Dinanzi ai problemi fondamentali, esistenziali, come quello riguardante il senso della vita, secondo Blaise Pascal (1623-1662) [1] l’uomo reagisce abbandonandosi al divertissement (“distrazione”, “diversione”, “divertimento”), termine filosofico con il quale il pensatore francese indica il complesso di occupazioni, relazioni, intrattenimenti quotidiani e sociali. Attraverso il lavoro ed il divertimento l’uomo rifugge dalla propria infelicità e dalle questioni più annose:

«Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci» [2].

La totale assenza di passioni, di occupazioni, di passatempi, il riposo assoluto, è quanto di più intollerabile possa esserci per l’uomo. È infatti in simili circostanze, quando è solo con se stesso, che egli percepisce con spaventosa chiarezza tutta la sua nullità, tutta la sua inutilità ed insignificanza. L’uomo, senza altro da fare, riflette sulla propria natura e sulla propria condizione e allora prende atto del carattere drammatico, vacuo e dipendente della sua esistenza. Da ciò scaturiscono sentimenti terribili come la noia, l’angoscia, l’inquietudine, la melanconia e la disperazione.

Il più grande merito di tutte le occupazioni sociali, siano esse lavorative, familiari o ludiche, è quello di distrarre l’uomo. Per questo motivo egli si getta nel gioco, nella compagnia, nella conversazione, nell’attività lavorativa, nella guerra, in cerca di quella spensieratezza e di quella confusione attraverso le quali poter dimenticare la propria condizione miserevole. Egli non vive mai nel presente, ma in attesa del futuro:

«Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali» [3].

Così l’uomo si lascia stordire dal divertissement e giunge alla morte del tutto insensibile ai problemi fondamentali che implica l’esistenza. Ovviamente un tale atteggiamento non è degno di un essere umano, il quale, secondo Pascal, non deve distogliere lo sguardo dalla propria pochezza, dalla propria insignificanza, annullando così se stesso, ma accettarla e indagarla:

«L’uomo è manifestamente nato a pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo pregio; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente. Ora, l’ordine del pensiero esige che si cominci da sé» [4].

Solamente attraverso la consapevolezza della propria miseria l’uomo può vivere davvero, e non solo sperare di vivere, giungendo alla comprensione dei problemi esistenziali. L’accettazione della propria inconsistenza, della propria irrilevanza è per Pascal il fondamento della vita e la base di partenza della ricerca filosofica.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul pensiero di Pascal si consiglia la lettura dell’articolo Blaise Pascal – Il senso della vita come problema fondamentale.

[2] B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino 1962.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

In copertina: Augustin Pajou (1730-1809), Blaise Pascal (particolare), Museo del Louvre.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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