Devo pensare, – diceva quasi ad alta voce. – Devo mettere ordine prima che sia troppo tardi…

T. Mann, I Buddenbrook, 1901.

Anche l’uomo di successo, ricco, a capo di una grande azienda, tra le più importanti del paese, in possesso di una casa straordinaria e di un guardaroba lussuoso, invidiato, temuto, stimato e rispettato da tutti, soprattutto da coloro che contano, e che compongono l’alta società, eletto senatore e sposato con una donna meravigliosa, che gli ha donato il tanto atteso erede maschio, anche un siffatto uomo, benedetto dalla fortuna, graziato, prima o poi si rende conto che tutto ciò che lo circonda, per quanto bello e dorato, non è eterno, ma avrà una fine. Prima o poi, sentendo approssimarsi con spaventosa velocità la morte, si accorge che nella vita non esiste solamente ciò che è materiale, fisico, tangibile, e come tale possiede una forma ben delineata ed un contenuto certo, ma che c’è altro, qualcosa di indefinibile, di ineffabile, che riguarda la dimensione spirituale e astratta dell’uomo.

È il caso di Thomas Buddenbrook, assieme alla sventurata sorella Tony e all’ipocondriaco fratello Christian, tra i protagonisti del celebre romanzo d’esordio di Thomas Mann (1875-1955) pubblicato nel 1901, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia.

A questa presa di coscienza, il più delle volte dolorosa, ed ai seguenti turbamenti, il grande scrittore tedesco dedica pagine splendide, memorabili, tra le più intense dell’intera opera, che riporto di seguito. Pagine di fatto universali – è questo il tratto distintivo del Classico, la sua universalità -, comuni ad ogni uomo, spesso impegnato nella ricerca di qualcosa che vada oltre il puro e becero materialismo, e conferisca valore alla sua vita di per sé vacua ed insignificante, superflua.

