Caro Lettore, Freemaninrealworld rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Terminato il memorabile racconto della sua morte, Ulisse se ne va. Una nuova fiamma si rivolge a Virgilio: Guido da Montefeltro, al quale Dante illustra la situazione politica della Romagna. Il peccatore, ingannato da Bonifacio VIII con una assoluzione fasulla, narra la vicenda della sua dannazione.

Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,   3

quand’un’altra, che dietro a lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.   6

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,   9

mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;   12

così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.   15

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,   18

udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,   21

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!   24

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,   27

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra».   30

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi è latino».   33

E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se’ là giù nascosta,   36

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.   39

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.   42

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.   45

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.   48

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.   51

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.   54

Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».   57

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:   60

«S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;   63

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.   66

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,   69

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.   72

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.   75

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.   78

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,   81

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.   84

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,   87

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,   90

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.   93

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro   96

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.   99

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.   102

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.   105

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi   108

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.   111

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.   114

Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;   117

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.   120

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.   123

A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,   126

disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro».   129

Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.   132

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio   135

a quei che scommettendo acquistan carco.

Ulisse si allontana, ed ecco che subito una nuova fiamma si avvicina ai poeti. Emette un «confuso suon», che rievoca a Dante il ricordo del «bue cicilian». L’inventore greco Perillo, al servizio del crudele tiranno di Agrigento Falaride – citato da Aristotele come eccezionale esempio di bestialità – concepì un subdolo strumento di tortura ed esecuzione dalla forma taurina. All’interno di tale strumento, attraverso una apposita fessura, veniva introdotta la vittima ed acceso un fuoco sotto il ventre del toro. Così, a causa dei lamenti del malcapitato intrappolato nella struttura rovente, si aveva l’impressione che l’animale di rame soffrisse come un essere vivente. Ironia della sorte, la prima vittima di questa disumana diavoleria, fu proprio colui che la inventò, Perillo.

La fiamma vorrebbe parlare, ma non produce che un lamento. La sua voce tenta di aprirsi un varco nell’inespugnabile fuoco, e alla fine riesce a trovare nella sua stessa punta una via d’uscita.

Il dannato ha riconosciuto la lingua di Virgilio, ed insiste affinché non gli venga negato un colloquio, vista soprattutto l’atroce condizione in cui riversa. Egli desidera conoscere l’attuale situazione politica della sua terra, la Romagna, e Virgilio affida il compito a Dante.

Ravenna, dopo le aspre lotte, «sta» sicura, sotto il saggio ed indulgente governo di Guido il Vecchio, padre della celebre Francesca da Rimini, e spiega le proprie ali («vanni»), senza che nessuno le si opponga, fino a Cervia. A Forlì governano gli Ordelaffi, mentre a Rimini, Malatesta da Verrucchio,  tormenta e dilania i suoi sottoposti. A Faenza ed Imola regna l’incertezza, le due città infatti oscillano tra l’influenza guelfa e quella ghibellina. Infine Cesena si caratterizza per l’alternanza tra il governo libero e la signoria.

Dopo aver descritto con tanta accuratezza e precisione la condizione politica della Romagna, avendo così esaudito il desiderio del dannato, Dante gli chiede di rivelare la sua identità. Il peccatore, illudendosi di avere di fronte un morto, non ha timore di raccontare quello che non racconterebbe mai, per orgoglio e per vergogna, ad un vivo, e si svela.

All’interno della fiamma è intrappolata l’anima rea di Guido da Montefeltro (1220 circa-1298). Condottiero militare senza scrupoli, si contraddistinse per la sua abilità strategica. Fu il protagonista di innumerevoli imprese belliche determinanti all’epoca. Fu scomunicato più volte, riconciliandosi prima nel 1294 sotto il pontificato di Clemente V, poi nel 1295 sotto il pontificato di Bonifacio VIII, che gli tese un infido inganno. Il pontefice gli concesse infatti una assoluzione fasulla, in cambio di uno stratagemma militare che gli permettesse di espugnare Palestrina. Guido, credendo nella buona fede di Bonifacio – non poteva certo dubitare della sincerità di una simile autorità – eseguì, consigliando al papa di promettere molto, ma di mantenere poco.

E così l’impavido ed abile condottiero, credendo di aver ottenuto in vita la salvezza eterna, si ritrova per sempre punito tra i fraudolenti, imprigionato nel fuoco di una fiamma inestinguibile, ed il suo conclusivo «son perduto», riecheggia nell’ottava bolgia come il disperato e mesto lamento dell’uomo raggirato e tradito.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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