Dopo aver ripercorso la storia del tormentato amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo proponiamo, in più appuntamenti, diverse lettere tratte dal loro cospicuo ed appassionante epistolario. Buona lettura.

Epistola LXVIII
Sibilla a Dino

Firenze, 28 febbraio

Dino,
Dicesti: “Sibilla resisterà una settimana, poi mi soffocherà di lettere, di espressi…”.
È un mese che sei partito, e ti scrivo – per un’unica volta. Non ho mai più saputo nulla di tè, se non che ti sentivi “bene e quasi felice”. Neanche Cesarino m’ha più scritto. Non aspetto più nulla.
Ma ti scrivo perché c’è una verità che ti voglio aver detto, che forse ti entrerà in petto ora che tè la dico di lontano e senza più speranza di rivederti.
Dino, io e tè ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più.
Dino, e il dolore non importa, e non importa la morte.
Io son già fuori della vita, anche se piango ancora.
Dino, fa di salvare nella tua anima il ricordo del nostro amore, poi che non hai saputo voler salvare l’amore nella vita, fa di portarlo nell’eternità com’io lo porterò!
Dino, che DIO ti guardi.
Sibilla

***

Epistola LXIX
Sibilla a Dino

Firenze, 17 febbraio 1917

C’è un ramo in fiore – che profuma di miele – e ci son luci rosse e nere – di legna che arde. – Ricordi inattesi – di paesi – felici, – gemiti improvvisi – per visi – che atrocemente risero – e s’allontanarono. – Intensa fragranza – e guizzi in stanza – a sera – pace del fuoco – eco di luce – la pigna in brace – tutte le foreste lungi. – Desdemona – e il salce dov’è?
Te la volevo mandare un mese fa! Vedi come è brutta, strappala!

***

Epistola LXXI
Sibilla a Dino

Marzo 1917

Mio caro, lo sai che mi stanno uccidendo? Oh, non ti allarmare. Piano piano e nessuno se ne accorge. Minuto per minuto, in questo assurdo silenzio gonfio d’indicibile, aumenta la prostrazione, la fissità vana dello sguardo, e il sapore di terra in bocca. In questi ultimi giorni, per giunta, ho lavorato. Niente di molto bello, ma tutto serve. Non eri tu che dicevi “Come costa caro far poesia!”? E poi il motto Auf mors, Bah, perché ti scrivo queste storie? Pensare che l’altra mattina mi son svegliata col pungolo di mandarti questa straordinaria frase: “Cane arrabbiato che m’hai morso, muoio, ma ti taglieranno la testa”. Forse l’avevo sognata. Ancor adesso la contemplo con reverente stupore, lo stesso che m’incuteva certe volte il tuo più atroce furore. Poveri noi. Dino e Sibilla, anzi, Dinuccio e Rinetta, che non potranno amare mai più. Almeno io ne ho più per poco. Ma tu? Ingrassi? O fai versi? Addio, mio caro, non aspetto mica risposta. Hai visto che non t’ho “soffocato” con le mie lettere? Addio, Dino, che Dio ti guardi.

***

Epistola LXXII
Sibilla a Dino

1 Marzo

Dino,
ho una grande malinconia, un grande amore, una parola, non so quale, da dire.
Non so quel che la vita vuole da me. Se debbo resistere in questa solitudine, in questa preghiera d’ogni istante: rinunciare a rivederti, restare per sempre con questo sapore di terra in bocca; salvarti con la mia rinuncia, col farmi amare da lontano. Aspettare la morte, quant’anni, Dio mio?
O venire, con tutta l’umiltà del mio cuore che vuoi piangere e che vuoi cantare. Che non sa nulla, di là dalla gioia di ritrovarti. Che tu rinnegherai, calpesterai ancora, e continuerà ad amarti, cosi…
Dino. E sentirmi chiamare per nome. Oh non è miseria. Ti amo. Ringrazio DÌO. L’adorazione silenziosa per l’universo, si scioglie in queste lagrime se ti vedo o se ti penso. E quando tu mi chiami Rina, è DÌO in tè che mi vuoi bene, che mi sorride. Vicino o lontano?

