Ah, se il costume me lo permettesse,
come mi calerei giù a crogiolarmi
con voluttà nell’acqua, pari a un luccio!

H. v. Kleist, Lo spavento al bagno, 1808.

Tra i molti aspetti che separano Heinrich von Kleist (1777-1811) dagli autori romantici a lui contemporanei, spicca l’assenza di una vocazione lirica, diciamo così, pura. Certo, in alcune delle opere teatrali del tormentato drammaturgo tedesco si raggiungono vette poetiche elevatissime, straordinarie, eppure i passi in questione sono sempre in funzione di un lavoro ben più ampio e complesso. Non sono versi fini a se stessi, ma inglobati all’interno di un processo di creazione che non è esclusivamente e pretenziosamente lirico. In opere come l’Anfitrione, la Kätchen oppure la Pentesilea, Kleist utilizza la poesia come strumento funzionale alla costruzione ed allo sviluppo della vicenda.

All’interno della pur vasta e variegata produzione kleistiana le liriche vere e proprie sono una rarità. Se si escludono gli Epigrammi, appartengono a questa categoria di genere il poemetto Lo spavento al bagno, l’ode patriottica Germania ai suoi figli ed il sonetto celebrativo Alla regina di Prussia.

Quest’oggi proponiamo la lettura del poemetto, pubblicato nel 1808 sul «Phöbus», un idillio, come recita il sottotitolo, caratterizzato dal divertente ed ambiguo dialogo tra due giovani donne, l’una nuda e immersa nelle acque di un lago, l’altra bramosa e nascosta dietro un cespuglio.

La ragazza impegnata in un rigenerante e sospetto bagno notturno, in balia di un calore evidentemente sessuale, cerca refrigerio nelle fresche acque di un lago. A qualche metro di distanza un’amica, sfruttando l’oscurità, ne ammira la bellezza fingendosi il fidanzato Fritz, del quale imita burlescamente, ma efficacemente la voce. Johanna desidera le grazie dell’avvenente Margarethe (il nome è un evidente richiamo parodistico alla Gretchen goethiana sedotta nel Faust) e, servendosi del buio e della folta vegetazione, appaga, almeno in parte, la propria brama omosessuale. Il tutto si conclude in una burla, della quale finiscono per ridere entrambe le giovani, ma è evidente che sotto la maschera dello scherzo si cela un impulso sessuale insopprimibile, che tuttavia non può concretizzarsi, in quanto sconveniente per le convenzioni sociali dell’epoca, incarnate nella fattispecie dai repressivi comandamenti cristiani (la Bibbia viene definita con disprezzo «un certo libro nero»). In questo senso emblematiche le parole di Johanna: «Ah, se il costume me lo permettesse, / come mi calerei giù a crogiolarmi / con voluttà nell’acqua, pari a un luccio!».

Lo spavento al bagno è un canto di voluttà repressa, che si allontana dalla tradizionale concezione dell’idillio, nel quale i personaggi sono inseriti in un contesto di armonia ideale e pura, candida ed illibata, verginale e virtuosa, dunque irreale. Come scrive Frick, «l’idillio di Kleist non mostra persone in uno stato di innocenza, bensì riflette il dilemma dei personaggi che hanno perso la loro innocenza nel conflitto tra “natura” e “costume morale”» [1]. Si tratta dell’ennesima manifestazione del carattere avanguardista [2] del drammaturgo tedesco rispetto alla propria contemporaneità, ancorata a triti e ritriti moduli romantici che non prevedono nulla di simile. Ed è anche, e forse soprattutto, questa chilometrica distanza che separa Kleist dal proprio tempo, presente in modo più o meno evidente in ogni sua singola opera (il più emblematico e sconvolgente caso è senza dubbio rappresentato dalla Pentesilea, e dal modo in cui l’Amazzone uccide Achille, sbranandolo), a renderlo un autore immenso, inarrivabile.

