Una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne.
Giuseppe Antonio Borgese

Introduzione

Il 10 settembre 1910 il critico e scrittore Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952) [1], per la prima volta, sul quotidiano La Stampa, recensendo tre raccolte di versi di Marino Moretti (Poesie scritte col lapis, 1910), Fausto Maria Martini (Poesie provinciali, 1910) e Carlo Chiaves (Sogno e ironia, 1910), nell’articolo intitolato Poesia crepuscolare, parla di «una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne». Da quel momento in poi, la letteratura italiana ha utilizzato il termine “crepuscolare” per indicare quei poeti, per lo più collocati nella prima metà del Novecento, che incarnano l’esaurirsi di una tradizione, quella tradizione aulica della grande poesia italiana, iniziata con Dante e Petrarca, e proseguita poi con Ariosto, Tasso, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pascoli, Carducci e D’Annunzio. I poeti crepuscolari rappresentano un vero e proprio spartiacque  fra quest’antica tradizione e la poesia successiva, la poesia di Montale [2] ed Ungaretti [3], la poesia degli ermetici e dunque anche di Quasimodo [4].

I modelli

I modelli della tendenza letteraria crepuscolare, possono essere individuati in autori appartenenti a quel simbolismo intimista diffuso in particolar modo in Francia ed in Belgio, alla fine del XIX secolo ed all’inizio del XX. Autori come Jules Laforgue (1860-1887), Paul Verlaine (1844-1896), Georges Rodenbach (1855-1898), Emile Verhaeren (1855-1916), Maurice Maeterlinck (1862-1949) e Francis Jammes (1868-1938). Non vanno però sottovalutate le influenze nazionali, rappresentate dal Pascoli della poetica del “fanciullino”, quel Pascoli intimo e domestico chiuso nelle atmosfere di ambienti ed affetti sussurrati. Ma anche D’Annunzio, quel D’Annunzio decadente e raccolto concretizzatosi nella raccolta di versi Poema paradisiaco (1893).

La poetica

Le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendicanti pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni melanconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campagne magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano su gli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba…
Corrado Govoni

In questa lettera del 1904, inviata all’amico Gian Pietro Lucini, Corrado Govoni (1884-1965), tra i primi poeti crepuscolari, offre un esempio delle tematiche predilette da questi autori. Nei loro versi è del tutto assente la materia sublime, sostituita dall’amore per le piccole cose, dall’attenzione per le situazioni in penombra, dagli sguardi rivolti ai momenti comuni della vita quotidiana. La concezione ed il significato della poesia, quasi ripiegata su se stessa, cambiano. Ella non è più portatrice di messaggi eccezionali, metafisici e sovrumani, ma si nasconde tra le pieghe sbiadite, inutili dell’esistenza.

Il Crepuscolarismo, è bene precisarlo, non fu una scuola di pensiero unitaria che seguì le linee guida di un programma. Lo dimostra la provenienza geografica casuale dei suoi interpreti, sparsi in tutto il territorio italiano e non circoscrivibili ad un’unica area. Altra dimostrazione, il fatto che ogni autore interpretò in modo del tutto personale ed originale questo sentimento crepuscolare. Pensiamo a Giulio Gianelli (1878-1914), che pose l’accento sugli aspetti più dolenti e sofferenti della vita, come l’inguaribile malinconia, o come l’intenso desiderio di morte, e a Guido Gozzano (1883-1916), riconosciuto invece come vero e proprio capofila di una poesia all’insegna dell’ironia. Entrambi poeti crepuscolari, ma agli antipodi.

Il Crepuscolarismo fu una coscienza diffusa della crisi dei valori nel mondo borghese, un mondo in cui la poesia iniziava significativamente a perdere importanza. Fu inoltre una reazione di difesa a questa crisi, ed i poeti appartenenti a tale corrente, tentarono con tutte le loro forze di difendere e preservare la bellezza e l’importanza del verso, riportandolo ad un’autentica semplicità di forma e di contenuti, una semplicità crepuscolare e bellissima.

In copertina: Claude Monet, San Giorgio Maggiore al crepuscolo, 1908.

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