Caro Lettore, iMalpensanti rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

I poeti giungono alla settima bolgia, dove sono puniti i ladri, ed incontrano Vanni Fucci, che confessa il furto del tesoro della sagrestia di S. Jacopo in Pistoia, e preannuncia a Dante la sconfitta dei guelfi bianchi.

In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,   3

quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,   6

lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,   9

ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,   12

veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.   15

Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;   18

ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.   21

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.   24

E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima   27

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».   30

Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.   33

E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.   36

Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta   39

che l’una costa surge e l’altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.   42

La lena m’era del polmon sì munta
quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.   45

«Omai convien che tu così ti spoltre»,
disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;   48

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.   51

E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.   54

Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».   57

Leva’ mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».   60

Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.   63

Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.   66

Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.   69

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi   72

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro».   75

«Altra risposta», disse, «non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo».   78

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:   81

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.   84

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,   87

né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.   90

Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:   93

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.    96

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.   99

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;   102

e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.   105

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;   108

erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.   111

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,   114

quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:   117

tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!   120

Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.   123

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».   126

E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci».   129

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;   132

poi disse: «Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.   135

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,   138

e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,   141

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.   144

Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra   147

sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.   150

E detto l’ ho perché doler ti debbia!».

Il canto si apre con un delicato incipit bucolico. Ad inizio anno, tra gennaio e febbraio, quando i raggi del sole, sotto la costellazione dell’Acquario, iniziano timidamente a riscaldarsi, e le notti si accorciano, durando la metà del giorno; quando la brina imita («assempra», v. 4) l’immagine della neve («sua sorella bianca», v. 5), non possedendone però la consistenza («tempra», v. 6), il giovane agricoltore («lo villanello», v. 7), sprovvisto dello strame («roba», v. 7) per le bestie, si alza presto, osserva la campagna bianca e si dispera («si batte l’anca», v. 8), credendo che sia caduta la neve. Il poveretto («’l tapin», v. 11) rientra in casa, e si lamenta girovagando per le stanze come colui che non sa cosa fare. Ma il «villanello» si è sbagliato, la brina lo ha ingannato, ed accortosi dell’errore, di nuovo speranzoso, conduce le pecore al pascolo. Un idillio tipicamente virgiliano, che stona maledettamente con la situazione in cui si trovano Dante e la sua guida, immersi nelle spaventose Malebolge.

Ciò che accade al giovane agricoltore nella circostanza appena descritta, accade esattamente all’autore, prima addolorato per la turbata espressione del volto di Virgilio, poi rinfrancato dal rasserenamento della guida.

I poeti si impegnano in un’ardua scalata delle macerie del ponte in frantumi. Una salita complicata e faticosa, tramite la quale si spostano dalla sesta alla settima bolgia. Terminata la scalata, Virgilio esorta a lottare contro la pigrizia e ad essere sempre pronti ad affrontare gli improbi passi, i disagevoli cammini. Il suo è un insegnamento morale all’azione, alla prontezza, alla vita activa, ispirato dai tipici e virtuosi valori della civiltà romana. La gloria richiede immense fatiche, e non si conquista senza versare sudore e sangue, riposando su soffici cuscini, marcendo in confortanti letti. Senza fama l’uomo non lascia traccia del suo fugace passaggio nel mondo, passando e svanendo come fumo nell’aria e come schiuma nell’acqua (vv. 49-51).

Dante risponde prontamente alle esortazioni di Virgilio, sforzandosi con tutto se stesso di mostrare un coraggio che in realtà ancora non ha: «Va, ch’i’ son forte e ardito» (v. 60). Il poeta accompagna al passo le parole, per non apparire debole («fievole», v. 64).

Agli occhi di Dante si presenta uno spettacolo terrificante. La settima bolgia è infatti un grumo, un coacervo d’orrende serpi, un gigantesco gomitolo viscido. Ogni ladro è avvolto da serpi, che gli si avvinghiano attorno al corpo non lasciandolo neppure per un istante.

I poeti assistono inoltre ad una visione davvero ripugnante: un serpente s’avventa al midollo di un reo riducendolo in cenere. Il peccatore, annientato, riprende poi la forma umana, come una fenice, ma meno nobilmente del mitico animale. Il dannato colpito dal devastante supplizio mostra i sintomi dell’epilettico, che Dante descrive con estrema accuratezza e precisione nei versi 112-118: il malato rovina a terra, grida, perde conoscenza, entra in una fase convulsiva ed infine sprofonda in un profondo deliquio sonnolento; quando rinviene, si alza ed è come stordito, preda di una enorme spossatezza, sospira. Dante, colpito dalla visione, esorta il lettore ad ammirare la giustizia divina, che scaglia («croscia», v. 120) con chirurgica precisione l’eterna vendetta sul peccatore («Oh potenza di Dio, quant’è severa, che cotai colpi per vendetta croscia!», vv. 119-120).

Il reo polverizzato è Vanni Fucci, celebre e violento ladro, figlio illegittimo di Guelfuccio di Gerardetto dei Lazzàri, membro di una delle più illustri famiglie di Pistoia. Il dannato si presenta proprio come conviene ad un’anima feroce e degradata, accusando i suoi stessi genitori e la sua patria, la città toscana di Pistoia, «tana» (v. 126) nella quale non si poteva essere altro che bestia. E proprio bestia, fu probabilmente il soprannome di Vanni Fucci.

Dante lo conobbe – forse addirittura di persona all’assedio di Caprona nel 1292 – come un uomo sanguinario e disumanamente violento, e per tale motivo si sorprende di non averlo incontrato nel girone dei violenti, ma tra i ladri. Il poeta vuole allora sapere quale sia la sua colpa. Vanni Fucci, nonostante la vergogna, confessa a Dante di aver rubato il tesoro contenuto nella sagrestia di S. Jacopo in Pistoia. Il furto avvenne il 25 gennaio 1293, e sembra che l’intenzione del pistoiesano fosse inoltre quella di distruggere gli atti ed i registri in essa conservati. La sacrilega rapina assume così significati ben più ampi, divenendo una vera e propria sfida provocatoria rivolta alla pubblica autorità. Il ricco bottino venne consegnato al notaio Vanni della Monna, che fu impiccato. Vanni Fucci riuscì invece a fuggire, rifugiandosi in Mugello grazie al provvidenziale aiuto dei conti di Magonza.

Il peccatore intuisce l’immenso piacere che prova Dante nel vederlo condannato in eterno tra i ladri, e, crudele ed infame, si vendica, predicendo al poeta la disfatta dei guelfi bianchi in quel di Pistoia. E fa questo per arrecare dolore a Dante. Nell’ultimo verso del canto riecheggia una sconfinata crudeltà neppure sopita dall’eterno ed orribile supplizio: «E detto l’ho perché doler ti debbia!» (v. 151).

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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