***

Epistola LXXIII
Dino a Sibilla

Rubiana, 8 marzo 1917

Egregia Sibilla,
II mio silenzio deve avervi significato che nulla e più possibile tra noi. Voi avrete dunque rinunciato al progetto del vostro viaggio quassù. Già vi dissi che preferivo uccidermi piuttosto che vivere con voi. Questa mia decisione si è consolidata. Lasciatemi dunque perdere. Sento che non potrò mai più perdonarvi. Addio dunque. Tutto è finito per sempre.
Campana.

***

Epistola LXXIV
Dino a Sibilla

Rubiana, 9 marzo 1917, ore 11.20

Perdona vieni subito.
Campana.

***

Epistola LXXV
Sibilla a Dino

Firenze, 9 marzo 1917, sera

Perdonarmi? D’esserti venuta incontro, d’averti creduto un uomo libero e grande, d’averti parlato come parlo soltanto all’anima mia – perdonarmi d’averti “preso sul serio”, vero Campana? D’aver durato il martirio più infame, per amore, per speranza invincibile di miracolo, e baciato le tue ginocchia. E ora, d’aver aspettato, pregando, pregando DIO Che ti salvasse, che il silenzio e la montagna ti facessero sentire che cosa siamo stati e che cosa potremmo essere – aspettato e taciuto, in una consunzione d’ogni minuto, quanto tempo? Ed è sempre la notte che sci partito, tè l’ho scritto finalmente nella cartolina che s’è incrociata con questa tua lettera… Dino, povero, povero, povero!

***

Epistola LXXVI
Dino a Sibilla

Villa Irma, Rubiana (Torino), 11 marzo 1917

Cara Rina
Non ho ricevuto la tua cartolina. Non ti dico quello che ho sofferto in questo tempo. Non ho vissuto (?) che per te. Vedi che appena ti sei mossa, hai scritto quella cartolina che non ho ricevuta – io ti ho scritto. Volevo dirti in quella lettera che tu venissi perché volevo morire, e questo tutti i giorni che c’era un po’ di sole qua volevo scrivertelo. Invece ti ho scritto il contrario, ma tu sai leggere.
Cara Rina, non voglio attaccarmi a te con quella disperazione che tanto ti offendeva, mi contento di dirti che ti amo più della mia vita, e ti prego a non chiedermi più di quello che posso darti. Tu sei libera, io non ti domanderò mai più nulla.
Hai lavorato un po’? Vuoi venire tu o che venga io? Vuoi che viviamo insieme o lontani? Sai i miei gusti. Come stai? Che vita hai fatto? Qua non manca ancora nulla. Mandami un quarto chilo di Thè Hornimans unica gioia.
La casa è ospitale qua. Posso disporne liberamente, benché sia innocente (scusa la parola). Ti bacio infinitamente gli occhi le labbra i capelli. Per sempre tuo
Dino
La posta viene una volta al giorno. Inutile mandare espressi.

***

Epistola LXXVII
Sibilla a Dino

Firenze, 12 marzo 1917

Non vengo, mio povero amore. Perché non posso e perché non voglio. Ma non posso neppure scriverti. Soffro. Sento che nulla è mutato. Nulla in te s’è creato in tutto questo tempo d’orribile oscurità. Forse, anzi certo, perché sei partito a quel modo. Come dunque cedere alla tua chiamata? Dino. Io ho rinunciato a tutto, son già quasi fuori della vita. E non voglio rientrarci vanamente, comprendi? Per la pura gioia di vederti e d’abbracciarti, tanto forte e tanto pura ch’è uguale al sogno, non voglio si ripeta tanto male. Meglio soltanto ricordare, sentendo la morte venire. Io so ricordare la luce. So come ci siamo amati – come non è possibile amare di più in terra, lo e te. Ma il male non lo voglio più. Dovevi partire per guarire, Dino. Che voleva dire rinascere. Ritrovare volontà e fede. Pensarmi, volermi bene. La fede, ora bisognerebbe che la risuscitassi tu in me, ch’era tanta, lo sai! È mai possibile? Come se tu fossi giunto ieri costì, e m’avessi chiesto perdono appena toccata la neve. È mai possibile che tu sappia rimaner fermo ora ad amarmi e ad aspettarmi? Per un tempo che assolva tutto il resto? Che tu voglia veramente vivere, per tè e per me? Dino, non posso più sperare, e soffro, soffro, che dirti altro? Ma sono anche felice – di patire cosi, morire cosi d’amore.
Sibilla.