LO SPAVENTO AL BAGNO

Un idillio

Johanna
Sveglia la Grethe, piena di furbizia,
nessuno come lei qui nel villaggio. “Mammina” dice,
e come contro il freddo della notte
si annoda un fazzoletto sotto il mento:
«Lascia la porta aperta, quella dietro,
ho un agnello malato nel recinto,
gli vado a dare olio di lavanda».
E paff! Non al recinto va, si cala,
sulla sponda del lago, l’imbrogliona. –
Caldo è stato, da maturare il grano,
questo giorno di maggio, come i fiori
ogni membro del corpo era sfinito. –
Com’è bella la notte! Come splende muto
il paesaggio nella luce lunare!
Capovolte s’immergono le cime
delle Alpi nel lago cristallino!
Se lo fanno i ghiacciai, dèi benedetti,
che deve fare il povero mortale preda della calura?
Ah, se il costume me lo permettesse,
come mi calerei giù a crogiolarmi
con voluttà nell’acqua, pari a un luccio!

Margarethe
Fritz! – Un mortale spavento mi ha afferrato!
Fritz, ancora una volta: o Maria e Giuseppe!
Chi parla nella siepe del lilà?
Strano come il pioppo argenteo mormora!
Paff, olio di lavanda e luccio e buon costume,
viene da lui, dalle sue rosse labbra?
Ma è lontano Fritz, è là sui monti
alla caccia del cervo che ci ha pestato il mais.
Se non l’avessi visto che prendeva lo schioppo,
potrei giurare che a parlare è lui.

Johanna
Ma certo! Diana che in cornice d’oro
sotto vetro mi splende, dea della castità,
con stesi ai piedi i suoi cani assetati,
esausta di cacciare ha dato frecce e arco
alle giovani ninfe che l’attorniano:
per rinfrescar le membra non si è scelta,
la saggia, la sorgente nella grotta.
Qui Atteone, lo sventurato umano, non l’avrebbe
scoperta e la giovane fronte non avrebbe
a tutt’oggi le corna. Come sbatte
contro le rocce il lago solitario! E dall’alto
come si curva l’olmo nell’intrigo
di prugnolo e sambuco, un geloso sembra
l’abbia così intessuto che nemmeno,
che nemmeno la luna può vederla
bella come Dio la fece la mia Gretchen.

Margarethe
Fritz!

Johanna
Che brama il mio tesoro?

Margarethe
O vergognoso!

Johanna
O cielo, come l’anitra s’immerge!
Con che gorghi furiosi sopra il capo
le si richiude l’acqua! Nulla più che galleggi
se non la chioma nel suo nastro di seta,
la chioma dalle punte luccicanti.
A Halle tre operai della salina ho visto immergersi,
ma non è niente, vedi questo ratto!
Ehi, fanciulla, ehi Margarethe, affoghi!

Margarethe
Aiuto, salvami, o mio Padre celeste!

Johanna
Be’ cosa c’è? –
Mai si è vissuta da che mondo è mondo
una cosa del genere! Guarda, c’è il cacciatore,
Fritz che, lo sai, domani ti conduce all’altare! –
Invano! Ecco che di nuovo sprofonda!
Quando di nuovo scenderà la notte
io la conoscerò come a memoria,
da capo a piedi, la saprò descrivere
a occhi chiusi. Mentre adesso, al bagno
per un caso spiata fa come se volesse prendere il velo
e mai essere vista da occhio d’uomo!

Margarethe
Puah! Scostumato, odioso!

Johanna
Finalmente!
Finalmente ora accetti il tuo destino.
Ti sei messa dove il fondo di ghiaia
come oro riluce e stammi zitta.
Di che tremavi, bimba mia adorata?
Il lago grande, tutto uno splendore,
è difatti un manto di pudore
come quello in velluto, a strisce d’oro,
con cui appari la domenica in chiesa.

Margarethe
Fritz, mio sopra tutti caro, dammi ascolto:
vuoi ancora domani andare in chiesa?

Johanna
Se io lo voglio?

