Caro Lettore, Freemaninrealworld rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Dante e Virgilio giungono nella quinta bolgia del cerchio ottavo, dove sono puniti i barattieri, immersi nella pece rovente. Guardiani di questa bolgia sono gli insidiosi diavoli, che beffano un Anziano di Lucca, minacciano i poeti e tendono loro un tranello.

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando   3

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.   6

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,   9

ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;   12

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:   15

tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.   18

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.   21

Mentr’io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco dov’io stava.   24

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,   27

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.   30

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!   33

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.   36

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche   39

a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita».   42

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.   45

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!   48

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio».   51

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi».   54

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.   57

Lo buon maestro «Acciò che non si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;   60

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’altra volta fui a tal baratta».   63

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.   66

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,   69

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!   72

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli».   75

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».   78

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto», disse ’l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi,   81

sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».   84

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: «Omai non sia feruto».   87

E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi».   90

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;   93

così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.   96

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.   99

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi».   102

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».   105

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.   108

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.   111

Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.   114

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei».   117

«Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.   120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.   123

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane».   126

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.   129

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?».   132

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».   135

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;   138

ed elli avea del cul fatto trombetta.

I poeti giungono nella quinta bolgia, dove sono puniti i barattieri, coloro i quali approfittarono delle cariche pubbliche per ottenere privilegi e raccogliere ricchezze, e sfruttarono il favore dei signori presso cui erano impiegati per il loro tornaconto personale.

La fossa della quinta bolgia è colma di nera, tetra pece, e ricorda a Dante l’arsenale («arzanà», v. 7) veneziano. Il poeta rievoca allora il lavorìo che caratterizza il cantiere lagunare in inverno, stagione in cui le navi, alle quali è impedito di uscire in mare, vengono riparate.

Tornando alla visione infernale, la pece, particolarmente consistente, ricopre entrambe le sponde rocciose di uno strato viscoso e, a causa del bollore, si eleva verso la superficie, si ingrossa e poi si sgonfia in seguito allo scoppio delle bolle.

Lo sguardo di Dante si perde nell’oscura marea, spettacolo terribile ed al tempo stesso affascinante, fino a quando l’improvviso e forte grido di Virgilio – «Guarda, guarda!» (v. 23) – lo costringe a distogliere lo sguardo e a spostarsi. La guida avverte così il discepolo dell’imminenza di un fatto incredibile, orrendo e terrificante. Lo stato d’animo di Dante è lo stesso dell’individuo che, in una situazione di estremo pericolo, non fugge per l’ardente curiosità.

Ed ecco apparire un «diavol nero» (v. 29), che s’avanza precipitosamente sullo scoglio del ponte. Il suo aspetto è orribile e malvagio, dall’atteggiamento traspare un’efferata crudeltà, e tutto ciò è amplificato dalle ali spalancate e dalla rapidità del suo passo (vv. 31-33). Sulle spalle porta un malcapitato peccatore. Queste le parole del demone: “O diavoli («Malebranche», v. 37), ecco uno dei magistrati («anzïan», v. 38) di Santa Zita! Mettetelo sotto, che io torno di nuovo in quella città piena di colpevoli di baratteria: ogni uomo è un barattiere, tranne Bonturo (il diavolo è ironico, in quanto Bonturo Dati era considerato a Lucca il barattiere par excellence); il no, per mezzo del denaro, diventa si («ita», v. 42)”.

Il diavolo abbandona il dannato e riparte di gran carriera, come un mastino quando insegue un ladro. Il peccatore riemerge cosparso di pece e piegato, spezzato dall’ardente temperatura del liquido. I demoni, nascosti sotto il ponte, si prendono gioco di lui. Il dannato, prostrato, sembra rendere omaggio ad un’immagine sacra, il Santo Volto – rappresentazione di Cristo in legno di noce venerata nella Basilica di S. Martino a Lucca – e ciò causa l’ilarità dei crudeli e scapestrati diavoli, che inoltre assimilano il volto nero e lordo del peccatore a quello del redentore, nell’opera appena ricordata, dello stesso colore scuro.

I demoni afferrano («addentar», v. 52) il disgraziato con più di cento uncini («raffi», v. 52), lo dilaniano, senza rinunciare al loro tagliente e sadico sarcasmo. Intanto Virgilio consiglia a Dante di accovacciarsi, per non farsi notare dai diavoli che dunque ancora ignorano la loro presenza. Inoltre lo rassicura, dicendogli di non temere, qualunque ingiuria e provocazione gli facciano. Del resto, Virgilio ha già avuto a che fare con tali energumeni infernali.

La guida si mostra, ed il violento furore dei diavoli è paragonato a quello dei cani che, a causa di un rumore brusco, improvviso si scagliano contro il povero avvicinatosi alla casa. Virgilio chiede di poter parlare con uno di loro. Malacoda è il “capo” della demoniaca brigata. La guida gli spiega che è lì per volere divino, con lo scopo di condurre un altro («altrui», v. 84) per l’impervio cammino. Le parole di Virgilio annichiliscono l’orgoglio del diavolo, che lascia cadere l’uncino rassegnandosi così alla volontà superiore. Ordina ai suoi compagni di non fare del male ai viaggiatori: «Omai non sia feruto» (v. 87).

Virgilio esorta Dante ad uscire, illudendosi di aver aggirato così l’infido ostacolo dei demoni. Alla vista del poeta i diavoli si fanno avanti, con la loro ingenita aria minacciosa. Dante teme che non tengano fede alla parola data, si accosta, quasi avvinghia a Virgilio senza distogliere lo sguardo impaurito dalle terribili fisionomie dei Malebranche, che abbassano sì gli uncini, ma intimoriscono egualmente con le loro spietate e minacciose battute. Le loro parole tradiscono la matta ed efferata brama di smembrare, mutilare, straziare l’autore.

Malacoda tende l’inganno. Dice a Virgilio che, andando avanti fino alla sesta bolgia, troveranno un ponte ancora intatto, di cui potranno servirsi per proseguire il cammino. In realtà, tutti i ponti sono crollati. Malacoda inoltre rassicura la guida riguardo alla condotta dei suoi simili, che si comporteranno in modo ineccepibile senza aggredirli.

Dante e Virgilio si ritrovano scortati dalla malvagia e spaventosa schiera. I diavoli, con il loro irrinunciabile umorismo tetro, voltano a sinistra parodiando un gesto ordinato, militaresco. Attendono da Barbariccia un cenno, che non tarda ad arrivare, volgare, scurrile, indecente. Il demone ha fatto del culo una tromba, dando così agli altri il segnale di partenza.

I Malebranche creati da Dante sono dei straordinari saltimbanchi del male, animati da una innata brama di violenza e da una triviale e pungente ironia. Il loro tetro umorismo, al quale non rinuncerebbero per nulla al mondo, ed i loro spaventosi uncini sono taglienti in egual modo. Violenti, ironici ed astuti, come dimostra il tranello teso da Malacoda, nel quale persino Virgilio cade in trappola.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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