È il 1900, e Thomas Mann (1875-1955) ha appena ventisei anni quando in Germania esce il suo primo romanzo, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia. L’opera ottiene un immediato successo, e consacra il giovanissimo e talentuoso scrittore alla gloria, all’immortalità, spalancandogli in un battibaleno le dorate porte dell’Olimpo della letteratura.

Nonostante la giovanissima età, Mann dimostra già nell’opera d’esordio di possedere delle doti di scrittura fuori dal comune. Nei Buddenbrook il puro, cristallino ed enorme talento letterario dell’autore della Morte a Venezia (1912) si manifesta sin dalla prima pagina e si protrae fino all’ultima. Tuttavia ci sono momenti narrativi, più di altri, in cui esso si mostra vivido, quasi febbrile, in tutta la sua incommensurabilità.

Personalmente, all’interno dei Buddenbrook, ritengo che l’apoteosi del talento di Mann si raggiunga nella quarta parte del romanzo, e precisamente nel capitolo undicesimo, quello dedicato all’improvvisa dipartita del ricco commerciante e console Johann Buddenbrook, che dà il via alla scalata del figlio Thomas, futuro senatore. Poche, pochissime pagine rispetto alle innumerevoli che compongono questo monumentale affresco della borghesia tedesca del XIX secolo, ma straordinarie, impressionanti, cariche di una tensione che improvvisamente si sfascia, si spezza come una sottile corda tirata ben oltre il limite delle sue possibilità estensive.

Durante una domenica estiva, in apparenza come tutte le altre, l’intera famiglia riunita in un’unica stanza, in attesa, la quiete assoluta, il terrore, l’afa insopportabile, l’apnea, il magnifico, oserei dire sublime volo rasoterra di una rondine – un’immagine di rara bellezza e di rara potenza che rimane impressa nella mente del lettore, e che sottolinea con eccezionale efficacia l’atmosfera opprimente -, poi finalmente la crepa, la rottura, la pioggia impetuosa e l’immane, definitiva tragedia.

Di seguito, l’eccezionale passo in questione. Buona lettura.

