Roma nel 1606 era un laboratorio di sperimentazione artistica, una terra fertile per pittori, architetti, scultori e quant’altro. Per i grandi artisti entrare nel giusto giro voleva dire assicurarsi una vita a volte migliore del papa stesso, e chi più di ogni altro godeva di grande fama tra le famiglie nobili romane se non Michelangelo Merisi da Caravaggio. Ma nonostante ciò la sua fu una vita al massimo, vino, donne, gioco d’azzardo e risse erano il suo pane quotidiano, ma non solo, erano la sua vera fonte di ispirazione e proprio grazie alla sua vita nei bassifondi e al suo talento folle riuscì a prendersi gioco perfino dei suoi committenti.

Ma la sua vita subì una brusca sterzata proprio nel suo periodo di grande affermazione. Tutto ebbe inizio il 29 maggio 1606, quando in una notte affogata, ancora una volta, in fiumi di vino, il Caravaggio si macchiò del crimine più terribile, l’omicidio. Quella sera l’artista si trovava in via della Pallacorda, poco distante dalla sua abitazione romana, quando incontrò Ranuccio Tomassoni, un nobile nullafacente che gestiva un giro di prostituzione. Entrambi si odiano, il sentimento è reciproco, e il motivo di fondo è Fillide Melandroni. Quest’ultima è una delle prostitute con la quale amava intrattenersi Caravaggio, che la rese anche sua modella, e purtroppo anche una delle predilette del giovane Ranuccio. Questi, dunque, è il motivo fondamentale per cui i due non si potevano vedere, ma non l’unico. Infatti per Roma era un continuo arrivar alle mani per via della forte divisione politica su chi appoggiava gli spagnoli e chi era filo francese. Ovviamente i due non andavano d’accordo neanche in quello, e mentre Caravaggio era protetto dai nobili francesi, Ranuccio era filo spagnolo. Insomma a differenza di quello che i bollettini del tempo riportarono, ovvero che la rissa sfociò a seguito dell’assegnazione di un punto durante il gioco della pallacorda, è più probabile pensare che dopo un lungo offendersi e promettersele si è arrivati ai fatti.

E così Ranuccio sferra un fendete sulla nuca del Caravaggio, che, nonostante la grave ferita, trova le forze per rialzarsi e colpire a morte il rivale. Alcuni bollettini dell’epoca riportano che l’artista una volta atterrato il nemico gli abbia colpito la zona pubica, per offendere la virilità del Ranuccio. L’attendibilità di queste notizie non è massima, potrebbe benissimo essersi trattato di un colpo durante lo scontro, ma rimane il fatto che lo colpì, e la sua fama di persona irosa e scapestrata fecero il resto.

Combinato il fattaccio Caravaggio capisce subito di averla combinata grossa, così inizierà la sua fuga, la rincorsa alla libertà che lo porterà ad attraversare mari, affrontare vicissitudini estreme, per accorgersi di essere inseguito solo dal suo fantasma. E così il primo supporto gli viene dato dalla famiglia Colonna che lo ospiterà nella loro dimora di campagna a Paliano, lontano dagli occhi indiscreti di Roma, in attesa di avere notizie sull’entità della condanna. L’artista è pieno di speranze, conscio di avere molti estimatori ai piani alti, papa compreso. Furono però proprio i suoi estimatori a voltargli le spalle, e Scipione Borghese in particolare, il quale annuncia che la pena imposta è quella capitale. Non bastasse già la dura condanna inflittagli, ad aggravare la sentenza fu dichiarato bandito e per tanto chiunque può giustiziarlo ovunque lo incontri.

La sentenza spezza le gambe e i sogni sempre vivi del povero Caravaggio. Spaventato di chiunque comincia a spostarsi di protettore in protettore, sempre aiutato dai Colonna. Finché non decide di cambiare vita e tentare la fuga a Napoli, città che esercita un grande fascino sul pittore ribelle. E infatti ci mette poco ad ambientarsi nelle hosterie malfamate, in quei vicoli stretti e bui dove amava intrattenersi con donne affittate. Non ci volle molto nemmeno a trovare i primi soldi freschi, la sua fama gli permise di trovare fin da subito lavori molto ben retribuiti. Ma poi la vicinanza di Napoli agli spagnoli, suoi acerrimi nemici e vicini alla famiglia del Ranuccio, lo fa dubitare della sua sicurezza e lo costringe ancora una volta alla fuga.