«Era la piena estate dell’anno 1847. Nubi rotonde d’un bianco argenteo solcavano il cielo turchino cupo sopra la leggiadra simmetria del giardino, fra i rami del noce gli uccelli mandavano trilli interrogativi, la fontana ciangottava in mezzo a una corona di alti gladioli violacei, e il profumo dei lilla si mescolava purtroppo con quello della melassa che un soffio d’aria calda portava dal vicino zuccherificio. Con stupore del personale il senatore adesso lasciava sovente l’ufficio nelle ore di lavoro, per passeggiare in giardino con le mani dietro la schiena, o rastrellare la ghiaia, o togliere il fango dalla fontana, o legare a un sostegno un tralcio di rose… La sua faccia dalle sopracciglia chiare, una delle quali un poco inarcata, sembrava intenta a quelle occupazioni; ma i suoi pensieri vagavano lontani nel buio seguendo i loro ardui sentieri.
Talvolta saliva sulla piccola terrazza del giardino, si sedeva nel padiglione tutto rivestito di vite rampicante e fissava senza vederlo il muro rosso della sua casa. L’aria era dolce e calda, e pareva che i placidi suoni all’intorno gli parlassero per blandirlo e cullarlo. Stanco di fissare il cuoto, stanco di solitudine e di silenzio, egli chiudeva gli occhi ogni tanto, per riscuotersi tosto e cacciar via da sé quella pace: “Devo pensare, – diceva quasi ad alta voce. – Devo mettere ordine prima che sia troppo tardi…”
E lì nel padiglione, sulla poltroncina a dondolo di vimini gialli, restò un giorno per quattro ore di seguito a leggere con sempre crescente commozione un libro che un po’ cercato un po’ per caso gli era capitato fra le mani… […]
Una contentezza ignota, un’immensa riconoscenza gli empiva l’anima. Provava la soddisfazione incomparabile di vedere come una mente poderosa e superiore si fosse impossessata della vita, di questa vita così forte, crudele e beffarda, per sottometterla e condannarla… la soddisfazione di colui che soffre e che di fronte alla durezza e alla freddezza della vita ha sempre tenuto nascosta la sua sofferenza, con vergogna e con cattiva coscienza, e a un tratto dalla mano di un grande, di un saggio, si vede largito il diritto razionale e solenne di soffrire per colpa del mondo, di questo migliore dei mondi possibili, che con mordace ironia gli vien dimostrato il peggiore di tutti i mondi possibili.
Non capiva tutto: principi e premesse non gli apparivano chiari, e il suo cervello, poco esercitato a simili letture, non poteva seguire certe concatenazioni di idee. Ma appunto l’alternarsi di luce e di tenebra, di ottusa incomprensione, di vaghi barlumi e di improvvisa chiarezza lo teneva col fiato sospeso, e le ore volavano senza che alzasse gli occhi dal libro o mutasse posizione sulla seggiola.
All’inizio aveva saltato alcune pagine, e andando avanti rapidamente nella ricerca inconscia e affrettata dell’essenziale si era soffermato soltanto su qualche capitolo più attraente. Poi incontrò un lungo capitolo che lesse dalla prima all’ultima parola, con labbra strette e sopracciglia aggrottate, e un volto severo, quasi senza vita, insensibile a tutto ciò che gli stava d’intorno. Il capitolo era intitolato: “Della morte e del suo rapporto con l’intrinseca indistruttibilità del nostro essere”.
Gli mancavano poche righe quando alle quattro la cameriera scese in giardino per annunziare il pranzo. Egli accennò di sì, lesse gli ultimi periodi, chiuse il libro e si guardò intorno… Si sentiva l’anima indicibilmente allargata e piena di una pesante, oscura ebbrezza, la mente annebbiata e inebriata da qualcosa di meravigliosamente nuovo, affascinante e promettente, che faceva pensare al primo trepido struggimento d’amore. Ma quando con mani fredde e incerte ripose il libro nel cassetto del tavolo da giardino, il suo cervello in fiamme, dominato da una strana pressione, da una tensione paurosa, come se qualcosa vi stesse per scoppiare, era incapace di formulare un pensiero.
“Che cosa è stato? – si chiese entrando in casa, salendo lo scalone e sedendosi a tavola coi suoi… – Che cosa mi è accaduto? Che cosa ho appreso? Che cosa mi è stato rivelato, a me, Thomas Buddenbrook, consigliere comunale di questa città, titolare della dittà Johann Buddenbrook…? Era destinato a me? Potrò sopportarlo? Non so che cosa sia stato… so solamente che è troppo, è troppo per il mio cervello borghese…”
Rimase tutto il giorno in uno stato di ebbro ed oscuro sbalordimento, sopraffatto e senza pensieri. Poi venne la sera, ed egli, incapace di reggere ancora la testa sulle spalle, si coricò presto. Dormì per tre ore di un profondissimo sonno, come non gli era mai accaduto prima. Poi si svegliò di colpo, con quel delizioso sgomento di chi si desta solo, con un amore nascente nel cuore.
[…]
Ed ecco, improvvisamente fu come se le tenebre si lacerassero davanti ai suoi occhi, come se la parete vellutata della notte si squarciasse rivelando una immensa, sterminata, eterna vastità di luce… “Io vivrò!” disse Thomas Buddenbrook quasi a voce alta, e si sentì tremare il petto in un singhiozzo interiore. “Voleva dire questo, che io vivrò! Esso vivrà… e che questo ‘esso’ non sia io è soltanto un inganno, un errore che la morte correggerà. È così, è così!… Perché?” E a quella domanda la notte si richiuse dinanzi ai suoi occhi. Di nuovo egli non vide, non seppe e non capì più nulla e si lasciò ricadere sui cuscini, abbagliato e spossato da quel poco di verità che gli era stato dato d’intravvedere.
