Prerogativa del Dadaismo, avanguardia fondata a Zurigo durante la Prima guerra mondiale dal poeta rumeno Tristan Tzara (1896-1963), è rivendicare l’assoluta libertà e la creativa anarchia dell’arte. Il Futurismo, movimento dal quale trae ispirazione, viene ben presto accusato di utilizzare linguaggi, schemi e codici divenuti usuali, e la corrente DADA tenta di staccarsene volendo creare qualcosa di totalmente innovativo. Tzara vuole cogliere il senso più autentico dell’avanguardia, che è quello di sapersi rinnovare in continuazione, presentandosi ogni volta al pubblico come un’esperienza artistico-culturale di rottura con il passato, ma anche con il presente.

Il Dadaismo rifiuta categoricamente qualunque ideologia politica, e prende le distanze da tutte le ragioni che hanno portato l’Europa al terribile conflitto bellico in atto – un gesto forte se consideriamo che la stragrande maggioranza degli intellettuali dell’epoca, compresi i futuristi, appoggiavano lo scontro quale occasione di rinnovamento sociale.

La realtà, e dunque la vita stessa, vengono considerate un enorme ed eterogeneo “caos”, dal quale trarre il genio necessario alla creazione ed alla produzione artistica e letteraria. L’arte è gioco, dissacrazione senza freni né pietà, nuda provocazione e cruda parodia. La letteratura, spogliata di ogni certezza, deve muoversi nelle atmosfere singolari del caso, esprimendo quasi un’irragionevolezza priva di senno.

Tristan Tzara

Di seguito, riportiamo la parte centrale del Manifesto del Dadaismo scritto da Tristan Tzara nel 1918.

Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un’arte per neonati, per altri santoni, versione attuale di gesùcheparlaifanciulli, è il ritorno a un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta; né gaia né triste, né chiara né oscura, non deve divertire né maltrattare le singole personalità servendogli i pasticcini delle sante aureole o sudori di una corsa inarcata attraverso le atmosfere. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica quindi è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità.

Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità? L’esperimento di Cristo e la bibbia coprono sotto le loro ali ampie e protettive: la merda, le bestie, i giorni. Come si può far ordine nel caos di questa informe entità infinitamente variabile: l’uomo? La massima: “ama il tuo prossimo” è un’ipocrisia. “Conosci te stesso” è un’utopia ma più accettabile perché non esclude la cattiveria. Senza pietà. Ci resta dopo il massacro la speranza di un’umanità purificata. Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l’arte che gli pare, se conosce l’euforia che saetta fino agli strati astrali e quella che si addentra nelle miniere fiorite di cadaveri e di fertili spasimi. Stalattiti: cercarle dappertutto, nei presepi ingigantiti dal dolore, con gli occhi bianchi come le lepri degli angeli.

Così nacque DADÀ da un bisogno di indipendenza, di diffidenza nei confronti della comunità. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali. Forse che l’arte si fa per i soldi o per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete e il ritmo segue la linea della pancia vista di profilo. Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta alla possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo.

Noi qui gettiamo l’ancora in una terra grassa. Abbiamo diritto di far proclami perché abbiamo conosciuto i brividi e l’allarme.

Fantasmi ebbri di energia, sprofondiamo il tridente nella carne spensierata. Scroscio siamo di maledizioni sulla tropicale abbondanza delle vegetazioni vertiginose, gomma e pioggia è il nostro sudore, sanguiniamo e bruciamo la sete, il nostro sangue è vigore.

Trad. it. di O. Volta, in T. Tzara, Manifesti del Dadaismo e Lampisterie, a cura di G. Posani, Einaudi, Torino 1964.

Marcel Duchamp, Fountaine, 1917.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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