Non è ben chiaro chi gli suggerì Malta come luogo sicuro, ma sta di fatto che nei suoi piani c’era la voglia irrefrenabile di poter tornare a Roma da cittadino libero. Il piano da lui studiato era quello di riuscire ad entrare nell’Ordine dei Cavalieri di Malta per poter godere della loro importanza per chiedere la grazie al papa. Ancora una volta grazie al suo incontenibile talento riuscì a mettere in ombra il suo terribile carattere, e così fu accettato nell’ordine, ma solamente come Cavaliere di Grazia, un gradino sotto il Cavaliere di Diritto, il grado più alto. Ma a volte il Caravaggio sembra proprio di non poter fare a meno di complicarsi la vita, gli piace annegare nei problemi da lui stesso creati, e così offende un cavaliere di ordine maggiore chiamandolo “sodomita” e sembra ritrovarsi coinvolto in un delitto sessuale come testimone. Questa volta ci sarà il carcere ad aspettarlo. Il 6 ottobre 1608 Caravaggio venne rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo a La Valletta.

Davide

Davide con la testa di Golia, 1606, Michelangelo Merisi da Caravaggio

A più di due anni dalla sua fuga da Roma, la sua vita sembra avviata verso un triste epilogo, rinchiuso in una rete di nemici e problemi da egli stesso tessuta. Ma come nelle più incredibili pellicole americane, il nostro eroe riesce a fuggire anche dal carcere che lo teneva prigioniero, per ripartire ancora una volta verso nuovi lidi. E così approda momentaneamente a Siracusa, per poi spostarsi a Messina e in altri posti sempre in Sicilia, finché nell’estate del 1609 ritorna a Napoli ancora speranzoso di ottenere la grazie. Poco dopo il suo ritorno il Caravaggio invia al cardinale Scipione Borghese una domanda di grazia con allegata una delle sue opere più famose, Davide con la testa di Golia. Nel quadro il Davide rappresentato dal pittore mostra pietà nei confronti del Golia di cui tiene in mano la testa. Nel volto è riconosciuto un autoritratto del Caravaggio che, nonostante la decapitazione nel quadro, mantiene uno sguardo vivo che implora pietà. Nel suo volto i segni del tempo scavano il viso segnato dalle sofferenze patite.

Ancora una volta sarà il suo talento a salvarlo. Dopo aver subito un attacco che lo sfigurerà in volto, riceve la notizia che probabilmente la sua condanna verrà annullata. Incredulo del buon cuore dimostrato dalla curia romana parte alla volta di Roma con una feluca traghetto che percorreva  il tragitto Napoli-Porto Ercole. La sua idea era di portare con se alcune tele per compiacere il papa Paolo V. Durante il viaggio della feluca voleva con qualche stratagemma fermarsi a Palo, frazione di Ladispoli e feudo degli Orsini a 40 chilometri da Roma, e attendere il via libera per tornare nella città che lo aveva consacrato. E si fermò effettivamente proprio a Palo dove però fu sottoposto a lunghi controlli da alcuni militari dello stato Pontificio. Quando venne rilasciato però la feluca era ripartita alla volta di Porto Ercole, e con lei i suoi capolavori che gli avrebbero garantito la libertà.

Comincia così l’ultima straziante corsa verso la libertà del più grande pittore italiano. Inseguito dai fantasmi che da quattro anni lo tormentano, alla ricerca disperata del suo sogno estremo di ritornare nella città che aveva amato, Roma. Purtroppo per lui non arrivò in tempo per recuperare i suoi capolavori, anzi morì il 18 luglio 1610 sulle spiagge di Porto Ercole, letteralmente sfiancato dalla folle corsa che fu poi la sua vita, estrema. Quando venne ritrovato è fortemente disidratato, i vestiti stracciati, i piedi tumefatti dalla folle corsa e le chiare cicatrici sul volto, segno della sua vita vissuta controvento.

E così termina l’avventura del pittore maledetto, l’unico che seppe farsi gioco dei papi, tanto da non vedersi esporre alcune opere nelle chiese perché considerate scempiaggini, per poi essere contese dagli uomini più potenti del periodo. Il pittore più importante del periodo che si trovò a rappresentare più volte le prostitute che amava come madonne nei suoi quadri, ha portato con se i suoi bari, le sue risse, rendendole sacre in quanto arte, ma non in quanto sante. Colui che credeva solo per convenienza, o meglio, credeva in un altra storia, santificando la notte, glorificando gli ultimi elevandoli a santi, almeno per un opera. A 39 anni, di cui gli ultimi quattro passati a fuggire, il pittore più ricercato del momento moriva solo, stremato sulla spiaggia, in fuga dai fantasmi ma inseguendo il suo sogno, in cerca di un altra notte da uomo libero.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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