In quanto audace paladino dell’autonomia, della libertà e dell’indipendenza della scienza da ogni potere costituito, sia religioso – la Chiesa – che culturale – l’aristotelismo -, Galileo Galilei (1564-1642) fu costretto a difendere se stesso e le sue rivoluzionarie scoperte da feroci attacchi provenienti da entrambe le parti.

Il cosiddetto copernicanesimo galileiano scatenò da subito le ire degli aristotelici, in particolar modo pisani e padovani – a Pisa Galileo era nato, cresciuto, si era formato ed aveva insegnato matematica, a Padova aveva soggiornato per diciotto, felici anni insegnando anche qui matematica -, ma le prime, violente ed incisive reazioni riguardo le sue avveniristiche ed eversive, e per tale motivo irritanti, insopportabili ed inaccettabili teorie, scaturirono, neanche a dirlo, dalle autorità ecclesiastiche, dal clero, sempre fedele a quel suo sacro principio oscurantistico alimentatore di una benedetta ed utile ignoranza.

Se i gesuiti mantennero un atteggiamento sostanzialmente cauto, i domenicani si scagliarono immediatamente con veemenza contro Galileo, ed in generale contro le teorie copernicane. E furono proprio due domenicani, Tommaso Caccini e Niccolò Lorini, ad attaccare lo scienziato. Il primo lo accusò pubblicamente dal pulpito di Santa Maria Novella, il secondo lo segnalò al Santo Uffizio nel 1616, contestandogli l’adesione al copernicanesimo ed un ambiguo modo di interpretare il rapporto tra la scienza e le sacre scritture. Riguardo quest’ultimo punto, occorre ricordare come la controriforma avesse stabilito l’improrogabile principio di accordo tra il sapere e la Bibbia, conformemente all’interpretazione ufficiale del testo sacro offerta dalla Chiesa cattolica.

Il Santo Uffizio, impensierito dal dilagante “affaire copernicano”, decise di affidare la questione ai teologi, i quali, all’unanimità, il 24 febbraio 1616 proclamarono la teoria eliocentrica «assurda e falsa in filosofia» e «formalmente eretica», e la teoria della dinamicità, della mobilità della Terra «assurda e falsa in filosofia» e «per lo meno erronea nella Fede».

Due giorni dopo, il 26 febbraio, Galileo venne convocato, per ordine del pontefice Paolo V, dal cardinal Bellarmino – già responsabile della morte di Giordano Bruno – ed ammonito. Secondo il verbale dell’oscura seduta, svoltasi in un clima dubbio, tra l’ufficiale ed il privato, lo scienziato obbedì al precetto secondo il quale si impegnava ad abbandonare l’opinione copernicana e a non diffonderla.

Il verbale appena citato è un vero e proprio “giallo storico”. Il foglio sul quale è scritto ha un aspetto grossolano, improvvisato, e su di esso non sono presenti firme, né del notaio, né dei testimoni, né dell’ammonito. Nel fascicolo dell’Inquisizione, accuratamente numerato pagina per pagina, non compare in tal senso nessun documento autentico che faccia riferimento all’ammonizione e al pieno consenso di Galileo, che, più tardi, nel 1633, quando durante il processo gli verrà riproposto il verbale, definirà i suoi termini «novissimi et come inauditi». Molti storici hanno individuato in questa mancanza una evidente prova della falsità del verbale, creato ad hoc per contare su di una importante prova scritta contro lo scienziato.

Tornando al 1616, il 3 marzo l’opera di Copernico De rivolutionibus orbium coelestium (1543), assieme ad altre opere di pensatori a lui affini, venne messa all’indice. Non ci fu alcun accenno a Galileo, in quanto le sue “lettere copernicane”, sebbene piuttosto note, vennero considerate alla stregua di documenti privati, che non avevano come scopo la divulgazione.

In seguito all’ammonizione, lo scienziato ottenne da Bellarmino una sorta di attestato, nel quale si dichiarava che Galileo non aveva affatto abiurato, ma che era stato semplicemente ammonito. Attestato utile allo scienziato per difendersi dalle innumerevoli insinuazioni e maldicenze che si stavano diffondendo in città sul suo conto.

