Adalberto Libera, Mario De Renzi – Palazzo delle Poste in via Marmorata, Roma

Adalberto Libera, Mario De Renzi, Palazzo delle Poste di via Marmorata, Roma, 1933-34

Adalberto Libera, Mario De Renzi, Palazzo delle Poste di via Marmorata, Roma, 1933-34

Libera è uno degli architetti più originali del gruppo dei razionalisti italiani, poliedrico e capace di rinnovarsi, tanto da risultare uno dei pochi a continuare a progettare nel periodo post-fascista italiano.
Nella sua lunga carriera ci sarebbero state forse opere di maggior livello dal punto di vista architettonico, ma probabilmente nessuna rispecchia quanto il Palazzo delle Poste in via Marmorata il suo pensiero progettuale.
Nell’edificio realizzato insieme a Mario De Renzi, il corpo tipico dell’edificio postale viene stravolto e smembrato per essere ricomposto in una pianta a C che non nasconde però le differenti funzioni: mentre nei corpi avanzati il raffinato gioco di losanghe cela il corpo scale in maniera magistrale (pur non volendo mascherare la trama strutturale), nella parte centrale, arretrata rispetto alla strada, si apre al pubblico in quella che sarà la zona dedicata all’aspetto ricettivo delle poste.
In questo edificio Libera raccoglie l’eredità e la sontuosità dell’Architettura romana e classica, pur mantenendo un aspetto moderno tipico della cultura artistica contemporanea. Le Corbusier stesso riconoscerà che “l’ufficio postale di Testaccio è romano, ma carico di formalismo moderno”. 

 

Giuseppe Terragni – Casa del Fascio, Como

Giuseppe Terragni, Casa del Fascio, Como, 1932-36

Giuseppe Terragni, Casa del Fascio, Como, 1932-36

Il vate dell’Architettura razionalista, il maestro incomparabile del “Gruppo 7” e non solo, il cardine tra l’antico e il moderno è senza dubbio Giuseppe Terragni.
Con la Casa del Fascio raggiunge un livello espressivo superiore: un parallelepipedo complesso in un’alternanza di spazi, che riprende in edicole il rapporto tra pieni e vuoti sovrapposti in un filone che parte dall’Alberti e passa per Michelangelo fino ad arrivare all’architetto lombardo. Il materiale scelto è ovviamente il marmo, comune a molte opere razionaliste italiane, sgargiante e bianco posto a simbolo di purezza.
L’edificio di Terragni si erge a caposaldo dell’Architettura razionalista nonostante al suo interno rappresenta la ribellione stessa al regime, almeno dal punto di vista artistico: all’aspetto materico e simbolico del blocco cubico in marmo contrappone delle sottrazioni e dei tagli che risultano brutali: il suo modus operandi risulta autonomo e avanzato ed in alcuni aspetti paragonabile ad una sintesi tra Gropius e Le Corbusier.
Lo stesso Bruno Zevi descriverà la sua poetica come “manieristica di altissimo livello, atta ad astrarre un messaggio originale dalla contaminazione degli etimi”.

 

Giuseppe Pagano Pogatschnig – Istituto di Fisica, Roma

Giuseppe Pagano Pogatschnig, Istituto di Fisica, Roma, 1932-35

Giuseppe Pagano Pogatschnig, Istituto di Fisica, Roma, 1932-35

Il più importante direttore di Casabella, storica rivista arhitettonica nata nel 1928, fu anche eccellente Architetto ma non troppo prolifico nelle sue produzioni a causa della sua prematura morte in un campo di concentramento nella bassa Austria. La sua politica, in un primo momento conciliante con il partito fascista, lo portò in seguito ad abbandonare la militanza in favore dei movimenti sotterranei che si contrapponevano al partito italiano: questo lo condannò a morte.
Il suo edificio più rappresentativo è l’Istituto di Fisica, all’interno del complesso della Città Universitaria di Roma, progettata e supervisionata da Marcello Piacentini. L’Istituto si presenta come uno dei più semplici della Città, rispondendo in maniera contraria al monumentalismo che regnava nei progetti a lui contemporanei.
Pagano è il simbolo dell’impegno civile all’interno del panorama razionalista (motivo per cui Zevi criticherà il suo operato) ma non per questo è mero esecutore e privo di poesia. Pagano è infatti delicato progettista, attento al contesto, capace mediatore tra il bisogno civile intrinseco del luogo e l’aspetto formale dell’edificio.

Mario Ridolfi – Palazzo delle Poste in piazza Bologna, Roma

Mario Ridolfi, Palazzo delle Poste di piazza Bologna, Roma, 1933-35

Mario Ridolfi, Palazzo delle Poste di piazza Bologna, Roma, 1933-35

Uno degli architetti più prolifici dell’intero ‘900, fu anche in giovane età vicino al movimento Razionalista italiano. Nel Palazzo delle Poste in piazza Bologna a Roma risulta persino innovativo nella scelta delle forme così sinuose e morbide che sembrano modellate da un fiume, ma al tempo stesso classico e severo come nella scelta del modulo per le finestre e nelle imponenti colonne classiche. E’ un’opera giovanile, ma già dice molto ed è altrettanto valida da collocarsi nelle migliori del suo decennio.

Lapadula, Guerrini e Romano – Palazzo della Civiltà Italiana, Roma

Lapadula, Guerrini e Palazzo della Civiltà Italiana, Roma, 1938-53

Lapadula, Guerrini e Romano, Palazzo della Civiltà Italiana, Roma, 1938-53

E’ semplicemente l’opera più importante ed iconica del ventennio fascista: classica, razionale e perentoria.
All’estro incompreso dell’architetto Lapadula si aggiungono Guerrini e Romano, con i quali viene concluso il progetto di quello che sarebbe stato il simbolo del nuovo “impero” romano, in contrapposizione con l’ellittico anfiteatro Flavio: il nuovo “Colosseo quadrato” è un parallelepipedo alto 60 metri e largo 53, con la sua forma rigida sembra imporre la propria ragione ed urla dalla sua sommità che quello italiano è «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori». Niente di più vero e niente di più falso. E’ uno spot, è un messaggio psicologicamente accattivante e racchiuso nella politica fascista di conquista delle masse proletarie, le quali compiaciute leggendo il messaggio si sarebbero sentite parte di quel “miracolo” italiano.
E’ il simbolo dunque di una razionale costruzione societaria, uguale in ogni suo piano e forte solo nella sua unità: il complesso del Palazzo della Civiltà è l’irreale perfezione e la surreale immagine di un regime che aveva fallito.

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