Caro Lettore, Freemaninrealworld rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Dante e Virgilio abbandonano la decima, ultima bolgia e si avvicinano al pozzo di Cocito, attorno al quale si ergono, come delle vere e proprie torri, i giganti. Anteo depone i poeti nel fondo del pozzo, dove si trovano i traditori.

Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;   3

così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.   6

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.   9

Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,   12

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.   15

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.   18

Poco portäi in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: «Maestro, dì, che terra è questa?».   21

Ed elli a me: «Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.   24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi».   27

Poi caramente mi prese per mano
e disse: «Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,   30

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti».   33

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,   36

così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;   39

però che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda   42

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.   45

E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.   48

Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.   51

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;   54

ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.   57

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;   60

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma   63

tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.   66

«Raphèl maì amècche zabì almi»,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.   69

E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passïon ti tocca!   72

Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga».   75

Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.   78

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».   81

Facemmo adunque più lungo vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.   84

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro   87

d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.   90

«Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
disse ’l mio duca, «ond’elli ha cotal merto.   93

Fïalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move».   96

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei».   99

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.   102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto».   105

Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.   108

Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.   111

Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.   114

«O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,   117

recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda   120

ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.   123

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.   126

Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».   129

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.   132

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.   135

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, ched ella incontro penda:   138

tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.   141

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,   144

e come albero in nave si levò.

Dante e Virgilio lasciano la decima, ultima bolgia e si avvicinano al pozzo di Cocito, risalendo l’argine. Procedono in un’atmosfera vespertina, la luce è debole e la vista riesce a percepire solamente le cose più vicine. Il profondo silenzio viene improvvisamente rotto dall’assordante suono di un corno, più forte persino del tuono. A Dante rievoca il ricordo del mitico Olifante di Orlando, che il paladino suonò a Roncisvalle, e di cui si parla nella celebre Chanson de Roland.

Il Sommo Poeta intravede alcune torri, e chiede a Virgilio a quale città («terra», v. 21) appartengano. La guida esorta Dante ad avvicinarsi e ad osservare meglio. La distanza e la scarsa visibilità potrebbero averlo tratto in inganno. Ed infatti è così: quelle che Dante credeva fossero torri, sono in realtà giganti, disposti intorno al pozzo. Così come le mura del castello di Monteriggioni, in Valdelsa, sono coronate da torri, i giganti torreggiano immobili, e a mezzo busto, lungo l’orlo del pozzo. Giove, che li sconfisse, gli rinnova, tuonando, la sua temibile minaccia.

I giganti rappresentano la forza bruta, altera ed irragionevole, che sfocia in una violenza feroce e spietata, e per questo motivo Dante li colloca poco prima di Lucifero. Non è tuttavia chiaro se essi siano dei dannati, oppure dei semplici custodi di questa zona infernale.

Dante dedica alcuni versi (46-48) agli elementi fisici del gigante a lui più vicino, e prova sollievo sapendo che sulla terra di tali e mostruose creature non c’è più traccia. Marte, il dio della guerra, è così sprovvisto di guerrieri di tal fatta, portatori di morte e distruzione. La Natura crea ancora esseri enormi, come gli elefanti e le balene, ma del tutto innocui, dimostrandosi così accorta e giusta.

Il volto del gigante ricorda al poeta il Pignone di San Pietro, un’enorme pigna di epoca romana rinvenuta nei pressi del Pantheon. L’opera reca la firma di Publio Cincio Salvio, è alta circa quattro metri, ed attualmente si trova in Vaticano. Sotto di essa sono riportati proprio questi versi della Comedìa. Dante non cita il Pignone con uno scopo matematico, ma per fornire al lettore un elemento di maestosità che renda l’eccezionale grandezza dei giganti in cui si imbatte.

Il gigante parla, ma le sue parole sono confuse, incomprensibili, senza senso («Raphèl maì amècche zabì almi», v. 67). Interviene allora Virgilio a rimproverare la gigantesca creatura, apostrofandola prima come «anima sciocca» (v. 70) e poi come «anima confusa» (v. 74), ovvero vinta. La guida rivela poi a Dante l’identità del gigante. Si tratta di Nembrot, abile cacciatore che fondò Ninive e diversi altri centri dell’Assiria, dando inoltre vita ad un impero in Babilonia. A lui si attribuisce la costruzione della celebre torre, causa della confusione linguistica. Nembrot non comprende alcun linguaggio, così come il suo non può essere compreso da nessuno.

I poeti riprendono il cammino e si imbattono in un gigante incatenato, Efialte, figlio di Nettuno e di Ifimedia, che si contrappose a Giove. Dante chiede di poter vedere Briareo, anch’egli fulminato dal re degli dei, ma Virgilio gli risponde che si trova dall’altra parte del cerchio, ben lontano da loro. La guida comunica a Dante che, in alternativa, può ammirare Anteo (sconfitto da Ercole), dotato di un linguaggio comprensibile e privo di catene.

Improvvisamente un forte terremoto scuote il luogo infernale. A provocarlo è stato Efialte, che si è scosso, in uno dei suoi violenti accessi di’ira. Dante prova paura, ma la consapevolezza che il gigante sia incatenato lo rincuora.

I poeti giungono finalmente da Anteo. Virgilio gli rivolge parole benevole e lusinghiere, che hanno lo scopo di convincere il gigante a trasportare i due viaggiatori nel fondo del pozzo. Virgilio riesce nel suo intento ed Anteo, senza dire nulla, afferra i poeti con la sua possente mano e li depone in basso. Con il suo movimento ricorda un albero maestro.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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