Continuiamo ad esplorare i generi letterari più popolari del Medioevo. Dopo la canzone di gesta [1] ed il romanzo cavalleresco [2], concentriamo oggi le nostre attenzioni sul fabliau (favolello), componimento in versi che tratta di vicende popolari particolarmente umoristiche ed irriverenti. Al contrario della chanson e del roman, che traggono ispirazione dalla storia e dalla leggenda, il fabliau trae spunto dalla più bassa quotidianità. Di conseguenza, il linguaggio utilizzato è del tutto libero, disinvolto, licenzioso, a volte persino volgare. Dal favolello emerge un mondo diametralmente opposto a quello cortese descritto nelle canzoni di gesta e nei romanzi cavallereschi. Un mondo di beffe, burle, facezie, a tratti triviale, dissoluto, lascivo. Scopo del fabliau è divertire lettori ed ascoltatori, la comicità e dunque il riso sono i suoi due più grandi obiettivi. A sottolineare l’importanza di questo genere letterario tipicamente scherzoso e povero, il fatto che sarà un’importante fonte di ispirazione per la produzione novellistica medievale e per Boccaccio.

Precursore del genere fabliau, il poemetto Richeut, composto tra il 1159 ed il 1170. Proponiamo la parte iniziale del componimento, nel quale l’autore fornisce un vivace ritratto della protagonista, la viziosa e perfida Richeut.

Ora smettetela e ascoltate
voi che volete udire di Richeut;
avete sentito molte volte
raccontare la sua vita.
Fu maestra di dissolutezza,
ebbe in suo potere molte donne
di cui era l’esca e la guida
con la sua astuzia.
Ancora nessuna si libera di lei
e ciascuna diventa la Richeut
della vicina.
Non si trova più una giovinetta
che sia incline alla virtù:
si mette supina per quattro soldi,
quando trova chi glieli dà.
Al mondo non ce ne sono di oneste,
anzi, si contano sulle dita.
Questo è il colmo del vizio;
dànno il belletto
alla loro foga lasciva.
Ciascuna si preoccupa
di prepararsi bene.
Quando un giovanotto ha di che dare,
smaniano tutte per abbracciarlo,
per raggirarlo e tormentarlo:
questa si chiama dissolutezza,
ma ce l’anno in eredità dagli avi.
Tutte sanno ingannare,
senza distinzione,
ma a insegnarglielo
fu Richeut che viaggiò molto a lungo
in tutto il mondo;
le ammaestrò bene in ogni dove.
Nostro Signore confonda Richeut
che causò tanto male:
prese l’abito di monaca
ma lo tenne ben poco.
Ascoltate, che Dio vi protegga,
cosa le accadde:
se ne andò dal convento,
lì c’erano più di venti monache,
non ci volle più stare,
non solo, si tirò dietro anche il prete.
Così gli tolse il regno celeste,
perché fu preso
con lei, ucciso e fatto a pezzi.
Questo procurò ai suoi amanti
che sono molti per il paese.
Richeut ha reso poveri i ricchi.
Grazie a Herselot,
la fece pagare cara al prete
e fece passare per sciocco
il cavaliere.
Perfino ser Guillaume, il possidente,
che era tutto dedito a pregare il Signore,
per lei si bevve il destriero
e i finimenti.
Richeut si prende gioco dei cortesi,
chierici, cavalieri e borghesi,
e dei villani.
Ovunque Richeut metta le mani
inganna le altre puttane.
Richeut è sempre alla cerca,
è fiera e temeraria.
Se avessi ascolto, ora direi
un racconto su di lei,
superiore a tutti gli altri,
e non rinuncerò per vergogna
a raccontarvelo;
chi narra la vita di Richeut
non può usare un linguaggio cortese.

Richeut, «maestra di dissolutezza», è una scheggia impazzita che sconvolge l’ordine sociale medievale. È questo l’aspetto più interessante che emerge dal passo proposto. Richeut, servendosi della sua enorme astuzia, corrompe qualunque donna incontri, tanto da compromettere, guastare l’intero genere femminile. A causa sua, non si trovano più giovani virtuose, disinteressate ed incorruttibili.

Richeut, con il suo straordinario ed irresistibile fascino, conquista qualunque uomo, portandolo alla rovina. Il ricco gentiluomo Guillaume dissipa il suo intero patrimonio a causa della donna. Neppure un prete riesce a resistere alla corrotta avvenenza della protagonista, e paga a caro prezzo la carnale debolezza, venendo «ucciso e fatto a pezzi».

Richeut è un’eroina negativa, antitetica alla donna cortese idealizzata nei romanzi cavallereschi. Ella annienta con irriverenza i valori tipici dell’età cortese. Non c’è posto per l’amore, il coraggio, la devozione, la fede, in generale per il sublime, a trionfare sono le componenti carnali, venali e licenziose dell’esistenza.

[1] Per un approfondimento sulla canzone di gesta, si consiglia la lettura dell’articolo Bene non fu per voi vedere Orlando!

[2] Per un approfondimento sul romanzo cavalleresco, si consiglia la lettura dell’articolo Chrétien de Troyes – L’amore come religione, la donna amata come unico, vero Dio.

In copertina: dipinto di Jacopo Palma il Vecchio (1480-1528).

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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