Caro Lettore, Freemaninrealworld rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Prima di intraprendere questo magnifico viaggio verso la redenzione e la beatitudine, insieme con il Sommo Poeta, ed in compagnia di Virgilio prima e Beatrice poi, ritengo sia necessario soffermarsi un istante sulla struttura del primo regno dell’al di là esplorato, quel mitico Inferno, molto probabilmente composto fra il 1304 ed il 1308, colmo di demoni e dannati le cui vicende, le cui pene, le cui sofferenze non possono che affascinare chiunque le legga. Per tale scopo ci serviamo delle parole di Roberto Mercuri, Professore di Letteratura italiana presso l’università La Sapienza.

Più in particolare, la topografia dell’Inferno inizia con un ampio vestibolo o Antinferno nel quale sono collocati gli ignavi o pusillanimi, coloro che non hanno saputo e voluto prendere posizione fra il bene e il male. L’Antinferno è separato dall’Inferno dal fiume Acheronte, cui sovrintende Caronte, il nocchiero infernale preposto al traghettamento delle anime. La prima sezione dell’Inferno è costituita dal Limbo, dove sono collocati gli infanti morti prima del battesimo e coloro che, vissuti prima o dopo la venuta di Cristo, sono morti senza battesimo; all’interno del Limbo spicca un luogo separato, il nobile castello, che emana luce propria e nel quale dimorano gli spiriti magni di eroi e di sapienti. È qui da rimarcare l’assoluta e rivoluzionaria novità dell’invenzione dantesca di inserire nel Limbo personalità del mondo pagano. Nel secondo, terzo, quarto e quinto cerchio sono collocati rispettivamente i lussuriosi, i golosi, gli avari e prodighi e gli iracondi. Custode del secondo cerchio è Minosse, del terzo è Cerbero, del quarto è Pluto, del quinto, dove è collocata la palude Stigia, è Flegiàs. Nel sesto cerchio, che si trova nella città di Dite e i cui custodi sono le Furie, sono puniti gli eresiarchi, atei e coloro «che l’anima col corpo morta fanno». Il settimo cerchio, separato dal sesto da un «alto burrato», accoglie i violenti distinti in tre categorie riparate in tre gironi: i violenti contro il prossimo e le sue cose, i violenti verso se stessi e le proprie cose e i violenti contro Dio e le sue cose (la natura); custodi del primo girone, dove scorre il Flegetonte, sono i Centauri, del secondo le Arpie e le Cagne, del terzo il Minotauro, che è anche custode di tutto il settimo cerchio. Il cerchio ottavo, custodito da Gerione, è occupato da Malebolge, a cui si accede attraverso una «ripa discoscesa» e appare diviso in dieci bolge che accolgono i diversi tipi di fraudolenti contro chi non si fida: seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordie, falsari. Il pozzo dei Giganti, custodi del nono cerchio e insieme peccatori puniti, separa l’ottavo dal nono cerchio, costituito dal lago ghiacciato di Cocito, che ospita i fraudolenti contro chi si fida ed è diviso nelle quattro zone di Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca in cui sono puniti i traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori; questi ultimi, Giuda, Bruto e Cassio vengono stritolati dalle bocche di Lucifero. (Il brano è tratto da Letteratura italiana – le opere, volume primo, “Dalle origini al cinquecento”, Giulio Einaudi Editore)

Terminato questo preambolo “strutturale”, possiamo finalmente immergerci nella lettura. È notte ed un Dante smarrito si ritrova nella celebre «selva oscura». Sul far del mattino raggiunge un colle irradiato dal sole, ma tre orribili fiere gli sbarrano il cammino, riconducendolo verso la selva. A salvarlo è Virgilio, che gli annuncia la venuta di un misterioso e miracoloso «veltro», e lo invita ad intraprendere il viaggio nell’oltretomba che lo condurrà alla salvezza.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.  3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!  6

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.  9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.  12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,  15

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.  18

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.  21

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,  24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.  27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.  30

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;  33

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.  36

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino  39

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle  42

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.  45

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.  48

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,  51

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.  54

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;  57

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.  60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.  63

Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».  66

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.  69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.  72

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.  75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».  78

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.  81

«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.  84

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.  87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».  90

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;  93

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;  96

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.  99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.  102

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.  105

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.  108

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.  111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;  114

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;  117

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.  120

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;  123

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.  126

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».  129

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,  132

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».  135

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Dante intraprende l’incredibile viaggio nel 1300, anno del Giubileo (riguardo il giorno esatto, due le ipotesi più accreditate, quella del 7 aprile, che corrisponde con la notte del Giovedì Santo, e quella del 25 marzo, che corrisponde con l’inizio dell’anno fiorentino). Il poeta, nato nel 1265, ha dunque trentacinque anni e si trova nella metà esatta della sua vita, in quanto secondo l’auctoritas biblica e quella aristotelica il corso dell’esistenza umana è di settant’anni.

