Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza?

Il 63 a.C. è l’anno di grazia di Marco Tullio Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.). Eletto console, privilegio raro per un homo novus [1], sventa la celebre congiura di Catilina. Sfugge fortunosamente all’agguato tesogli dai catilinari, che lo vogliono morto, e l’8 novembre pronuncia in Senato, convocato nel tempio di Giove Statore sul Palatino, la prima delle quattro Catilinarie, proprio al cospetto di un isolato Catilina.

Cicerone si rivolge direttamente al cospiratore, lo intimidisce, lo aggredisce e lo incalza con impeto, suscitando l’entusiasmo dei presenti. Catilina subisce in silenzio, ascolta ed accusa il colpo, ripiegato in se stesso nel suo colpevole isolamento. Le Catilinarie rappresentano, insieme alle Filippiche, il vertice dell’orazione dell’Arpinate, il vero e proprio trionfo della sua eloquenza grandiosa e patetica, irriverente e tagliente, velenosa e caustica. Cicerone raggiunge vette di intensità straordinarie che, così come allora trascinarono i senatori romani, oggi trascinano noi lettori ammirati.

Facendo riferimento alla felice definizione dello Pseudo Longino [2], rielaborandola, Cicerone è un veemente e travolgente incendio, che prima avviluppa e poi incenerisce Catilina. Dopo aver sfacciatamente ascoltato la prima delle quattro orazioni, al cospiratore non resta che fuggire a gambe levate da Roma. Il suo destino è oramai segnato.

Di seguito, il celebre ed eccezionale incipit della I Catilinaria. Buona lettura.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina, 1880 circa, affresco collocato presso Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana a Roma.

[1] Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità che non conosce freno? Non ti fanno nessuna impressione né il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l’ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del senato, né l’espressione del volto dei presenti? Non t’accorgi che le tue trame sono palesi? Non vedi che la tua congiura, conosciuta com’è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo? Chi di noi, a tuo avviso, ignora cos’hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?

[2] Che tempi! Che costumi! E il senato comprende bene tutto ciò, il console lo vede: eppure costui è ancora in vita. In vita? Ma non basta! Si presenta perfino in senato, partecipa alle deliberazioni di stato e con lo sguardo indica, destinandolo alla morte, ognuno di noi. Noi invece, da uomini pieni di coraggio quali siamo, riteniamo di compiere il nostro dovere verso la patria sol che riusciamo a scansare le armi al servizio della follia di costui! È a morte Catilina, che già da tempo si sarebbe dovuto condurti per ordine del console; è contro di te che si sarebbe dovuto rivolgere quel colpo mortale che tu già da un pezzo vai macchinando contro tutti noi. [3] E dunque, mentre quella gran personalità che era il pontefice massimo Publio Scipione, poté, pur essendo un privato cittadino, uccidere Tiberio Gracco, rivolto a sconvolgere solo in parte l’ordinamento costituzionale, noi, che siamo consoli, continueremo a sopportare fino alla fine un Catilina smanioso di mettere a ferro e fuoco tutto il mondo? Ma la storia troppo antica io la lascio da parte: come per esempio l’atto di Gaio Servilio Ahala che uccise di sua propria mano Spurio Melio che aveva mire rivoluzionarie. È in passato, sì, in un passato ormai remoto che esisteva in questo nostro paese una siffatta energia d’azione, che le pene con le quali quegli uomini veramente coraggiosi reprimevano le macchinazioni sovversive di un concittadino erano più gravi di quelle con cui colpivano il più pericoloso dei nemici. Noi, Catilina, un decreto del senato contro di te lo abbiamo, sì, ed improntato ad energica severità; non manca alla nostra repubblica né l’intelligenza politica né la volontà di deliberare di quest’assemblea: siamo noi, sì, noi consoli – lo dichiaro apertamente -, che le manchiamo.

Cicerone, Le orazioni, 4 voll., a cura di G. Bellardi, UTET, Torino 1975-1981.

[1] Per un approfondimento sulla biografia dell’Arpinate, si consiglia la lettura dei seguenti articoli: Marco Tullio Cicerone – Dagli esordi alla congiura di CatilinaMarco Tullio Cicerone – Dall’esilio alla morte.

[2] Nel Trattato del Sublime (I secolo), lo Pseudo Longino scrive: «Analoga mi pare, Carissimo Terenziano (e lo dico per quello che a me, greco, è dato capirne), la differenza tra la grandezza di Cicerone e quella di Demostene. Questo è sublime per le sue vertiginose impennate, quello per la sua profusa eloquenza. Il nostro oratore, per quel suo bruciare e trascinare ogni cosa con una violenza repentina, impetuosa, terribile potremmo paragonarlo a un uragano o a una folgore; Cicerone invece mi sembra un vasto incendio che si sviluppa e si volge dovunque, nutrendo una fiamma tenace che si propaga sempre più intensa in ogni direzione».

In copertina: Busto di Marco Tullio Cicerone conservato ai Musei Capitolini.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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