***

Epistola LXXVIII
Dino a Sibilla

Rubiana, 21 marzo 1917

Caro amore,
Mi accetti o no come tuo modesto compagno per sempre? In ogni caso perdona tesoro. Voglio rivederti. E basta colla inutile sofferenza ora e poi.
Se non vieni verrò tra due o tre giorni. Ricevo oggi la tua lettera del dodici. Indirizza Villa Irma Rubiana (Torino). Non ricevei la cartolina. Sono stanco di quassù e di tutto quello che non è te. Io non voglio vivere se non per te. Se accetti bene. Se no ci vedremo una volta e poi addio. Fai i tuoi calcoli tenendo conto anche del tuo cuore. Qua fa caldo. Dovresti venire quassù. Si sta tranquilli. Non c’è nessuno. Dovresti chiedere un permesso di quattro o cinque mesi all’istituto per “ragioni di salute” e procurarti qualche traduzione per me.
Di te non ricordo che l’immenso amore che ti ho voluto e che ti voglio e che mi hai voluto e ti chiedo sinceramente perdono di tutto quello che per mia miseria o per destino è successo tra noi. Non succederà più nulla. Amore mio rispondi anzi vieni. Se vuoi vedere i tuoi amici ti accompagno. Ormai ti amo interamente colla tua vita. Per sempre
tuo Dino!

***

Epistola LXXX
Dino a Sibilla

Rubiana, 25 aprile 1917

Sibillina perché scrivo ancora? Non vi credo più, lo sapete. Aspettavo anche questa disillusione che non può aggiungere nulla al resto. Ciao lo stesso. Abbiamo fatto il giro del lago. La vita è un circolo vizioso. Mandate traduzioni?

***

Epistola LXXXI
Sibilla a Dino

Firenze, 25 aprile 1917

Ti mando dei versi qualunque, soltanto perché tu veda che anch’io in questi giorni pensavo che la “vita è un circolo vizioso”… Ma lo pensavo diversamente da te, mio povero Dino. Del resto, se ho ancora la grazia di sentire in qualche attimo il ritorno eterno della purezza nel mondo, non soffro però meno. Dino, ti amo ancora. In questi tre mesi son rimasta fedele alla mia passione, in un modo che tu non puoi forse neppur immaginare. Ma, mentre sono ancora cosi tua, ti dico a mia volta addio. Non so che cosa mi aspetta. Forse le primavere, se torneranno per me, torneranno tutte come questa, deserte. Sia fatta la volontà di Iddio. È morta mia madre, l’ho saputo troppo tardi per rivederla. Forse partirò domani, non importa per dove. Non ho da mandarti le traduzioni che mi richiedi, e non vedo come procurartene in questo momento. Addio, Dino, che tu possa ritrovar la poesia nella tua anima – e ricordarti qualche volta dell’anima mia.
Ma si, sempre

Sento che sorrido,
intenerita,
c’è pudore e c’è grazia puerile
in questo che m’investe,
sola,
tremore improvviso,
oh luce tra le rame gemmate,
sera che avvicini la primavera,
sento che sorrido,
intenerita,
cosi tersa cosi lieve e presente
la vita,
con un suo senso anch’essa di casto bene,
ridente,
di un’ora che torna, torna, ma si, sempre
di un’ora sospesa,
oh nuova!

