Personalmente, sottoscrivo appieno la decisione della «Stampa» di pubblicare quest’oggi, proprio in prima pagina, lo scatto del cadavere di un bimbo siriano – si chiamava Aylan e aveva appena tre anni – abbandonato sulla spiaggia. Questo è fare giornalismo, questo è fare informazione: senza mezzi termini, senza compromessi né falsi e ipocriti perbenismi sbattere in faccia al lettore la realtà dei fatti, nuda e cruda, senza filtri (strano a dirsi di un giornale il cui vice direttore ha fondato il suo successo proprio sul perbenismo). E a chi non sta bene, che volti pure lo sguardo dall’altra parte, continuando a pensare ai propri affarucci insignificanti, al proprio orticello improduttivo e avvelenato.

Tuttavia, contrariamente a quanto scrive il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi, nell’editoriale, credo che quella fotografia non rappresenti solamente la morte dell’Europa, ma dell’umanità intera.

Osservo quel corpicino fradicio e privo di vita disteso sulla sabbia umida, accarezzato dall’onda. Mi chiedo: perché? Impossibile trovare una risposta ad una simile domanda. Come può un bambino pagare a così caro prezzo la degenerazione, l’imbarbarimento, o meglio, l’imbestiamento del genere umano? Quell’istantanea atroce e al tempo stesso commovente dilata il problema, lo amplia a dismisura: non si tratta solo di emigrazione, di immigrazione, di profughi. Si tratta del destino dell’uomo. E il destino dell’uomo è segnato. Se in tal senso si aveva ancora qualche dubbio, il cadavere di quell’innocente creatura morta tra le onde lo fuga definitivamente, per sempre.

C’era un tempo, neanche troppo lontano, in cui avevo fiducia nell’umanità. Un tempo in cui credevo che questo mondo fosse solamente un errore, che l’uomo non potesse essere questo. Ebbene, quel tempo non esiste più, a maggior ragione da questa mattina, dalla vista di quella fotografia. Se neppure la vita di un bambino, il bene più prezioso, è salvaguardata, allora significa che qualunque forma d’avvenire è impossibile. Siamo destinati all’onta, alla distruzione, all’estinzione.

Ripenso alle parole di Dostoevskij dedicate ai bambini nei Fratelli Karamazov. Ora venitemi a dire che Ivan ha torto. Come può esistere un Dio, un qualunque Dio? No, non esiste nessun Dio. E come possiamo noi, dopo aver osservato quello scatto, dopo aver osservato il cadavere del piccolo Aylan di appena tre anni, come possiamo ricominciare a vivere come se nulla fosse? Come possiamo riprendere la nostra attività di tutti i giorni? Possiamo, sì, possiamo. Perché se una tragedia non ci tocca in prima persona reagiamo con sdegno per qualche secondo, poi subito dopo dimentichiamo e procediamo per la nostra strada, riprendiamo il lavoro e le faccende domestiche come ogni sacrosanto giorno.

Eppure la morte dell’innocente ed indifeso Alyan dovrebbe segnarci a vita, da qui fino alla fine dei nostri giorni, dovrebbe farci aprire gli occhi, dovrebbe scuoterci, in un modo o nell’altro. Dovrebbe renderci finalmente consapevoli di quanto questo mondo faccia schifo e di quanto i politicanti giochino sulla nostra pelle infischiandosene e perseguendo solamente i loro loschi e sporchi interessi. Perché ieri non è morto solamente un bambino, no. Siamo morti noi tutti. È morta l’umanità intera. E la resurrezione non è che una favoletta.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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