Nel 1632, tranquillizzato dai numerosi anni di silenzio intorno al problema del copernicanesimo e dall’elezione di papa Urbano VIII, Galileo pubblicò il suo celebre Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Lo scopo, solamente formale, dello scienziato era di esporre in modo del tutto disinteressato i due più grandi sistemi astronomici della storia, quello aristotelico-tolemaico e quello copernicano. I detrattori di Galileo non persero occasione per scagliare di nuovo l’autorità ecclesiastica contro di lui, convincendo il pontefice che nella figura di Simplicio si celava proprio una sua pungente ed offensiva presa in giro. La diffusione della scomoda ed irritante opera fu immediatamente interrotta, e in ottobre a Galileo fu imposto di trasferirsi a Roma. Lo scienziato dapprima tentò di guadagnare tempo, aggrappandosi ai suoi reali problemi di salute, ma poi cedette all’implacabile e crudele fermezza dell’Inquisizione.

Giunse a Roma il 3 febbraio, ed il seguente 12 aprile, «come prigioniero», raggiunse il Santo Uffizio. A causa dell’età avanzata e del precario stato di salute, gli venne almeno risparmiata la segregazione in quelle anguste e buie carceri all’interno delle quali anni addietro era stato fatto marcire l’indomito Bruno.

La più grave accusa mossa contro Galileo fu di non aver rispettato il precetto accettato sedici anni prima, durante l’ammonizione, secondo il quale lo scienziato si era impegnato a non divulgare e a non sostenere il copernicanesimo.

Nel corso dei numerosi interrogatori Galileo dichiarò di non ricordare affatto alcun precetto, ricorrendo al solo documento in suo possesso, l’attestato di Bellarmino, nel quale non compariva alcun divieto di insegnamento della teoria copernicana. Privo di testimoni, Bellarmino era infatti morto da diversi anni, nel 1621, Galileo tentò la via della negazione. Se Bruno dissimulò, Galileo negò che nel Dialogo ci fossero intenti di insegnamento, sostenendo anzi, poco credibilmente, che con l’opera avesse voluto dimostrare l’inesattezza del sistema astronomico copernicano. I giudici non dovettero faticare troppo, ricorrendo proprio al Dialogo, a confutare la macroscopica menzogna dello scienziato. Galileo, in grande difficoltà, ammise allora di aver trasgredito l’ammonizione, assumendo la difesa del copernicanesimo.

Dopo l’ennesimo interrogatorio, il 12 giugno 1633, gli inquisitori formularono la sentenza, questa sentenza:

