La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana!
Tito Livio, Ab Urbe condita, tra il 27 a.C. ed il 14 d.C.

Marco Tullio Cicerone nasce ad Arpino il 3 gennaio del 106 a.C., da una famiglia abbiente di rango equestre. Si trasferisce presto a Roma per completare gli studi, e nell’Urbe frequenta celebri oratori come Marco Antonio e Licinio Crasso, ed importanti giuristi come Scevola l’Augure e Scevola il Pontefice. Si dedica agli studi filosofici, approfondendo le tre correnti di pensiero all’epoca maggiormente diffuse: l’epicureismo con Fedro e Zenone, l’accademismo con Filone di Làrissa e lo stoicismo con Diodoto. Inoltre, in due occasioni, ascolta le lezioni del grande retore greco Apollonio Molone, a Roma per un’ambasceria.

In giovinezza dimostra una raffinata predisposizione alla poesia, componendo opere di stampo preneoterico ed enniano: ricordiamo il Glaucus, un poemetto mitologico, ed il Marius, un poema celebrativo. Oltre a ciò Cicerone si dedica anche all’attività di traduttore. Traduce il poema didascalico ellenistico Phainómena (Fenomeni) di Arato, diversi dialoghi di Platone e l’Economico di Senofonte.

La prima orazione dell’Arpinate di cui siamo effettivamente a conoscenza, la Pro Quinctio, risale all’81 a.C. ed è sostenuta contro colui che in quegli anni era considerato l’oratore più illustre, Quinto Ortensio Ortalo. Si tratta di una causa tutto sommato di poco conto, che riguarda un’occupazione illegale di beni. L’anno successivo, con la Pro Roscio Amerino, Cicerone fa invece il suo esordio in una causa di diritto penale politicamente molto rilevante. Assume infatti la difesa dell’aristocratico Sesto Roscio, sul quale grava la terribile accusa di parricidio. In realtà, dietro Erucio, l’accusatore ufficiale, si muove Crisògono, un influente liberto di Silla – siamo in pieno regime sillano – rivale del padre dell’incriminato. Crisògono si è impossessato delle proprietà del rivale, e vuole far fuori il figlio di quest’ultimo per evitare fastidiosi ricorsi legali. Cicerone, senza mai coinvolgere il potente dittatore, riporta la vittoria: Sesto Roscio viene prosciolto dall’accusa di parricidio, tuttavia non riacquista i beni oramai perduti.

Grazie a questo importante successo giudiziario, l’Arpinate acquista una grande fama, ma, nonostante ciò, nel 79 a.C. decide di abbandonare Roma. Dietro una tale decisione potrebbero celarsi motivi politici – forse Silla non ha digerito la sconfitta di un suo uomo di fiducia – oppure, ed è l’ipotesi più plausibile, motivi di studio e soprattutto di salute. Cicerone parte, in compagnia del fratello Quinto, per la Grecia e l’Oriente. Ad Atene ascolta l’accademico Antioco d’Ascalona, a Rodi, ancora una volta, il retore Apollonio Molone. Stando a quanto scrive Plutarco Cicerone, in una visita all’Oracolo di Delfi, alla domanda su come raggiungere la gloria, ricevette dalla Pizia la risposta «di farsi guidare dalla sua natura, non dall’opinione degli altri».

Dopo questo lungo e proficuo soggiorno in Grecia l’Arpinate, che intanto si è sposato con Terenzia, rientra a Roma nel 76 a.C., anno in cui nasce Tullia, la sua prima figlia. Silla è già morto da due anni, e Cicerone può iniziare il cursus honorum in un clima politico tutto sommato disteso. Nominato questore, gli viene affidato il governo della Sicilia occidentale.

È il 70 a.C. quando Cicerone trionfa clamorosamente per la prima volta, nel processo intentato da alcune città della Sicilia contro Verre, governatore dell’isola dal 73 a.C. al 71 a.C., protagonista di numerosi e vili soprusi contro la popolazione. Durante la questura siciliana l’Arpinate, con la sua lealtà, la sua correttezza, e la sua riconosciuta abilità era riuscito a conquistarsi la fiducia dell’amministrazione e dei cittadini locali, che gli affidano l’accusa. Verre, difeso dal celebre Quinto Ortensio Ortalo, teme un accusatore ostile ed arcigno come Cicerone, e tenta in ogni modo di farlo revocare, ma l’Arpinate supera brillantemente la fase della divinatio (procedura tramite la quale si decideva a chi affidare l’accusa). L’ex governatore prova allora a far rinviare il processo di un anno, ricorrendo ad ogni sorta di stratagemma. Tutto inutile. La procedura giudiziaria inizia e Cicerone pronuncia l’Actio prima in Verrem (Primo discorso d’accusa contro Verre). L’effetto è straordinario. Quinto Ortensio Ortalo rinuncia alla difesa – schiaccianti le prove raccolte contro l’ex governatore – e Verre fugge da Roma ritirandosi addirittura in esilio volontario a Marsiglia. Per Cicerone è un vero e proprio trionfo, ma non si ferma qui. Compone anche una Actio secunda in Verrem (Secondo discorso d’accusa contro Verre), che contiene ben altre cinque orazioni (De praetura urbanaDe praetura siciliensiDe frumentoDe signisDe suppliciis). Questo è indicativo della personalità dell’Arpinate. Egli è un homo novus, e si prodiga con tutto se stesso per raggiungere il successo, per raggiungere la tanto agognata gloria – tra i valori supremi della civiltà romana.

Cicerone continua la sua carriera politica, la sua inarrestabile e veloce ascesa. Nel 69 a.C. è edile, nel 66 a.C. pretore. In questo stesso anno pronuncia l’orazione Pro lege Manilia de imperio Cn. Pompei, tramite la quale appoggia la causa di Pompeo, il cui scopo è ottenere il comando dell’esercito nella complicata guerra contro Mitritade. Grazie a questo discorso l’Arpinate si guadagna la stima ed il consenso del più importante generale del momento. Un colpo da maestro.

Il 63 a.C. è l’anno di grazia di Cicerone. Nominato console, privilegio raro per un homo novus, sventa la congiura di Catilina. Compone le quattro Catilinariae, che rappresentano l’apice della sua eccezionale oratoria, e le pronuncia tra il novembre ed il dicembre. Indimenticabile l’incipit della I Catilinaria, tenuta in Senato l’8 novembre, proprio alla presenza del sovversivo:

«Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità che non conosce freno? Non ti fanno nessuna impressione né il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l’ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del senato, né l’espressione del volto dei presenti? Non t’accorgi che le tue trame sono palesi? Non vedi che la tua congiura, conosciuta com’è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo? Chi di noi, a tuo avviso, ignora cos’hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?».

Cicerone non dimostra alcuna pietà verso i congiurati rimasti a Roma, utilizza il pugno duro e li punisce con la pena di morte, privandoli del diritto di appellarsi al popolo.

In copertina: Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina, 1880 circa, affresco situato a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana.

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