Dopo aver ripercorso la storia del tormentato amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo proponiamo, a partire da oggi ed in più appuntamenti, diverse lettere tratte dal loro cospicuo ed appassionante epistolario. Buona lettura.

Epistola I
Dino a Sibilla

Barco, Rifredo di Mugello, 22 luglio 1916

Egregia Sibilla
Vorrei scrivervi ma non posso. Sono orribilmente annoiato. Conoscete Walt Whitman? Non capisco come facciate a vivere a Firenze e a conoscere certa gente. Non parlo di Cecchi che stimo e di Baldini. (Uno dei pochi amici di Dino sul quale mai si riversarono le sue ire) (n.d.r.).Studierò un tipo di voi. Bisognerebbe che avessi il vostro ritratto.
Guardatevi da S. Francesco. Una pecorella e voi? Vi preferisco cosi. Mi avete riconosciuto per italiano: credo, egregia Sibilla, che non avrò eredi. Anderò col mio famoso fardello dove anderò. Finita la guerra non esisterò più ammesso che esista ancora. Vi prego, se potete di trovarmi qualche acquirente per il mio libro. Lo invierò immediatamente. Vi bacio la mano

Dino Campana

***

Epistola II
Sibilla a Dino

La Topaia, Borgo San Lorenzo, lunedì 24 luglio 1916

Ho avuto la vostra cartolina, poche ore prima di partire, ieri. Adesso siamo più vicini, forse. Non so dove si trovi Rifredo, non ho domandato, e tutto il Mugello m’è nuovo. Qui sono in una casa di campagna, grande, deserta. Gli ospiti me l’han lasciata durante questa loro assenza, per due settimane.
Caro Campana, sono vicina a S. Francesco perché, nata signora, mi son spogliata via via di molte cose, “felice d’esser povera ignuda” – vi parafraso. Ma non temete per il mio spirito. E ho amato Walt Whitman, come pochi altri. È già tanto tempo.
Vi mando qualche mio vecchio articolo: giornalismo, non altro. Ma in uno parlo appunto, come potevo farlo allora, con ingenua gravita, di Walt. E in un altro, più recente, di Assisi. E in un altro ancora, della Provenza e di Parigi. Poi un brano d’autobiografìa, ricordi d’infanzia Metto anche una pagina ch’è un poco più che giornalismo, e che sarei contenta se voi leggeste con adesione: è di questo inverno. Volevate il mio ritratto, e invece vi mando delle parole, stampate! Mah. Le fotografìe non mi somigliano. Ci vedremo, una volta. Dite che vorreste studiarmi come tipo. Forse m’avete conosciuta in essenza, in un lampo, se v’ha toccato qualche mio piccolo accento – e tutto il resto vi confonderà. Però siete annoiato, dubitate quasi d’esistere, mi mettete nella tremenda alternativa di veder finire Campana con la guerra o di dover desiderare che la guerra si perpetui… Non vi diverto? Sono un po’ assonnata.
Ho scritto a varie persone che mandino a chiedervi il vostro libro, spero che qualcuna almeno m’ascolti. Mandatene due copie a me, ne regalerò una (con l’altra che già possiedo) e una la terrò, se ci mettete il vostro nome e il mio. Ho dato a tutti l’indirizzo di Rifredo – avvenite alla posta, se partite. Addio. Vorrei in questi quindici giorni mandar innanzi un libro, incominciato da tanto tempo e a cui lavoro soltanto “di dentro”…
A Firenze traduco dal francese articoli di politica! Vedete che questa mia lettera non somiglia alla prima. Cosi i ritratti non mi somigliano mai. Scrivetemi.

Sibilla Aleramo

Rimandatemi poi gli articoli, vi prego, perché non ne ho altre copie.

***

Epistola III
Sibilla a Dino

Chiudo il tuo libro,
snodo le mie treccie,
o cuor selvaggio,
musico cuore…

con la tua vita intera
sei nei tuoi canti
come un addio a me.
Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,
liberi singhiozzando, senza mai vederci,
ne mai saperci, con notturni occhi.

Or nei tuoi canti
la tua vita intera
è come un addio a me.

Cuor selvaggio,
musico cuore,
chiudo il tuo libro,
le mie treccie snodo…

Sibilla Aleramo
Mugello, 25-7-1916.