Noi Gasparo del tit. di S.Croce in Gerusalemme Borgia; Fra Felice Centino del tit. di S.Anastasia, detto d’Ascoli; Guido del tit. di S.Maria del Popolo Bentivoglio; Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona; Fra Ant.o Barberino. Detto di S.Onofrio; Laudivio Zacchia del tit. di S.Pietro in Vincoli, detto di S.Sisto; Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; Fabricio del tit. di S.Lorenzo in Pane e Perna Verospio: chiamati Preti; Francesco del tit. di S.Lorenzo in Damaso Barberino; e Marzio di S.ta Maria Nova Ginetto: Diaconi; per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità Inquisitori generali della S.Sede Apostolica specialmente deputati;
Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch’avevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura;
Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine e al danno che di qui proveniva e andava crescendosi con pregiudizio della S.ta Fede, d’ordine di N. S.re e del’Eminen.mi e Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema e Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due proposizioni della stabilità del Sole e del moto della Terra, cioè:
Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;
Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.
Ma volendosi per allora procedere teco con benignità, fu decretato dalla Sacra Congre.ne tenuta avanti N.S. a’ 25 di Febr.o 1616, che l’Emin.mo S. Card. Bellarmino ti ordinasse che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Comissario di S. Off.io ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dotrina, e che non potessi insegnarla ad altri, né difenderla né trattarne, al qual precetto non acquietandoti, dovessi esser carcerato; e in essecuzione dell’istesso decreto, il giorno seguente, nel palazzo e alla presenza del sodetto Eminen.mo S.r Card.le Bellarmino, dopo esser stato dall’istesso S.r Card.le benignamente avvisato e amonito, ti fu dal P. Comissario del S. Off.o di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la detta falsa opinione, e che nell’avvenire tu non la potessi tenere né difendere né insegnar in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto: e avendo tu promesso d’obedire, fosti licenziato.
E acciò che si togliesse così perniciosa dottrina, e non andasse più oltre serpendo in grave pregiudizio della Cattolica verità, uscì decreto della Sacra Congr.ne dell’Indice, col quale furono proibiti li libri che trattano di tal dottrina, e essa dichiarata falsa e omninamente contraria alla Sacra e divina Scrittura.
E essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno prossimo passato, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; ed informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del Sole; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, avendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata e in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu lasci come indecisa e espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opinione dichiarata e difinita per contraria alla Scrittura divina.
Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo S. Off.o, nel quale col tuo giuramento, essaminato, riconoscesti il libro come da te composto e dato alle stampe. Confessasti che, diece o dodici anni sono incirca, dopo esserti fatto il precetto come sopra, cominciasti a scriver detto libro; che chiedesti la facoltà di stamparlo, senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu avevi precetto di non tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo tal dottrina.
Confessasti parimente che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’il lettore potrebbe formar concetto che gl’argomenti portati per la parte falsa fossero in tal guisa pronunziati, che più tosto per la loro efficacia fossero potenti a stringer che facili ad esser sciolti; scusandoti d’esser incorso in error tanto alieno, come dicesti, dalla tua intenzione, per aver scritto in dialogo, e per la natural compiacenza che ciascuno ha delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune de gl’uomini in trovar, anco per le proposizioni false, ingegnosi e apparenti discorsi di probabilità.
E essendoti stato assegnato termine conveniente a far le tue difese, producesti una fede scritta di mano dell’emin.mo S.r Card.le Bellarmino, da te procurata, come dicesti, per difenderti dalle calunnie de’ tuoi nemici, da’ quali ti veniva opposto che avessi abiurato e fossi stato penitenziato, ma che ti era solo stata denunziata la dichiarazione fatta da N. S.e e publicata dalla Sacra Congre.ne dell’Indice, nella quale si contiene la dottrina del moto della terra e della stabilità del sole sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa né difendere né tenere; e che perciò, non si facendo menzione in detta fede delle due particole del precetto, cioè docere e quovis modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni n’avevi perso ogni memoria, e che per questa stessa cagione avevi taciuto il precetto quando chiedesti licenza di poter dare il libro alle stampe, e che tutto questo dicevi non per scusar l’errore, ma perché sia attribuito non a malizia ma a vana ambizione. Ma da detta fede, prodotta da te in tua difesa, restasti maggiormente aggravato, mentre, dicendosi in essa che detta opinione è contraria alla Sacra Scrittura, hai non meno ardito di trattarne, di difenderla e persuaderla probabile; né ti suffraga la licenza da te artifiziosamente e calidamente estorta, non avendo notificato il precetto ch’avevi.
E parendo a noi che tu non avessi detto intieramente la verità circa la tua intenzione, giudicassimo esser necessario venir contro di te al rigoroso essame; nel quale senza però pregiudizio alcuno delle cose da te confessate e contro di te dedotte come di sopra circa la detta tua intenzione, rispondesti cattolicamente.
Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confessioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta diffinitiva sentenza.
Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e nelle cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, a te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’altra;
Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.
E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell’avvenire e essempio all’altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.
Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.
E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.
Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:
F. Cardinalis de Asculo.
G. Cardinalis Bentivolus.
Fr. D. Cardinalis de Cremona.
Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii
B. Cardinalis Gipsius.
F. Cardinalis Verospius.
M. Cardinalis Ginettus.

Nello stesso giorno della sentenza, quel fatidico 22 giugno 1633, il vecchio Galileo Galilei, pronunciò inginocchiato, ed immaginiamo la sua voce rotta dall’amarezza e dall’emozione, la seguente, triste abiura:

Io Galileo, fig.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, et inginocchiato avanti di voi Emin.mi et Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Christiana contro l’heretica pravità generali Inquisitori; havendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica et insegna la S.a Cattolica et Apostolica Chiesa. Ma perchè da questo S. Off.o, per haver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere nè insegnare in qualsivoglia modo, nè in voce nè in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata et apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna solutione, sono stato giudicato vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo et imobile e che la terra non sia centro e che si muova;
Pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Christiano questa vehemente sospitione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più nè asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia, lo denontiarò a questo S. Offitio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d’adempire et osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.
Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiuratione et recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.
Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

Il 22 giugno 1633 si consumò l’ennesimo ed imperdonabile crimine contro l’umanità della Chiesa cattolica. E servono a poco le riabilitazioni postume, l’infamante macchia resta, indelebile.

Verrebbe da dire che la condanna ecclesiastica è servita a poco, che la verità, alla fine, trionfa sempre. Certo, giustissimo, parole bellissime. Ma occorre anche ricordare che dietro la verità si cela spesso un dramma, che essa trionfa sulle spalle dei protagonisti, nel caso di Galileo, sulle spalle di un vecchio scienziato malato, che non aveva certo l’impeto bellicoso ed irrefrenabile di Bruno, che non aveva più la forza di lottare, che mentì per disperazione.

L’abiura di Galileo non fu un gesto di viltà, ma di grande stanchezza.

 

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