Dopo aver esaminato la vita e la poetica di Jacopone da Todi (1236 circa – 1306), ci apprestiamo a concludere il discorso relativo al religioso umbro proponendo la lettura e l’analisi di alcuni dei suoi componimenti più significativi, tratti dalla sua raccolta di Laude, la cui editio princeps, ovvero la prima edizione a stampa, risale al 1490.

O SEGNOR, PER CORTESIA

O Segnor, per cortesia,
manname la malsania,

A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana
co la granne etropesia.

A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e ’n canna la squinanzia.

Mal degli occhi e doglia de fianco
e l’apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d’onne tempo la fernosia.

Aia ’l fecato rescaldato,
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.

A me vegna le fistelle
con migliaia de carvoncigli,
e li granchi siano quilli
che tutto repien ne sia.

A me vegna la podagra,
mal de ciglio sì m’agrava;
la disenteria sia piaga
e le morroite a me se dia.

A me venga el mal de l’asmo,
iongasece quel del pasmo,
como al can me venga el rasmo
ed en bocca la grancìa.

A me lo morbo caduco
de cadere en acqua e ’n fuoco,
e ià mai non trovi luoco
che io affritto non ce sia.

A me venga cechetate,
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate,
e d’onne tempo en trapparia.

Tanto sia el fetor fetente,
che non sia null’om vivente
che non fugga da me dolente,
posto ’n tanta ipocondria.

En terrebele fossato,
ca Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato
da onne bona compagnia.

Gelo, granden, tempestate,
fulgur, troni, oscuritate,
e non sia nulla avversitate
che me non aia en sua bailia.

La demonia enfernali
sì me sian dati a ministrali,
che m’essercitin li mali
c’aio guadagnati a mia follia.

Enfin del mondo a la finita
sì me duri questa vita,
e poi, a la scivirita,
dura morte me se dia.

Aleggome en sepoltura
un ventre de lupo en voratura,
e l’arliquie en cacatura
en espineta e rogaria.

Li miracul’ po’ la morte:
chi ce viene aia le scorte
e le vessazione forte
con terrebel fantasia.

Onn’om che m’ode mentovare
sì se deia stupefare
e co la croce signare,
che rio scuntro no i sia en via.

Signor mio, non è vendetta
tutta la pena c’ho ditta:
ché me creasti en tua diletta
e io t’ho morto a villania.

Il primo aspetto che colpisce ed inquieta il lettore è senza dubbio l’odio feroce, a tratti ossessivo nei confronti del proprio corpo, fonte di peccato e di perdizione da punire, da mortificare, da annientare a tutti i costi. Jacopone invoca su di sé, ed è una preghiera folle ed impetuosa, le peggiori malattie, sollecitate con un entusiasmo febbrile ed autolesionistico sorprendente. Ne viene fuori un’implorazione ai limiti del delirio, della pazzia.

In questo componimento il caratteristico pessimismo del religioso si manifesta con conturbante chiarezza. Jacopone esalta gli aspetti più ripugnanti e spregevoli della realtà, invoca piaghe, fistole, foruncoli, bubboni, emorroidi ed ulcere, e lo fa con giubilo, trasportato dall’esaltazione. La sua poesia è quanto ci possa essere di più lontano dalla contemporanea lirica cortese e stilnovistica. Egli disprezza e rifiuta il mondo, secondo il principio del contemptus mundi, celebrandone i tratti più orribili.

Il frate ha una concezione del tutto tetra della vita, e tale concezione si protrae anche dopo il trapasso: egli prega che il suo corpo colpevole e abbietto venga sepolto all’interno del ventre di un lupo, che i suoi resti diventino escrementi, che il suo nome riecheggi sinistro causando angoscia e sgomento tra i suoi simili. È chilometrica la distanza che separa Jacopone da San Francesco (1182-1226). Mentre quest’ultimo esalta il creato e le bellezze in esse contenute, ad esempio nel Cantico delle creature (1224), Jacopone anela all’autodistruzione, e nei suoi versi è del tutto assente la prospettiva di un riscatto nell’aldilà. Egli si posiziona controcorrente rispetto alle opinioni comuni, abituali. Mentre gli uomini pregano Dio chiedendogli di migliorare la propria sorte, il religioso invoca il Signore affinché la peggiori.

In copertina: Teodor Axentowicz, L’anacoreta, 1881.

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