«Ciò che segue avvenne alla fine dell’estate del ’55, una domenica dopo pranzo. I Buddenbrook erano nella sala dei paesaggi e aspettavano il console che, al piano di sotto, stava ancora vestendosi. Avevano combinato una gita domenicale con la famiglia Kistenmaker a una trattoria fuori porta. Vi partecipavano tutti, tranne Klara e Klothilde che ogni domenica pomeriggio andavano da un’amica a far calze per i piccoli negri; avrebbero fatto merenda laggiù e, se il tempo lo consentiva, sarebbero andati in barca sul fiume.
– Col babbo è una disperazione, – disse Tony che aveva l’abitudine di usare parole forti. – Non è mai pronto all’ora stabilita. Sta seduto alla scrivania… e non si muove… deve ancora finir questo… e quest’altro… Dio mio, forse è proprio necessario, non voglio dir niente… eppure non credo che si farebbe bancarotta se lui posasse la penna un momento prima. Bene… quando è già dieci buoni minuti in ritardo si ricorda dell’appuntamento e viene di sopra facendo gli scalini a due a due, pur sapendo benissimo che si fa venire la congestione e il batticuore. E succede così tutte le volte che usciamo! Non può prendersela con comodo? Non può muoversi in tempo e camminare adagio? È una cosa insensata. Se fossi in te, mamma, gli farei un discorso serio…
Vestita di seta cangiante, secondo l’ultima moda, Tony era seduta sul sofà accanto alla madre, che portava un abito più pesante di seta grigia a coste guernito di merletto nero. In capo aveva una cuffia di pizzo e di tulle rigido legata sotto il mento con un fiocco di raso, e i capi le cadevano sul petto. Fra le mani bianche delicatamente venate d’azzurro teneva una borsetta poumpadour. In una poltrona al suo fianco era seduto Tom e fumava una sigaretta, mentre Klara e Thilda sedevano vicino alla finestra, l’una di fronte all’altra. Era veramente incomprensibile come mai la povera Klothilde ingurgitasse tutt’i giorni tanta roba buona e nutriente senza il minimo profitto; diventava sempre più magra, e il vestito nero tagliato come un sacco non l’abbelliva di certo. In mezzo al viso lungo, grigio, apatico, sotto i capelli lisci color cenere sporgeva il naso diritto e poroso che s’ingrossava in punta.
– Credete che non pioverà^ – domandò Klara. La ragazza aveva l’abitudine di non alzar mai la voce nelle domande, e guardava tutti in viso con un’espressione risoluta e un po’ severa. Il suo vestito marrone era ornato soltanto da un collettino bianco rovesciato, stirato all’amido, con polsini uguali. Sedeva rigida, con le mani in grembo. Le persone di servizio la temevano più di tutti, era lei che recitava ad alta voce le orazioni mattutine e serali, perché il console non poteva più legger forte senza che gli venisse mal di capo.
– Prendi la mantellina per stasera, Tony? – chiese di nuovo. – Pioverà. Peccato per la mantellina nuova. fareste meglio a rimandare la gita…
– No, – ribatté Tom; – vengono i Kistenmaker. Non fa niente… il barometro è sceso troppo in fretta… ci sarà un piccolo nubifragio, un rovescio… ma durerà poco. Tanto papà non è ancora pronto. Aspetteremo che passi.
La consolessa alzò una mano, in un gesto di deprecazione: – Credi che ci sarà un temporale, Tom? Lo sai che io ho paura.
– No, – disse Tom. – Stamane al porto ho parlato col capitano Kloot. È infallibile. Ci sarà un acquazzone… senza neanche un gran vento.
Quella seconda settimana di settembre aveva portato una tardiva canicola. Col vento di austro-scirocco l’estate aveva gravato sulla città peggio che in luglio. Il cielo d’un azzurro inconsueto aveva brillato sui tetti, smorto nell’orizzonte come nei deserti; e dopo il tramonto, nelle viuzze strette, case e marciapiedi emanavano, come stufe, un calore soffocante. Quel giorno il vento s’era voltato a ponente, e nello stesso tempo il barometro era sceso a precipizio… Una gran parte del cielo era ancora azzurra, ma vi si ammassava lentamente un cumulo di nubi grigio-azzurre, spesse e molli come cuscini.
Tom soggiunse: – Mi sembra, del resto, che la pioggia sia la benvenuta. Ci sarebbe da soffocare, se dovessimo camminare con quest’atmosfera. Un calore simile non è naturale. Non l’ho sentito neanche a Pau…
In quel momento entrà Ida Jungmann conducendo per mano la piccola Erika. La bimba portava un abitino di cotone inamidato di fresco, diffondeva un buon odore di talco e di sapone ed era molto buffa a vedersi. Aveva il colorito roseo e gli occhi del signor Grünlich; ma il labbro superiore era quello di Tony.