Sibilla Aleramo

***

Epistola LXXXII
Dino a Sibilla

Firenze, fine aprile – inizio maggio 1917

Sibilla
Mi hai scritto che mi lasciavi e sono venuto per vederti perché non posso lasciarti senza più sentire la tua voce, una volta sola. Mia adorata, se vuoi ti giuro che sarai libera perdona
tuo Dino

***

Epistola LXXXIII
Dino a Sibilla

Firenze, 1-5 maggio 1917

Cattiva mi fecero il gioco delle carte e come vero. Non voglio scrivere capisci, niente vale il tuo sorriso, la dolcezza di te, non voglio dirti altro che sono passato e passo a guardare la tua finestra chiusa e a baciare il vetro della cassetta delle lettere che una volta lasciava vedere Sibilla Aleramo. Non mi sento affatto feroce, perfettamente tranquillo. Ti AMO. Gioia mia, più cara della vita mille volte mia per il mio ricordo disperato. Tesoro, vuoi che ti racconti? E inutile. Cosa puoi tu fare delle mie storie. Sibilla mia. Sibilla piango e sorrido ti adoro. Oggi glicine perlacee erano nel sole e una testa d’uomo? Non sono più il tuo bambino? Parlo di te come di una santa che si cerca in ginocchio. Mi sento forte perché tu sei stata qui, hai guardato l’Arno e hai visto le glicine. Sono stato pure al Lyceum e là ho visto le glicine vive sui muri del cortile arsi nel sole amore amore. Cuore del mio cuore c’è un altro ancora che vorrai cantare? La tua sancta solitudo coi grappoli di glicine al sole basta. Gioia Non so perché ti scrivo lettere assurde ti so lontana e che non vorrai più amarmi, capisco tutto sai. Mandami una goccia del tuo sangue posso guarire. Il vento batteva sui boschi ma la tua voce era più forte. Addio Sibilla non resisto più. Una lunga agonia era lassù lontano da tè. Avevo trovato una pupattola e ci recitavo la commedia dell’amore disperato. Se tu avessi assistito alla pantomina (come presente eri per me!), saresti stata tanto contenta, pantomina che spezzavo il cuore di legno a me e all’altra. Gioia tieni sul tuo petto la lettera prima di scriverla a lungo. Un bacio fatto di mille e mille baci.
Tuo Dino.
Scrivi raccomandato,
Dino
Via della Fornace 9 Firenze.

***

Epistola LXXXV
Sibilla a Dino

Milano, 30 maggio 1917

Ti ho sognato – mi eri coricato accanto – mi son svegliata che dicevi: “perdonami”. Eri tu, Dino – ti ho proprio rivisto, sentito.
Allora vuoi dire che lo sai finalmente che t’ho amato? Lo sai che cosa orribile è stata la tua cecità? Quei tuoi occhi che chiudevi, ed eran fatti per il sole. Per me e per te.
Oh Dino, Dino, e ora è troppo tardi. Non posso più. Io son per sempre quella della notte in cui partisti da Firenze, piango come quella notte, da quella notte e come se avessi quattro anni, lagrime senza risposta in mezzo alla via d’una bambina battuta e sperduta. E nessuno più m’ha toccata.
Ero pura, Dino – perché hai voluto negarlo, e sapevi di mentire?
Sono pura – e mi sento morire – ed ormai è troppo tardi, amore, povero mio, mio, ch’io sola ho amato. Ti perdono. Ricordati. Avevo fede nell’anima tua. Salvala – come se dovessimo ritrovarci. In sogno lo saprò, forse. Mio! Ti perdono. Vivi.
Sibilla

***

Epistola LXXXVI
Sibilla a Dino

Ca di Janzo, Novara, sera del 20 giugno 1917

Questa stanza d’albergo di cittadina di montagna m’ha ricordato, appena vi sono entrata, quella del Natale a Marradi. Forse perché c’è un letto grande, e da quella volta non ne ho mai più veduti. Grande, tutto per me. Ho mangiato dei funghi, come alla Casetta, e bevuto del vino. Domani proseguo per l’alta valle. Ci son tante valli nelle Alpi. Tu non puoi indovinare in quale mi trovo. Il proposito sarebbe di restarci almeno tre mesi, che uniti agli altri cinque già trascorsi in stato di santità farebbero un record – oh non per offrire a te!
E tu sei di nuovo a Rubiana, vero? L’ho saputo otto o dieci giorni fa, tornando a Milano. Mah! E sei contento? Domani vedrò le cime di ghiaccio. Quando penso che non saprai mai come t’ho amato, Dino! Addio, stanotte dormo.

Le lettere sono tratte da Quel viaggio chiamato amore, Editori Riuniti 1987.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti L’abbraccio, 1917.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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