Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli».

Matteo, XIX, 13-14.

È il 22 febbraio del 1868 quando a Ginevra Anna Grigor’evna Snitkina (1846-1918), sfinita dalle dolci sofferenze del parto, dà alla luce Sonja, la primogenita di Fëdor Dostoevskij (1821-1881).

Lo scrittore, estasiato, «la portava, la cullava nelle braccia e lasciava il lavoro per correre vicino ad essa appena sentiva la sua piccola voce».

All’entusiasmo subentra presto la disperazione. L’infante muore infatti dopo neppure tre mesi di vita, il 12 maggio, e Dostoevskij accusa il colpo.

Egli «soffriva, piangeva, gridava, singhiozzava come una donna davanti al corpo freddo della molto amata bambina: copriva il suo piccolo viso pallido e le sue mani minuscole di baci ardenti».

Pochi giorni dopo il terribile lutto, precisamente il 18 maggio, Dostoevskij scrive in una lettera indirizzata all’amico Majkov:

«Quella piccola cosa di tre mesi, così insignificante e così piccola, era già per me una personalità e un carattere. Essa cominciava a conoscermi, ad amarmi, e sorrideva quando io mi avvicinavo ad essa. Quando le cantavo delle canzoni con la mia voce curiosa essa aveva piacere di sentirle. Non piangeva e non aggrottava le ciglia quando l’abbracciavo e cessava di piangere quando mi curvavo sopra di essa. Ed ecco che per consolarmi mi dicono che avrò altri bambini. Ma dov’è Sonja? Dov’è questa piccola persona per la quale, lo dico arditamente, mi farei volentieri crocifiggere, purché fosse viva?».

Il dolore del padre per la perdita della figlia è smisurato, illimitato. Dostoevskij dichiara con ardore che sacrificherebbe persino se stesso, proprio come Cristo si è sacrificato per l’intera umanità, pur di riportare in vita la piccola Sonja. Volentieri lo scrittore si farebbe crocifiggere, volentieri si farebbe inchiodare piedi e mani nel legno, in cima ad un nuovo Golgota, emulando l’amato Salvatore, con lo scopo di restituire il soffio vitale a quel fragile corpicino di appena tre mesi oramai rinchiuso in una minuscola bara e sepolto diversi metri sotto terra.

Il tempo passa, si rincorrono uno dopo l’altro giorni di acuta sofferenza, e dopo un mese dalla tragedia il dolore non si è ancora placato, anzi, sembra aumentare, ingrossare come ingrossa un fiume a causa di un violento nubifragio.

Dostoevskij afferra carta e penna e prorompe in una lettera, ancora una volta indirizzata a Majkov e datata 22 giugno:

«Amico mio, io so e credo che voi mi compiangete realmente e sinceramente. Ma io non sono mai stato più disgraziato che in questi ultimi tempi. Non vi descriverò nulla, ma più il tempo passa, più il ricordo diventa amaro e più nitida l’immagine della mia Sonja morta. Ci sono dei momenti che posso sopportare appena. Essa mi conosceva già, e il giorno della morte, quando io uscii di casa per andare a leggere i giornali, non pensando che avrebbe cessato di vivere due ore più tardi, essa mi seguiva dappertutto con gli occhi; mi ha guardato con una tale attenzione, che io vedo ancora i suoi occhi e sempre più distintamente. Io non la dimenticherò mai e non cesserò mai di soffrirne. Anche se ci fosse concesso di avere un altro bambino, io non posso capire come farò per amarlo. Dove troverò l’amore? Io ho bisogno di Sonja. Non posso comprendere ch’essa non sia più, che non la rivedrò mai più».

In questi passi attinti dal fitto epistolario di Dostoevskij è racchiusa l’essenza della paternità. Il grande scrittore russo ama i bambini più di ogni altra cosa, e oltre alle intime parole appena proposte, è nell’enorme quantità di figure puerili, fanciullesche che compaiono all’interno della sua vasta e straordinaria produzione letteraria, che possiamo comprendere l’esatta dimensione di questo suo amore sconfinato e totalizzante – che induce persino qualcuno ad accusarlo di pedofilia, ignominiosa calunnia – per l’infanzia, pari solamente a quello che egli nutre per Cristo. E in effetti i bambini si caratterizzano proprio per quella purezza e per quel candore d’animo peculiare del Salvatore.

Così come Cristo, un Cristo innanzitutto uomo, i bambini incarnano per Dostoevskij il lato buono, innocente e vergine della vita. Quel lato da salvaguardare, e che spesso invece viene contaminato, umiliato e offeso dagli adulti, come fanno Svidrigajlov in Delitto e castigo (1866) e Stavrògin nei Demòni (1873), che abusano sessualmente di due creaturine indifese causandone la morte.

La difesa dell’infanzia, l’unica età dell’uomo degna di essere vissuta, almeno secondo il mio punto di vista, è un tema straordinariamente attuale – la triste vicenda del piccolo Aylan, il bimbo siriano di appena tre anni trovato morto sulle coste turche, ne è una brutale conferma -, e l’attenzione che Dostoevskij riserva ai bambini è la stessa che dovremmo riservare noi a queste creaturine pure ed innocenti, anche solo per il rispetto che dobbiamo a quel fanciullo che un tempo siamo stati ed ora, purtroppo, non siamo più.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij (particolare), 1872.

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