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Epistola V
Sibilla a Dino

Topaia, 28 luglio 1916, Borgo San Lorenzo

La solitudine ed io siamo buone compagne, perfino quando, come oggi, c’è un cielo pesante, e nella fattoria accanto bufonchia la “macchina”.
Ho sentito molto il vostro spirito qui attorno, in questi giorni.
Ho guardato sulla vecchia carta dov’è Firenzuola. Più su di Marradi.
Vivere un poco sotto la tenda – perché no? Sebbene sarebbe rischioso. Devo guardarmi dal freddo e dall’umidità, dopo un attacco d’artrite che m’ha colta a tradi- mento, due o tre anni fa. Non sono più giovane, lo sapevate? Però ancora buona camminatrice – cotesta occhiata agli Apennini la darei volentieri, con voi. Quando vi dico che mi riguardo, non intendo mica conservarmi per la vecchiaia… Ma la malattia mi fa orrore, la mia santità non arriva fino ad accettar l’infermità…
Insomma, se venissi a trovarvi costassù come mi dovrei equipaggiare?
Vogliamo intanto vederci per un giorno a Marradi? Se non v’annoia troppo, se non siete troppo lontano. Io potrei venire, mettiamo, mercoledì o giovedì, col primo treno (8.55), e voi dirmi dove m’aspettereste. Credo che ci si riconoscerebbe facilmente.
Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare. Uomo diffidente! Se fossi una predicatrice, vi direi di imitarmi, che non ho mai fatto a nessuno, ne in terra ne in cielo, l’onore di chiamarlo mio “nemico”.
Ed è per diffidenza postale che m’avete scritto in francese? Non vi venga in mente qualche altro giorno di farlo in inglese o tedesco, che non capisco, né in spagnolo.
Quella vostra Pampa, che cielo alto! Se ci si incontra a Marradi, mi darete il vostro libro e i miei articoli. Sono contenta che vi sian piaciute quelle righe di ricordo sulla mia infanzia. Vogliatemi bene.

Sibilla Aleramo

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Epistola VII
Sibilla a Dino

Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo, 31 luglio – 1 agosto 1916

Mio caro Cloche,
incomincio a farmi un’idea della topografìa dei nostri rispettivi eremi. Dal canto vostro avete da sapere che io mi trovo più vicino a Panicaglia che a Borgo. Alla stazione di Panicaglia si va in 15 minuti attraverso i campi, mentre a quella di Borgo ci vuole un’ora buona. Vi direi di venire voi senz’altro, ma vedo che preferite che venga io costà, e va bene, poiché sperate che il posto m’invogli a tornare. Prenderò dunque l’automobile a S. Piero giovedì mattina alle sette e scenderò a Rifredo, a meno che il conduttore non mi dica che Barco vien prima, nel qual caso voi m’aspetterete a Barco, sta bene? Non occorre rispondiate, se va bene. E io spero che nulla m’impedisca di venire ‘. Forse resterò anche la sera – siamo poeti notturni, le stelle ci propizieranno l’avvenire -. Se foste venuto qui, la prima impressione che v’avrei fatta sarebbe stata forse migliore, senza cappello e tutti gli altri imbarazzi del viaggio… Ridete? Ma voi mi prospettate la vostra testa rossa e la vostra aria da gentil garzoni…
Mio caro Campana. Ho un tono scherzoso, ma voi sentite quanto in realtà sia profonda la mia tenerezza. Vi ringrazio d’avermi scritto quelle parole sul dolore patito a Marradi. Vi saprò dir poco, a voce, sono una silenziosa, ma vedrete che il travagliato nodo della mia anima lascia tuttavia al mio volto e al mio silenzio un poco di chiarità.

Vostra Sibilla

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Epistola IX
Sibilla a Dino

Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo, domenica-lunedi, 6-7 agosto 1916

Perché non ho baciato le tue ginocchia?
Avrei voluto fermare quell’automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c’è il tuo petto per questa bambina stanca.
Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t’ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t’ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querele, l’acqua, il regno mitico del vento e dell’anima Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d’oro. E non ho baciato le tue ginocchia.
I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il ciclo.
Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata cosi lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me!
È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore! Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è cosi forte. Non posso scriverti. Verrò il 19. dovunque. Il 14 resterò qui; a Firenze andrò poi per un giorno. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi.

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Epistola X
Dino a Sibilla

Casetta di Tiara, Firenzuola, 7 agosto 1916

Leggo il Rubayat di Ornar Kaimar. Questo libro è eccellente e ben tradotto. Benché vi abbia appena stretto la mano bella dubitosa vi vedo qua in fondo ai pensieri e in fondo al paesaggio. Pura bellezza oro dell’occaso qualche cosa che conta nella solitudine dice Ornar Kaimar e dice bene, nella febbre del crepuscolo tra i grandi boschi.

