Possiamo idealmente suddividere la rivoluzione astronomica in due fasi. Fino ad ora ci siamo occupati della prima fase, caratterizzata dagli importanti contributi di Copernico, Tycho Brahe e Keplero. Quest’oggi ci dedichiamo invece alla seconda fase, in cui domina prepotentemente la figura di Giordano Bruno (1548-1600), colui il quale, con il suo ardimentoso coraggio ed il suo incontenibile e visionario impeto filosofico, ha impresso una svolta decisiva alla rivoluzione astronomica, oltrepassando in modo definitivo l’antica concezione dell’universo aristotelico-tolemaico.

Torniamo però un istante alle origini. Il concetto della molteplicità dei mondi e dell’infinità del Tutto, nasce nell’antica Grecia con Democrito (460 a.C.-370 a.C. circa) – assieme al maestro Leucippo (prima metà del V secolo a.C.-terzo quarto del V secolo a.C.) fondatore dell’atomismo – ma non attecchisce, sovrastato dal modello aristotelico, che al contrario concepisce l’universo come finito, unanimemente accettato dalla scienza e dalla filosofia del tempo.

L’idea infinitistica degli atomisti sarà osteggiata anche in seguito. Nel Medioevo viene considerata dalla Chiesa alla stregua di un’eresia. Il concetto di infinità dell’universo torna poi nel Rinascimento, con il maggior esponente del platonismo, Nicola Cusano (1401-1464). In realtà, è più corretto definire l’universo concepito dall’umanista tedesco come «interminato».

La tesi dell’infinità e dell’apertura del Tutto ricorre, anche se, come in Cusano, non in modo chiaro, in due studiosi del Cinquecento: l’italiano Marcello Palingenio Stellato (1500 circa-prima del 1551) ed il britannico Thomas Digges (1546-1595).

Il primo pensatore a sostenere con piena coscienza, dunque con forza e convinzione, l’infinità dell’universo è Giordano Bruno, partendo dall’avversione nei confronti di Aristotele, basandosi sul De rerum natura di Lucrezio (94 a.C.-50 a.C.) – oltreché divulgatore dell’epicureismo convinto difensore dell’atomismo democritiano -, reinterpretando in modo del tutto originale e fantasioso il pensiero di Cusano e seguendo i rivoluzionari insegnamenti di Copernico.

L’intuizione di Bruno non è il frutto di considerazioni astronomiche, tantomeno matematiche, ma sorge dall’ardente immaginazione del filosofo. Giordano Bruno fu un audace e geniale visionario, in ciò risiede la sua incommensurabile grandezza. Questo il suo ragionamento, partendo ovviamente dai capisaldi del copernicanesimo: se la Terra è un pianeta che ruota attorno all’immobile sole, le stelle non potrebbero essere dei soli fissi attorno ai quali ruotano dei rispettivi pianeti? Pertanto, l’universo non potrebbe contenere innumerevoli stelle/soli fulcri di altrettanti mondi? Nell’emblematica opera De l’infinito, universo e mondi (1584) Bruno conclude: «Sono dunque soli innumerabili, sono terre infinite, che similmente circuiscono quei soli, come veggiamo questi sette circuire questo sole a noi vicino». In questo modo il filosofo nolano libera tutta l’incontenibile potenza rivoluzionaria delle tesi di Copernico.

Bruno trasporta inoltre tale concetto dal campo astronomico al campo metafisico, affermando anche qui l’infinità dell’universo, sostenuto dal principio teologico – già annunciato nelle fasi conclusive della Scolastica – in base al quale il mondo, essendo la causa di un’entità infinita, deve essere anch’esso necessariamente infinito.

Detto ciò, possiamo delineare i principali tratti caratteristici del nuovo universo concepito da Bruno: 1) il mondo non ha confini, è aperto, illimitato; 2) esistono molteplici mondi, tutti potenzialmente abitabili – «Così si magnifica l’eccellenza di Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo: non si glorifica in uno, ma in soli innumerevoli: non in una terra, un mondo, ma in duecentomila, dico in infiniti»; 3) l’universo fa parte di un’unica e sconfinata regione, non esiste una distinzione tra mondo sopralunare e mondo sublunare; 4) lo spazio universale non ha un centro, all’interno di esso non esiste un punto che possa essere preso come riferimento; 5) l’universo è infinito, e tale infinità si riverbera su tutto ciò che esso contiene, comprese forme e creature.

Le tesi di Bruno, eccessivamente ardite per l’epoca, vennero accolte con freddezza, anche da astronomi eccezionali come Tycho Brahe, Keplero e Galileo. Sul pensiero del filosofo nolano si abbatté ovviamente anche l’ignominiosa e barbara scure della religione, che non poteva proprio tollerare delle idee tanto sovversive. In sostanza, a Bruno accadde ciò che accade molto, forse troppo spesso ai grandi, l’essere incompresi dal proprio tempo.

Epilogo

Si conclude così, con una immancabile, seppur sottile, vena di amarezza questo ciclo di articoli dedicato alla rivoluzione astronomica, attraverso i quali ho cercato di ripercorrere le tappe fondamentali di uno degli eventi più importanti della storia. Ma ciò che più mi premeva, era la rivalutazione, all’interno di questo evento capitale, della figura di Giordano Bruno. Si crede che la rivoluzione astronomica sia stata il frutto dello studio di una sola mente, quella di Copernico, ma non è così, e spero di essere riuscito a comunicarlo. Anche Tycho Brahe e Keplero diedero un apporto decisivo, ma soprattutto Bruno, il visionario Bruno. È vero, egli non fu un astronomo, e neanche un matematico, ma fu un filosofo straordinario dalla sconfinata immaginazione, un artista del pensiero. Tanto grande da scoprire la vera costruzione dell’universo con una geniale intuizione figlia della semplice, pura e poetica fantasticheria, della semplice, pura e poetica ispirazione, del semplice, puro e poetico sogno, del semplice, puro e poetico sentimento, del semplice, puro e poetico amore per la verità.

Particolare del monumento in bronzo a Giordano Bruno realizzato dallo scultore Ettore Ferrari, situato a Campo de’ Fiori a Roma, dove il filosofo fu arso vivo.

 

In copertina: Olivier van Deuren, Un giovane astronomo, 1685.

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