmo. Ma i suoi capelli sciolti, di un biondo chiaro, erano umidi; un serto di rose le cingeva la testa. Anche il severo profilo, già irrigidito, del suo volto sembrava di marmo, ma sulle sue pallide labbra c’era un sorriso infinitamente triste, che non aveva nulla di fanciullesco. Svidrigàjlov conosceva quella giovinetta; non vide presso la sua bara un’immagine sacra, né cero acceso, né una persona che pregasse per lei. Quella fanciulla era una suicida: s’era annegata. Aveva appena quattordici anni, ma il suo cuore era stato già spezzato, macchiato da un oltraggio orrendo, che aveva avvilito quella giovane anima, e, insozzandola di immeritata vergogna, aveva strappato a quella bimba angelicamente pura un grido di disperazione, il suo ultimo grido, che nessuno aveva udito, che s’era perduto nelle tenebre in cui ululava il vento, nella notte umida pel disgelo, atrocemente irriso…» [2].

Stesso peccato, stesso destino, ma è differente il modo in cui Svidrigàjlov e Stavrògin si suicidano. Mentre infatti il secondo si impicca, il primo si spara in testa:

«Una fitta nebbia lattiginosa gravava sulla città. Svidrigàjlov camminava sul fangoso e sdrucciolevole pavimento di legno, dirigendosi verso la Piccola Neva. Gli pareva già di veder le acque del fiume, che durante la notte s’erano molto elevate, l’isola Petròvskij, i sentieri umidi, l’erba bagnata, gli alberi, i cespugli dai quali gocciolava l’acqua e quel certo cespuglio… Con un senso di dispetto in cuore si mise a esaminare le case, per pensare ad altro. Sulla prospettiva non incontrò né un passante, né un vetturino. Le piccole case di legno, d’un giallo scialbo, sudice, con le imposte chiuse, davano un senso di tristezza. Il freddo, l’umidità gli penetravano in tutto il corpo. Fu preso da brividi. Leggeva attentamente ogni insegna di bottega che gli capitava davanti agli occhi. Arrivato ai piedi di una grande casa di pietra, dove terminava il pavimento di legno, si fermò. Un brutto cane, sporco e tremante, con la coda fra le gambe, attraversò la strada. Un uomo ubriaco fradicio, ravvolto in un mantello, giaceva bocconi sul marciapiede. Gli gettò un’occhiata e proseguì. A sinistra gli apparve l’alta torre di vedetta dei pompieri.
“Eh! ecco un buon posto!”, pensò. “Perché andare al parco Petròvskij? Almeno avrò un testimone ufficiale…” Sorridendo a quella nuova idea, svoltò in via ***. Lì s’elevava l’edificio a cui apparteneva la torre. Presso il gran portone dell’edificio, c’era un ometto, piccolo di statura, con le spalle appoggiate al muro. Era avvolto in un cappotto militare grigio e aveva in capo un elmo di bronzo sul tipo dell’elmo di Achille. Con uno sguardo sonnolento, freddo sbirciò Svidrigàjlov che gli s’era avvicinato. Sul suo volto era impressa quell’eterna espressione di tristezza arcigna, propria a tutti i volti degli ebrei. Tutt’e due, Svidrigàjlov e l’Achille, per un po’ di tempo si squadrarono scambievolmente, senza parlare. All’Achille però non parve normale che un uomo non ubriaco gli stesse fermo davanti a tre passi di distanza e lo guardasse a quel modo.
“Ohé, che vo-le-te voi?”, diss’egli restando sempre nella medesima posizione.
“Nulla, fratello. Buon giorno!”, rispose Svidrigàjlov.
“Andate via!”
“Io, fratello, vado all’estero.”
“All’estero?”
“Sì, in America.”
“In America?”
Svidrigàjlov tirò fuori la rivoltella e l’armò. L’Achille alzò le sopracciglia.
“Ohé, che fate? Certi scherzi qui non si fanno.”
“Perché non si fanno?”
“Perché non è il posto adatto.”
“Be’, fratello, non importa. Il posto è buono. Se t’interrogano, rispondi che sono andato in America.”
E appoggiò la canna della rivoltella sulla tempia destra.
“Ohé, qui non si può far questo. Il posto non è adatto!”, replicò l’Achille, sbigottito, sgranando gli occhi.
Svidrigàjlov premette il grilletto…» [3].

Compiuto un tale crimine contro l’infanzia, contro la giovinezza, dunque contro l’umanità, si può forse sfuggire alla legge, alla giustizia, ma non a se stessi, non alla propria coscienza. Il rimorso è lì, alimentato dallo spettro della vittima, tormenta il colpevole, lo erode dall’interno, come il mare erode le spiagge, lo sgretola, pezzo per pezzo e, prima o poi, lo conduce inevitabilmente all’autodistruzione.

NOTE

[1] F. M. Dostoevskij, Delitto e castigo, trad. it. di Vittoria Carafa de Gavardo, in F. M. Dostoevskij, Grandi romanzi, introduzione di Fausto Malcovati, Newton Compton editori, Roma 2002, p. 406.

[2] Ivi, p. 432.

[3] Ivi, pp. 434-435.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij (particolare), 1872.

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