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Epistola XI
Sibilla a Dino

Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo, lunedì sera, 7 agosto 1916

Tremo aspettando che tu mi scriva. M’hai amato, quei giorni. T’ho avuto tutto nel primo sguardo, cosi interamente. Perché tremo? E l’ultima sera m’hai detto: “Tanto dubitavi di te?…”.
Oh, ma è la verità. Dino. Io, che non vorrei, che mai avrei voluto cambiarmi con un’altra creatura, io che so il mio valore, so anche tutta la mia miseria, so che se tu domani mi scrivessi che è stato un sogno, che ti sei svegliato, che non mi ami, troverei nel mio orrore da chinare il capo… Perché amarmi, tu? Anche oggi, che povere frasi sciocche devo averti scritto. Come quando t’ero accanto, che non sapevo che piangere o baciarti. E ho fatto piangere tanti dacché vivo. Che importa se per ogni lagrima che ho fatto scendere ne ho versate io stessa cento. C’è tanta ombra intorno a me. Puoi averlo sentito, puoi, dopo che son partita, averlo sentito, tu che sei fatto per il sole… Dino, Dino!
M’hai detto: “tu non dici: sempre, mai, come le altre”. Ma stasera mi sembra che mai io mi sia sentita davanti all’amore una cosi piccola cosa oscura. Dopo tutto quanto ho vissuto e voluto, dopo aver benedetto ogni sforzo e ogni martirio credendo ogni volta di crescere e d’adunar luce in me, come mi trovo davanti a te! E se tu sapessi il disprezzo che ho per queste stesse parole con le quali cerco come d’inginocchiarmi. Tacere, non dovrei che tacere, aspettando. Bisogno di distruzione, dicevi… Come m’hai parlato del “nostro” lavoro, quell’ultimo mattino! Della cosa bella creata sotto il cielo dal fatto solo del nostro amore. – Senti i miei silenzi? – T’ho veduto staccato da tutti, libero come nessuno, e più umano ancora di me, oh Dino, ch’ero cosi sola a portar tutta la mia umanità. Ma più forte di me, anche. Più alto. So quel che dico. Che ti potrò dare? T’adoro. E sento tutta la mia impotenza. Baciarti.

***

Epistola XII
Sibilla a Dino

Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo, 7-8 agosto 1916

Notte – Possa tu riposare, mentre io ardo cosi nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice. M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda. Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa. Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora cosi forte, per questo scambio del nostro sangue.

***

Epistola XIII
Sibilla a Dino

La Topaia, Borgo S. Lorenzo, mattino, martedì 8 agosto 1916

Baciarti… Aspettando la posta, ecco cosa t’ho fatto…:

Fauno
Lontane dal mondo,
querce,
rade nel sole d’agosto,
acque fra sassi,
lontane dal tempo,
e tu
dorato ridi,
tu alla bianca mia spalla
tu alla verginea sua musica
gioia dagli occhi ridi.

(l’ultimo verso era venuto prima dei due penultimi: forse era meglio? Ma non ha importanza. È per noi). E non m’hai scritto…
Ho il terrore che tu non ti senta bene… Quei giorni son stati troppo belli. Ti supplico, Dino, tranquillizzami, mi basta una parola, te l’ho detto. E ora devo aspettare fino a domattina, la posta non viene che una volta…
Sono ancora sola, credo che gli ospiti torneranno domani. Stanotte ho riposato un poco, alzandomi avevo il viso roseo, ma ora son di nuovo inquieta. Vuoi ch’io ritorni subito?… Se vuoi, vengo, Dino. Ma tu m’avevi promesso di star bene, di aspettarmi con i tuoi occhi chiari, di riposarti pensando alla tua piccola. Mi ami sempre? Dolcezza, passione, smarrimento, sentimi. Tua
Ho fede, sai, tanta. Staremo insieme tanto – Guardiamo lontano. Amore. Baciami.
Preoccupazioni della Petite bourgeoise. Hai scritto a Vicchio? E al tuo paese per i vestiti e per il libri? Sei andato a veder di nuovo alla Casetta? E la russa, ti lascia in pace? Ho chiesto a Torino Una donna!. Spero tu lo possa avere per il 14.
Scrivimi subito, ti prego, poi per il 14 mi scriverai ancora, vero? qui.
Certi Gonzales da Milano non ti han chiesto i Canti? Non impensierirti, ti darò tregua con le mie epistole… Ma ora dimmi che stai bene e che mi vuoi bene. Soffro, ho bisogno di ritrovarti.

Le lettere sono tratte da Quel viaggio chiamato amore, Editori Riuniti 1987.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti L’abbraccio, 1917.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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