Giacque immobile, in fervida attesa, quasi tentato di pregare perché la luce ritornasse a illuminarlo. E la luce tornò. A mani giunte, senza ardire di muoversi, egli poté vedere…
Che cos’era la morte? La risposta non gli fu data con povere e presuntuose parole: egli la sentì, possedendola nel più profondo di sé. La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia, come quello, la si poteva misurare. Era il ritorno di uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai più spregevoli legami, dalle più odiose barriere… il risarcimento di una lacrimevole sciagura.
Fine, disfacimento? Tre volte da compatire chi provi orrore di questi vani concetti! Che cosa finisce, che cosa si dissolve? Null’altro che questo corpo… questa personalità e individualità, questo goffo, caparbio, grossolano, detestabile impedimento a essere qualcosa di diverso e di migliore!
Non è ogni uomo uno sbaglio, un passo falso? Non cade, appena nato, in una dolorosa cattività? Carcere! Prigione! Ceppi e catene dappertutto! Dietro le inferriate della sua individualità, l’uomo contempla senza speranza le mura di cinta delle circostanze esteriori, finché viene la morte e lo chiama al ritorno in patria e alla libertà.
L’individualità!… Ah, ciò che si è, che si può e che si ha sembra misero, grigio, insufficiente e tedioso; ciò che invece non siamo, non possiamo e non abbiamo, a questo aneliamo, con quell’invidia bramosa che diventa amore perché ha paura di diventare odio.
Io porto in me il germe, il principio, la possibilità di tutti gli sviluppi e di tutte le azioni… Dove potrei essere, se non fossi qui? Chi, che cosa, come potrei essere se io non fossi io, se questa mia persona non mi rinserrasse, e non separasse la mia coscienza da quella di tutti coloro che non sono io? L’organismo! Cieca, incauta, deplorevole eruzione della volontà che urge! Meglio, davvero, che tale volontà erri libera nella notte senza tempo e senza spazio piuttosto di languire in un carcere fiocamente illuminata dalla fiammella tremula e vacillante dell’intelletto!
Ho sperato di continuare a vivere in mio figlio? In una personalità ancor più pavida, più fiacca, più indecisa? Puerile e fallace demenza! A che mi giova un figlio? Non ho bisogno di figli!… Dove sarò, quando sarò morto? Ma è chiarissimo, è estremamente semplice! Sarò in tutti coloro che abbiano mai detto io, che lo dicono o lo diranno; ma specialmente in coloro che lo dicono più pienamente, più energicamente, più lietamente…
In qualche parte del mondo cresce un fanciullo ben dotato e ben riuscito, capace di sviluppare le sue attitudini, diritto e sereno, puro, crudele e allegro, una di quelle creature la cui vista accresce felicità ai felici e spinge gli infelici alla disperazione: quello è mio figlio. Quello sono io… appena… appena la morte mi libererà dall’idea falsa e miserabile ch’io non sia tanto lui che io…
Ho mai odiato la vita, questa vita pura, forte e crudele? Stoltezza, malinteso! Solo me stesso ho odiato, mi sono odiato perché non la potevo sopportare! Ma io vi amo… vi amo tutti, voi che siete felici, e presto cesserò di esser diviso da voi per colpa di una opprimente prigionia; presto ciò che dentro di me vi ama, il mio amore per voi, spezzerà i vincoli e sarà con voi e in voi… con voi e in voi tutti!
Thomas piangeva; col viso affondato nei cuscini piangeva tremando, sollevato come se fosse ebbro di una felicità che non aveva la pari al mondo per dolorosa dolcezza. Era questo, era proprio questo che dal giorno innanzi lo riempiva di un’indefinibile ebbrezza, che a notte fonda si era mosso dentro il suo cuore e l’aveva destato come un amore che sboccia. E ora, che poteva comprenderlo e riconoscerlo – non in parole e pensieri coerenti, ma in improvvise e beatificanti illuminazioni del suo spirito – egli era già libero, era già veramente redento, era già affrancato da tutti i vincoli, da tutti gli ostacoli naturali e artificiali. Le mura della sua città, dov’egli si era rinchiuso volutamente e consapevolmente, s’aprivano e rivelavano al suo sguardo il mondo il mondo intero, di cui in gioventù aveva veduto questo e quel pezzetto; e la morte prometteva di donarglielo tutto. Le ingannevoli nozioni di spazio e di tempo, e quindi della storia, la preoccupazione di sopravvivere storicamente e con onore nei discendenti, la paura di un disfacimento, di una decomposizione finale… tutto ciò sgomberava il suo spirito e non gli vietava più di capire l’eternità. Nulla aveva inizio e nulla aveva fine. C’era soltanto il presente infinito, e quella forza in lui, che amava la vita d’un amore dolorosamente soave, insistente ed estatico, e di cui la sua persona era soltanto un’espressione mancata, avrebbe sempre saputo trovare le vie d’accesso a questo presente.
“Io vivrò!” egli mormorava fra i guanciali, piangeva, e un momento dopo non sapeva più perché. Il suo cervello si era fermato, il suo sapere si era spento, e di nuovo non v’era più altro in lui che oscurità silenziosa. “Ma ritornerà!” egli assicurava a se stesso. “Non l’ho già posseduta?…” E mentre sentiva che il sonno e lo stordimento lo adombravano irresistibilmente, giurò a se stesso di non rinunziare mai a quell’immensa felicità, ma di raccogliere le proprie forze per leggere, studiare, imparare finché avesse fatto sua la concezione della vita donde tutto ciò procedeva.
Ma non fu possibile, e già al mattino seguente, svegliandosi con un lievissimo senso di disagio per le stravaganze mentali del giorno prima, presentì che quei bei proponimenti non sarebbero stati attuati».

