Altro grande protagonista della rivoluzione astronomica fu l’astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601). Rispetto all’osteggiato Copernico, ottenne un maggior successo, soprattutto a causa del carattere moderato del suo sistema, nominato ticonico, ideale accordo tra le antiche teorie tolemaiche e le rivoluzionarie teorie copernicane.

Il sistema di Brahe, modellato su quello del filosofo ed astronomo greco antico Eraclide Pontico (385 a.C. – 322 o 310 a.C.), prevedeva sostanzialmente il moto dei pianeti attorno al sole e, al tempo stesso, il moto del sole attorno alla Terra, dunque ancora collocata saldamente al centro dell’universo. Un vero e proprio compromesso accolto positivamente, in quanto scevro da qualunque contrasto con le sacre scritture.

Fu assistente di Tycho Brahe un altro esponente di spicco della rivoluzione astronomica, il celebre astronomo tedesco Johannes von Kepler (1571-1630), italianizzato in Giovanni Keplero.

Visse un’esistenza straordinariamente complicata, povera. In perenne conflitto sia con i protestanti che con i cattolici, i quali reputavano inammissibili, inaccettabili le sue teorie, faticò enormemente a guadagnarsi le risorse necessarie alla pubblicazione delle sue opere. Grazie al suo impegno la madre, condannata al rogo per stregoneria, riuscì a scampare alle feroci ed empie fauci di quel terribile ed ignorante strumento blasfemo che fu l’Inquisizione.

Keplero ebbe un approccio all’astronomia che potremmo definire lirico. Celebrò la bellezza, la perfezione, la sacralità dell’universo. In esso vide riflessa l’immagine divina e straordinaria della trinità.

Dunque Keplero pose al centro dell’universo il sole, rappresentazione di Dio, risorsa, fonte d’ogni bagliore, d’ogni luce, d’ogni calore e d’ogni vita. Il numero dei pianeti e la loro collocazione attorno all’immensa, fulgente e necessaria stella dipendevano da una legge, una legge basata sulla sintonia geometrica. I pianeti componevano infatti un poliedro.

Inizialmente Keplero imputò il movimento dei pianeti alla loro anima motrice, oppure all’anima motrice del sole. Successivamente, soprattutto a causa delle estreme difficoltà di dimostrare tale idea, di stampo pitagorico e neoplatonico, lo imputò a delle forze prettamente fisiche.

Sempre fermamente convinto che il carattere oggettivo del mondo risiedesse nella proporzione matematica compresa in tutte le cose, l’astronomo tedesco giunse alla sua fondamentale e sensazionale scoperta. Keplero individuò le tre leggi dei movimenti dei pianeti. Ispirato dal maestro Brahe rettificò e precisò così il pensiero copernicano. Le prime due leggi comparvero nell’Astronomia nova (1609), la terza nel testo Harmonices mundi (1619). Leggiamole.

Prima Legge – Legge delle orbite ellittiche: «L’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi»;

Seconda Legge – Legge delle aree: «Il segmento (raggio vettore) che unisce il centro del Sole con il centro del pianeta descrive aree uguali in tempi uguali»;

Terza Legge – Legge dei periodi: «I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le loro orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole».

Keplero morì nella miseria all’età di 58 anni, a Ratisbona, e qui venne sepolto. Non trovò pace neanche da morto. Le truppe svedesi, impegnate, durante la sanguinosa e devastante guerra dei trent’anni, nell’occupazione della Baviera, rasero al suolo il cimitero. La tomba dell’astronomo tedesco andò perduta, restò però la lapide, sulla quale è inciso questo splendido epitaffio, pensato dallo stesso Keplero:

«Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità».

In poche, eccezionali parole, l’essenza di un uomo e di uno scienziato prodigioso.

In copertina: Olivier van Deuren, Un giovane astronomo, 1685.

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