Da quando esiste, l’uomo, si interroga su quale sia la forma e il modo di interagire e di vivere una città perfetta. Ovviamente l’aumento e il modificarsi dei fenomeni sociali è cambiato nel corso della storia, forgiando a sua volta un nuovo concetto di “Città ideale” di secolo in secolo. Da un capannello di anime intorno ad un fuoco, ad un ancestrale bisogno di caverna, di protezione, di un tetto, è in realtà al tempo stesso la necessità attuale dell’architettura, quello di chiudere un cerchio, come direbbe Bruno Zevi, arrivando ad un “grande zero” tornando ad appartenere alla terra come nel caso dei primi insediamenti. Ma nel mezzo c’è un mondo: c’è Babele, c’è l’uomo e il Rinascimento, ci sono le utopie urbane e quelle umane. In questo, e nei prossimi articoli, cercheremo di discendere insieme il percorso che ci ha condotto fin qui, e capire dove si è arrivati.

Forse la giusta partenza ce la fornisce proprio la genesi, anche se in chiave religiosa, ma la costruzione proprio della torre di Babele costituisce uno dei primi tentativi inscritti nel capitolo “utopie urbane”. Gli uomini in quel caso chiamarono a sé tutte le persone presenti invocandole: Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Gen. 11, 1-9). L’intento era quello di toccare il cielo, una mania di grandezza non perdonata, ma è già un principio, una metafora importante sull’importanza dell’uomo e l’idea neonata di città.

Pieter Bruegel, Torre di Babele, 1563.

Pieter Bruegel, Torre di Babele, 1563.

Fortunatamente l’idea di arrivare in cielo con una torre è stata accantonata per qualche secolo, anche se negli ultimi anni le sfide ingegneristiche sembrano voler tentare di nuovo l’impresa che fu biblica, grattando la pancia del cielo finché non venga giù. Comunque Platone non la pensava così, tanto da trovare in alcuni “dialoghi” (come “Repubblica” e “Leggi”) dei passaggi che diverranno fondamentale nel delineare i confini e la forma della “città utopica”.

La riflessione di Platone apre a teorie politiche che confinano con l’utopia. Nel dialogo sulla Repubblica arriva a delineare le dimensioni e i modi per raggiungere l’obiettivo “ideale”, affermando per la prima volta che “la città non potrebbe mai essere felice in altro modo, se non allorché ne tracceranno il disegno quei pittori che fanno uso del modello divino”. L’idea è innovativa, poiché ipotizza una nuova città “disegnata” su misura da artisti: è un arcaica richiesta di urbanistica.

D’altra parte invece i suoi archetipi mantengono una visione eccessivamente idealistica, non trovando una corrispondenza architettonica reale e compiuta che traduca l’eccellente utopia politica e filosofica in forme. Come già detto l’unica condizione che pone a livello compositivo è sullo schema urbano che la città dovrà assumere, disprezzando in maniera assoluta qualsiasi maglia rigidamente regolare, una caratteristica che per Platone significa sgradevolezza estetica.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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