Thomas Mann, I Buddenbrook, trad. it. di Anita Rho, Giulio Einaudi Editore, Torino 2014, pp. 594-599.

Thomas Buddenbrook sente la morte avvicinarsi, è deluso dalle attitudini del figlio Hanno – fanciullo sensibile e amante della musica che ha gli attributi dell’artista, non del commerciante -, e allora si getta alla ricerca di qualcosa che dia un senso più profondo, più spirituale che materiale, alla sua vita. Trova entusiasmanti risposte nella lettura di una delle opere filosofiche più importanti mai scritte, ovvero Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) di Arthur Schopenhauer (1788-1860), pensatore amato soprattutto in gioventù da Thomas Mann.

Il ricco senatore si getta con esaltazione e avidità tra le pagine del celebre saggio, e la notte seguente alla lettura ha una eccezionale illuminazione. Thomas si desta di colpo, il velo di Maya si lacera, si squarcia fino a scomparire del tutto, il fenomeno si dissolve ed ecco che appare in tutto il suo splendore il noumeno. Il protagonista approda finalmente alla verità.

Entusiasmo, lacrime, felicità, nuovi e rivoluzionari propositi. Tutto bello, tutto commovente, ma dannatamente fragile, estemporaneo. Già il giorno seguente all’illuminazione, Thomas cambia atteggiamento, e svegliandosi prova addirittura «un lievissimo senso di disagio per le stravaganze mentali del giorno prima». Egli non prenderà più in mano il testo che, seppur per poche ore, aveva rappresentato la svolta, se non per riporlo nella libreria. «[…] dopo aver teso avidamente le mani verso le supreme e ultime verità, ricadde stanco nei concetti e nelle immagini di cui fin dall’infanzia gli avevano insegnato l’uso reverenziale», ovvero in quegli insegnamenti religiosi privi di eccitazione e di spunti critici.

Ma neppure nell’idea «del Dio uno e trino» il protagonista troverà la consolazione. Thomas ha fallito nella sua ricerca, e non può far altro che gettarsi di nuovo, e con più impeto di prima, nei piaceri materiali della vita. Perché la ricerca di quell’altro che compone l’esistenza dell’uomo può anche non andare a buon fine. Ed una tale disfatta è forse la più dolorosa e crudele manifestazione del fatto che, in realtà, l’altro non esiste, e noi siamo soli in noi stessi, soli nella nostra vanità, nella nostra insignificanza, nella nostra inutilità, nella nostra insensatezza.

 

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