Caro Lettore, iMalpensanti rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

I poeti giungono nella quarta zona, detta Giudecca, dove sono puniti i traditori dei propri benefattori. Vedono Lucifero, intento a divorare, nelle sue tre bocche, Giuda, Bruto e Cassio. Dante e Virgilio finalmente escono dall’Inferno e tornano a rivedere le stelle.

«Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».   3

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,   6

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.   9

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.   12

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.   15

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,   18

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi».   21

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.   24

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.   27

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,   30

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.   33

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.   36

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;   39

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:   42

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.   45

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.   48

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:   51

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.   54

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.   57

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.   60

«Quell’anima là sù c’ ha maggior pena»,
disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.   63

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;   66

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».   69

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,   72

appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.   75

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,   78

volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.   81

«Attienti ben, ché per cotali scale»,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».   84

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.   87

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;   90

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.   93

«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede».   96

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.   99

«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio», diss’io quando fui dritto,
«a trarmi d’erro un poco mi favella:   102

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».   105

Ed elli a me: «Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.   108

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.   111

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto   114

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.   117

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.   120

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,   123

e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse».   126

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto   129

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.   132

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,   135

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.   138

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

I poeti giungono nell’ultima zona dell’Inferno, dove i dannati sono immersi interamente nel ghiaccio, somigliando tutti a fuscelli di paglia intrappolati nel vetro. Dante e Virgilio si trovano nella quarta ed ultima zona di Cocito, detta Giudecca, dove sono puniti i traditori dei propri benefattori.

Ma l’ultimo canto dell’Inferno si caratterizza soprattutto per la maestosa presenza di Lucifero. Conficcato nel ghiaccio fino all’altezza del petto, Lucifero è gigantesco e, nell’unica testa, ha tre facce di colore diverso: la prima, quella centrale, è rossa, la seconda è bianca e gialla, la terza è nera. Si è discusso molto in merito al significato di questi colori. Ricordiamo l’ipotesi particolarmente suggestiva e fantasiosa del Del Lungo, secondo il quale i colori rappresenterebbero gli abitanti delle tre zone del mondo all’epoca conosciuto – Europa, Asia ed Africa -, come a dire che all’Inferno sono puniti peccatori provenienti da ogni parte della terra. Il numero tre è particolarmente indicativo, in quanto simboleggia la totale opposizione del demonio alla Trinità.

Dante raffigura Lucifero come un immenso mostro, dotato anche di ali, simili a quelle dei pipistrelli. Le ali si muovono, e producono tre venti che ghiacciano il lago di Cocito ed i peccatori che in esso sono puniti. Il diavolo piange, e dai menti delle sue facce gocciolano le lacrime e la bava insanguinata.

In ogni bocca Lucifero divora un dannato. La prima rigurgita Giuda, ed i morsi sono niente se paragonati ai graffi con i quali il diavolo lo scuoia. Le altre due Bruto e Cassio, i celebri cesaricidi. In questo aspetto è racchiusa l’intera ideologia politico-morale di Dante, che “ficca” nelle fauci di Lucifero i traditori delle istituzioni a lui più care: la Chiesa e l’Impero.

Da sottolineare il sorprendente atteggiamento di Satana nei confronti dei due viaggiatori. Egli non solo non si rivolge a loro, ma sembra addirittura ignorarne la presenza. Il diavolo è totalmente immerso nella propria eternità, tutto il resto neppure lo sfiora. Lucifero sgranocchia i traditori e smuove le ali quasi per inerzia. Sembra non avere una propria personalità.

La seconda parte del canto è dedicata alla fuga dei due poeti dall’Inferno. Dante e Virgilio si servono del diavolo come scala, e passano nell’altro emisfero. La guida racconta di come la terra, inorridita dalla caduta di quello che un tempo fu il più bello degli angeli, si sia ritirata per evitarne il contatto, sporgendo così nell’altro emisfero.

Il viaggio nell’Inferno è durato ventiquattro ore, i poeti tornano finalmente nel «chiaro mondo» (v. 134), a «riveder le stelle» (v. 139). Tutte e tre le cantiche terminano con la stessa parola, «stelle» appunto, a sottolineare la verticalità dell’esperienza di Dante, dal basso verso l’alto, dal male verso il bene.

Concluso il viaggio nel più turpe e doloroso dei tre regni, Dante ha di nuovo la possibilità di rivedere la luce. Egli, con questa straordinaria ed incredibile avventura, si è liberato definitivamente del peccato. Per Dante la dannazione non è più una possibilità. Lo attende la redenzione, prima però, la purificazione.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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