La buona Ida era già tutta grigia, quasi bianca, benché avesse appena passato la quarantina. Ma era una particolarità di famiglia; anche lo zio, quello che era morto di singhiozzo, era già incanutito a trent’anni. I piccoli occhi bruni di Ida, però, erano buoni, vivaci e attenti. Ormai stava da vent’anni in casa Buddenbrook ed era orgogliosa di sapersi indispensabile. Era lei che soprintendeva alla cucina, alla dispensa, agli armadi della bianchieria e al vasellame, faceva gli acquisti più importanti, leggeva forte alla piccola Erika, cuciva vestiti per le sue bambole, lavorava con lei e a mezzogiorno, armata d’un pacchetto di tartine, andava a prenderla a scuola e la portava a passeggio sui bastioni. Tutte le signore dicevano a Madame Buddenbrook o alla figlia: – Mia cara, com’è brava la sua governante! Dio mio, quella vale tanto oro quanto pesa, davvero! Vent’anni… e a sessanta e più sarà ancora in gamba. Quella gente dall’ossatura solida… e che occhi fedeli! Gliela invidio proprio, mia cara! – Ma Ida Jungmann si teneva su; sapeva chi era, e quando sui bastioni una comune domestica veniva a sedersi sulla stessa panchina col bambino che le era affidato e faceva per attaccar discorso da pari a pari, la signorina Jungmann diceva: – Erika, tesoro, qui c’è corrente, – e cambiava posto.
Tony attirò a sé la figlioletta e la baciò sulle gotine rosee, dopo di che la nonna le tese il palmo della mano con un sorriso un po’ distratto… perché stava osservando ansiosa il cielo che s’incupiva sempre più. Con la sinistra tormentava nervosamente il cuscino del sofà, e i suoi occhi chiari guardavano irrequieti fuori della finestra.
Erika ebbe il permesso di sedersi accanto alla nonna e Ida s’accomodò su una seggiola, senza appoggiarsi allo schienale, e si mise a lavorare all’uncinetto. Così stettero tutti in silenzio, aspettando il console. L’aria era opprimente. Fuori l’ultimo pezzetto d’azzurro era scomparso, e il cielo d’un grigio plumbeo era basso, pesante e gravido. I colori della sala, le tinte dei paesaggi sulla tappezzeria, il giallo dei mobili e delle tende erano spenti, le sfumature dell’abitino di Tony non cangiavano più, e gli occhi delle persone non avevano più fulgore. E il vento, il vento di ponente, che poco prima scherzava ancora fra gli alberi nel cimitero di Santa Maria e sollevava la polvere in piccoli mulinelli nella strada buia, era caduto. Per un attimo ci fu una quiete assoluta.
Poi, improvvisamente, ecco giunto il momento… qualcosa di spaventevole accade, senza alcun suono… L’afa parve raddoppiata, l’atmosfera sembrò esercitare una pressione che, aumentando rapidamente nello spazio di un secondo, turbava il cervello, opprimeva il cuore, toglieva il respiro… Nella strada una rondine volò così bassa da sfiorare il selciato con le ali… E quel peso inesplicabile, quella tensione, quell’ambascia crescente dell’organismo, sarebbe diventata intollerabile se avesse durato ancora una minima frazione di secondo… se, raggiunto il culmine, non fosse seguita subito la distensione, il capovolgimento… una piccola frattura liberatrice avvenuta silenziosamente chi sa dove, e che pure si credeva quasi di udire… se nello stesso momento, senza preannunzio di goccioloni, non fosse scrosciata la pioggia con tale violenza da far spumeggiare l’acqua nei rigagnoli inondando i marciapiedi…
Thomas, abituato dalla malattia a controllare le manifestazioni dei suoi nervi, in quello strano istante s’era piegato in avanti, aveva portato una mano alla fronte e buttato via la sigaretta. Si guardò intorno, per vedere se anche gli altri l’avessero sentito e notato. Gli parve di osservare qualcosa in sua madre; gli altri non sembravano essersi accorti di nulla. Adesso Madame Buddenbrook guardava la pioggia che cadeva fitta nascondendo interamente la chiesa di Santa Maria, e sospirò: – Dio sia ringraziato!
– Bene, – disse Tom. – In due minuti rinfrescherà. Adesso là fuori gli alberi saranno tutti grondanti, e prenderemo il caffè nella veranda. Thilda, apri un po’ la finestra.
Il rumore della pioggia entrò più sonoro. Era addirittura un fragore. Tutto crepitava, gorgogliava, sciaguattava e spumeggiava. Il vento s’era di nuovo alzato e investiva allegro la fitta cortina di pioggia, lacerandola e sbattendola in qua e in là. L’aria si rinfrescava di minuto in minuto.
A un tratto Line, la cameriera, arrivò di corsa dalla galleria e irruppe nella sala così precipitosamente che Ida Jungmann esclamò in tono di rimprovero: – Ma Line, dico!…
Gli occhi azzurri e inespressivi di Line erano sbarrati, e le sue mascelle per qualche istante si mossero invano…
– Ah, signora, venga, venga per carità… Dio mio che spavento!…
– Brava, – disse Tony, – ha di nuovo rotto qualcosa. La porcellana più fine, scommetto. Mamma, il tuo personale…
Ma la ragazza proruppe angosciata: – No, no, signora Grünlich, magari fosse solo quello… ma si tratta del signore, io volevo portargli le scarpe, e il signor console è lì sul seggiolone e non può parlare, e soffia soltanto, in un modo… e io credo che non stia bene, perché il signor console è anche troppo giallo…
– Da Grabow! – gridò Thomas spingendola fuori.
– Mio Dio! Oh mio Dio! – gridò la consolessa, alzando al viso le mani giunte e correndo via.
– Da Grabow… con una carrozza… subito! – ripeté Thomas senza fiato.
Scesero le scale a precipizio, attraversarono la saletta della colazione, entrarono in camera da letto.
Ma Johann Buddenbrook era già morto».

Thomas Mann, I Buddenbrook, trad. it. di Anita Rho, Giulio Einaudi editore, Torino 2014, pp. 220-225.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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