Caro Lettore, iMalpensanti rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Sempre nella nona bolgia, Dante intravede Geri del Bello, un suo parente. Nella bolgia successiva, la decima, i poeti si imbattono nei falsari e negli alchimisti, puniti di lebbra oppure di scabbia. Dante e Virgilio incontrano Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena.

La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.   3

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?   6

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.   9

E già la luna è sotto i nostri piedi;
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi».   12

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,
«atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso».   15

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a quella cava   18

dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa».   21

Allor disse ’l maestro: «Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;   24

ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.   27

Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito».   30

«O duca mio, la vïolenta morte
che non li è vendicata ancor», diss’io,
«per alcun che de l’onta sia consorte,   33

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:
e in ciò m’ ha el fatto a sé più pio».   36

Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.   39

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,   42

lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’io li orecchi con le man copersi.   45

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali   48

fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.   51

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva   54

giù ver’ lo fondo, là ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.   57

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,   60

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,   63

si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.   66

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.   69

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.   72

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;   75

e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,   78

come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;   81

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.   84

«O tu che con le dita ti dismaglie»,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
«e che fai d’esse talvolta tanaglie,   87

dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».   90

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».   93

E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».   96

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.   99

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:   102

«Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,   105

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».   108

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.   111

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,   114

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.   117

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».   120

E io dissi al poeta: «Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!».   123

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: «Tra’ mene Stricca
che seppe far le temperate spese,   126

e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;   129

e tra’ ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.   132

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:   135

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,   138

com’io fui di natura buona scimia».

L’orribile spettacolo, la vista di quel sanguinoso mattatoio che è la nona bolgia, commuove Dante fin quasi alle lacrime. Vedere la natura umana ferocemente, brutalmente mutilata, straziata con terribile crudeltà, causa nel cuore del poeta uno sconfinato dolore che lo immobilizza. Interviene allora Virgilio, che rimprovera Dante: «Cosa guardi? Perché i tuoi occhi indugiano ancora sui dannati mutilati? Non ti sei comportato in questo modo nelle altre bolge, vuoi forse osservare tutte e ventidue le miglia del fossato? La luna è già ai nostri piedi, il tempo che ci è concesso è poco e le cose da vedere sono ancora molte».

C’è una ragione se Dante esita a riprendere il cammino. Tra i seminatori di discordie ha infatti intravisto un suo parente. Si tratta di Geri del Bello, cugino del padre del poeta. Uccise un componente della famiglia Sacchetti, poi fu assassinato per vendetta. Il parente di Dante è crucciato per non essere stato ancora, a sua volta, vendicato dagli Alighieri, e per questo si è rivolto al poeta minacciandolo. Ma Dante in quel momento stava guardando altrove, e Virgilio lo esorta a non considerare Geri del Bello, animato da un desiderio, il desiderio della vendetta, così barbaro da non meritare attenzione. Del resto, Dante è atteso da imprese ben più importanti e straordinarie, e non c’è tempo da perdere, giacché non ne resta molto a disposizione.

I poeti si dirigono così verso la decima bolgia, e quando vi entrano Dante è costretto a tapparsi le orecchie con le mani, tanto forti e strazianti sono i lamenti che sferzano il luogo infernale. Dalla bolgia esala un lezzo insopportabile, di gran lunga superiore a quello caratteristico degli ospedali che ospitano i poveri malati di malaria.

Nella decima bolgia sono puniti i falsari e gli alchimisti, colpiti dalla peste oppure dalla scabbia, alcuni distesi con il ventre a terra, altri addossati tra di loro, altri ancora avanzanti carponi. I dannati sono così deboli da non riuscire neppure ad alzarsi, ed i poeti procedono tra di loro senza parlare. I peccatori tentano di alleviare le loro sofferenze graffiandosi con le unghie, grattandosi la pelle per placare l’incessante e terribile prurito. Il realismo dantesco raggiunge qui (vv. 79-84) vette elevatissime.

Virgilio chiede ad un dannato intento a staccarsi di dosso le croste, utilizzando le dita come tenaglie, se tra di loro ci sia un italiano («Latino», v. 88). Risponde un peccatore, piangendo a causa delle terribili ed infinite sofferenze. Dante inizia allora a parlare con due dannati. Il primo è Griffolino d’Arezzo, che subì la condanna al rogo da Albero da Siena. Il buon Griffolino, solamente per gioco, sostenne di saper volare. Albero lo prese dannatamente sul serio e, accortosi che in realtà Griffolino non sapeva prendere il volo, lo spacciò per eretico facendolo bruciare. Al termine di questo triste e singolare racconto – che ha lo scopo di riabilitare Griffolino – il dannato confessa di trovarsi nella decima bolgia in quanto fu un alchimista. Dante ne approfitta per scagliarsi con grande ironia contro i senesi, definiti vacui e futili più dei francesi.

Dopo Griffolino prende la parola Capocchio da Siena, anch’egli arso per aver falsificato i metalli. Scrive di lui Landino: «Dicono che insieme a Dante studiò filosofia naturale e divenne dottissimo, e per mezzo di quella s’affaticò in volere trovare la vera alchimia; e non potendo trovarla, finalmente si diede alla sofistica, e falsò sottilmente e’ metalli. Dicono alcuni che el giorno del Venerdì Sancto, lui, abstracto in meditazione, disegnò nelle sue unghie el progresso della passione di Cristo; e sopraggiungendo Dante con la lingua la cancellò. […] seppe bene contraffare le cose naturali, come la scimia le operazioni umane».

Capocchio, nonostante la pena, parla con grande ironia, emulando Dante, e si compiace di mostrare all’interlocutore, probabilmente suo conoscente, tre esempi riguardanti Siena, la città tanto sbeffeggiata.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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