In una serena e fresca notte di primavera, termino la lettura di Guerra e pace. Ripongo il libro, respiro, rifletto, respiro di nuovo.

Mi chiedo: cosa provo? Una forte delusione. In bocca quel fastidioso retrogusto amaro tipica conseguenza di una grande aspettativa disattesa.

Tolstoj è a tratti frivolo, superficiale. La cronaca storica cruda, autentica – e naturalmente noiosa in quanto si tratta di un’opera letteraria – appesantisce oltremodo la narrazione ed affatica la lettura. L’indagine psicologica è ridotta ai minimi termini, talvolta del tutto assente, e i personaggi restano così, a metà, come ritratti incompiuti. Tolstoj non si spinge mai al di là, non getta mai lo sguardo nelle profondità dei caratteri, non esplora gli orfici anfratti dell’animo o gli arabeschi oblii della mente. I sogni, seppur rivelatori, non bastano. Dostoevskij è altro.

Confrontando i capolavori dei due più grandi scrittori russi, Guerra e pace ed I fratelli Karamazov – in quanto tali sono considerati dalla stragrande maggioranza -, la superiorità dell’opera di Dostoevskij è netta e a tratti imbarazzante. È lo stesso Tolstoj ad ammetterlo quando ripudia l’intera sua produzione precedente al 1881, l’anno della famigerata conversione, di cui Guerra e pace fa parte, e soprattutto quando, ad ottantadue anni suonati, in fuga dalla sua cara Jasnaja Poljana, porta con sé proprio I fratelli Karamazov. Dostoevskij denuda, a tratti con conturbante ferocia Fedor Pavlovic, Dmitrj, Ivan, Alëša e Smerdjakov.

Guerra e pace è epica. Come epica è la più celebre e notevole opera di Victor Hugo, I miserabili, e, contrariamente a Tolstoj, lo stesso scrittore francese ammette di aver tratto ispirazione da Omero e Virgilio. Ebbene, mettendo a confronto il «titanico poema di Parigi e dei suoi bassifondi» [1], come Reim definisce I miserabili, con il mitizzato poema della Russia e dei suoi salotti, si vede quest’ultimo capitolare di nuovo, rovinosamente, come al cospetto dei Fratelli Karamazov.

I miserabili possiedono una forza incredibile, che trascina il lettore più volte fino alle lacrime. Hugo coinvolge, strattona, colpisce. Tolstoj è l’amorevole, ma poco entusiasmante carezza della nonna, Hugo è l’appassionato ed impetuoso bacio dell’amante. I vari Pierre Bezuchov, Nataša Rostova, Andrej Bolkonskij, Nikolaj Rostov e Mar’ja Bolkonskaja non hanno la potenza esplosiva dei vari Jean Valjean, Javert, Fantine, Cosette e Marius Pontmercy.

E nelle righe conclusive, mentre Tolstoj si lancia in riflessioni storiche che anestetizzano, Hugo, nel capitoletto emblematicamente intitolato L’erba nasconde e la pioggia cancella, mostra come la morte ed il tempo, inesorabili e crudeli, cancellino persino la memoria degli eroi più grandi, con la stessa facilità con la quale si cancella il gesso dalla lavagna:

«Nel cimitero del Père Lachaise, presso la fossa comune, lontano dal quartiere elegante di quella città dei sepolcri e da tutte quelle tombe di fantasia che sfoggiano davanti all’eternità le orrende mode della morte, in un angolo deserto, lungo un vecchio muro sotto un gran sasso su cui si arrampicano i convolvoli, tra le gramigne e i muschi, giace una pietra. Essa non è più esente delle altre dai guasti del tempo, dalla muffa, dal lichene e dallo sterco degli uccelli. L’acqua la rende verdognola, l’aria l’annerisce. Non è vicina ad alcun sentiero, e nessuno va mai da quella parte, perché l’erba è alta e ci si bagnano i piedi. Quando splende un po’ di sole v’accorrono le lucertole. Tutt’intorno si sente il lieve sibilo dell’avena selvatica; e nella primavera le capinere vanno a posarsi sull’albero per cantare. Quella pietra è nuda. Chi la tagliò provvide appena all’indispensabile per una tomba, e non si preoccupò d’altro che di farla abbastanza lunga e stretta per coprire un corpo. Non vi si legge alcun nome. Solo, molti anni fa una mano vi tracciò a matita i quattro versi seguenti, che la pioggia e la polvere hanno reso a poco a poco illegibili, e probabilmente a quest’ora saranno cancellati del tutto.

Dorme. Sebbene la sorte fosse molto strana per lui.
Viveva. Morì quando disparve il suo angelo;
La cosa venne da sé, semplicemente.
Come scende la notte quando il giorno se ne va» [2].

Perché confrontare Guerra e pace ed I fratelli Karamazov? Perché, come detto, sono considerati i capolavori dei due più grandi scrittori russi, e non solo russi, di tutti i tempi, Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij. Perché confrontare Guerra e pace ed I miserabili? Perché, mettendo in pratica le teorie di György Lukács e Michail Bachtin [3], sono i due più grandi poemi epici dell’Ottocento.

Guerra e pace conferma le impressioni non proprio esaltanti già provate tempo addietro dal sottoscritto durante la lettura di Anna Karenina. Oggi ne ho la conferma: il vero ed imponente Tolstoj è quello post 1881, quello nato dalla conversione, autore di opere eccezionali come ResurrezioneLa sonata a KreutzerLa morte di Ivan Il’ičPadre Sergij.

[1] Riccardo Reim, Misères et mystères, in V. Hugo, I miserabili, Trad. it. di E. De Mattia riveduta da R. Reim, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 11.

[2] V. Hugo, I miserabili, Trad. it. di E. De Mattia riveduta da R. Reim, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 958.

[3] M. Bachtin – G. Lukács, Problemi di teoria del romanzo: metodologia letteraria e dialettica storica, trad. it., Torino, Einaudi, 1976.

In copertina: Leonid Osipovič Pasternak, Illustrazione di un episodio tratto da “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, 1893.

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