Margarethe
Di sicuro? Hai questo desiderio?

Johanna
Ma certo, la campana è prenotata.

Margarethe
Ebbene, ora ti supplico: storna lo sguardo!
Lascia la sponda, svelto, sull’istante!
Lasciami sola!

Johanna
Ah, come fanno luce le sue spalle!
Ah, come quei ginocchi che l’onda lascia
mandano un bagliore! Mi sembra un sogno.
Ah, come le manine, saldamente intrecciate,
tutta la bimba come fusa in cera
che pur vacilla reggono su quel fondo di ghiaia.

Margarethe
Ebbene a perdonarmi sia la Vergine!

Johanna
Esci dall’acqua? Ah, Gretchen! Mi spaventi?
Nascondo il volto al tronco dell’ontano,
chiudo in aggiunta gli occhi. Poiché tutto, credimi,
vorrei al mondo ma non irritare
la mia bimba adorata. Svelta, svelta!
La camiciola – prendi, eccola lì.
E ora la gonnella con i suoi bordi azzurri!
Poi le calze di seta e i reggicalze
che hanno su impresso un cuore fiammeggiante!
E ancora il fazzoletto? Gretchen, sei pronta?
Posso voltarmi, bimba?

Margarethe
Tu, spudorato!
Vattene, cercati un letto per domani,
una ragazza del luogo che ti piaccia.
Tu in chiesa me non mi ci porterai!
Sappi che chi mi abbia vista nuda
non mi rivede nuda né vestita!

Johanna
Padre, Signor Iddio, in tanta disgrazia
non resta a consolarmi che una cosa.
Io in un letto nuziale ci andrei pure,
come negarlo? ma, bimba cara, in quello
di Sigismund, il servo capo, non del tuo.

Margarethe
Che cosa dici?

Johanna
Cosa?

Margarethe
Ma guarda che burlona!
È Johanna, la serva, nelle vesti di Fritz!
E m’imita nascosta in un cespuglio
la rude maschia voce del mio Fritz!

Johanna
Ah ah ah!

Margarethe
Avrei dovuto immaginarlo! Avrebbe
dovuto dirmelo, quand’ero là nell’acqua
il mignolo che prude. E quando hai detto
«guarda la ninfa, come là si crogiola!»
e «che dici, piccina, devo calare
giù per la sponda fino a te nell’acqua?»,
ecco allora avrei detto: «perché no?
Vieni giù, Fritz, il giorno è stato caldo,
il bagno ci rinfresca, posto per due non manca».
Ti avrei disonorata, o spudorata,
io che peggio di te sono tre volte.

Johanna
Sarebbe stato bello. Sappi che una ragazza
costumata non scherza su queste cose – insegna
da qualche parte un certo libro nero.
Ma adesso il busto, te l’allaccio io:
che non sia qui a origliare il cacciatore,
non ci trovi qui a scherzare.
Deve passar di qui sulla via di ritorno
e sarebbe un peccato, vero, Gretchen?
che anche nel busto non ti rivedesse [3].

NOTE

 

[1] Werner Frick, Männlicher Blick aus weiblichen Augen. Heinrich von Kleists erotische Idylle «Das Schrecken im Bade» (1808) und die verlorene Unschuld der Literatur, in Resonanzen. Festschrift für Hans Joachim Kreutzer zum 65. Geburstag, a cura di Sabine Doering, Waltraud Maierhofer e Peter Philipp Riedl, Königshausen & Neumann, Würzburg 2000.

[2] L’utilizzo del termine “avanguardista” ha lo scopo di mettere chiaramente in risalto il notevole scarto che separa Kleist dalla sua contemporaneità, e allude al fatto che saranno proprio le avanguardie del Novecento a rivalutare la sua produzione, per lo più bistrattata nel XIX secolo (Simone Germini, Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist, Roma 2015).

[3] Heinrich von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Anna Maria Carpi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, pp. 1030-1036.

In copertina: Gustave Courbet, Il Sonno, 1866.

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