Dante si ritrova da solo nella «selva oscura», ma idealmente è con lui l’intero genere umano, perduto in un mondo dissoluto, in quanto assenti, o comunque irrimediabilmente degenerati, i due poteri fondamentali in grado di assicurargli la felicità terrena, l’impero, e quella spirituale, la chiesa. Tutta l’umanità ha smarrito la «diritta via». Quella del poeta è un’esperienza universale.

«Dante non intende istituire nel primo verso una similitudine (la vita umana paragonata a un cammino), ma vuole definire la nostra esistenza nella sua fondamentale condizione. Che è appunto un viaggio, un cammino, un pellegrinaggio dell’anima esiliata dalla sua vera patria… Il cammino della vita era il suo ed era quello di tutti gli altri, e la metà del viaggio in cui egli si sorprendeva senza direzione e senza luce e senza ideale, tagliava in due la vita di ogni mortale, segnava un confine per ciascuno, e imponeva, di volta in volta una scelta, un riscatto, il problema più decisivo della vita, che è quello di conoscere se stesso e le ragioni del proprio vivere e di sapersi atteggiare per il più lontano avvenire, e soprattutto di consegnarsi interamente a una verità spirituale che non soffra ad ogni istante d’incertezze e di angoscie e d’improvvisi oscuramenti. Quel che Dante viveva a trentacinque anni è ciò che vivono tutti i mortali, e il suo smarrimento è lo stesso che coglie chi non abbia ancora ritrovato la giusta via e non si sia fatto una chiara coscienza della propria spiritualità» (S. Battaglia, «Linguaggio reale e linguaggio figurato», in Atti del I Congr. Naz. di St. danteschi, Firenze 1962, pp. 28-31).

La «selva» è un ambiente terrificante, terribile, è «selvaggia e aspra e forte», ed il solo ricordo è in grado di incutere ancora un inusitato timore. Ricorrendo a Boccaccio: «Pon qui tre condizioni di questa selva: selvaggia, quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile; aspra, a dimostrare la qualità degli àrbori e de’ virgulti di quelli, li quali dovìeno essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra se stessi; forte dichiara lo impedimento già premostrato, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne; (allegoricamente) selvaggia, perciò che nella prigione del diavolo non è alcuna umanità, né pietà, né clemenza; aspra per le spine, per li triboli e per gli stecchi, cioè per le punture de’ peccati; forte in quanto tenacissimi sono i legami del diavolo, e massimamente negli ostinati».

Nei versi iniziali, Dante ha già presentato le tappe del viaggio e della sua salvazione. Dalla «selva» – inferno, al «colle» – purgatorio, al «pianeta», ovvero il sole – paradiso/Dio. L’accecante stella ha per Dante un’enorme importanza, come si evince chiaramente dal seguente passo del Convivio: «Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole. Lo quale di sensibile luce prima e poi tutte le corpora celestiali e le elementali allumina: così Dio prima sì con luce intellettuale allumina, e poi le creature celestiali e l’altre intelligibili» (III, XII, 7).

Attenzione alla meravigliosa espressione «lago del cor» (v. 20). Nella fisiologia medievale, familiare a Dante, il tema del cuore, sede principale di ogni slancio vitale, veniva trattato e spiegato, insieme al tema delle vene e dei polsi, facendo ricorso ad una metafora acquatica. Il cuore è la fonte delle vene, che rappresentano i fiumi che irrigano il corpo. Il polso tremante, cui Dante accenna nel successivo verso 90, segno del battito irregolare, è sintomo di una morte imminente, così come il cuore che diviene da fonte viva ed impetuosa, lago stagnante. Dante descrive così la sua situazione quasi di paralisi, di immobilismo, appunto, di stagnazione, dunque di pericolosissima prossimità alla morte. Non è un caso che Dante situi Lucifero, il signore del male, nel Cocito, uno smisurato lago ghiacciato.

Per quanto riguarda «le tre fiere», secondo gli antichi chiosatori – ed è questa l’ipotesi generalmente accettata – la lonza rappresenta la lussuria, il leone la superbia e la lupa l’avarizia. Tra le molte altre supposizioni, interessante, anche se poco attendibile, quella politica, che individua nelle spaventose bestie Firenze, la Francia e Roma. Il pelo «macolato», ovvero screziato, della lonza simboleggia la sua natura estremamente mutevole e lasciva. La lupa, che si caratterizza per un’inquietante magrezza, è perennemente affamata, insaziabile. Le fiere sono disposte secondo un climax, in questo senso la lupa è la più pericolosa, quella che causa più sciagure, basti pensare che Dante accusa d’avarizia i principi, nel De Vulgari Eloquentia, ed i cardinali italiani, nell’Epistola VIII a Cangrande della Scala, ovvero i rappresentanti dei due massimi poteri – impero e chiesa – la cui degenerazione conduce il mondo al caos.

Ed ecco, proprio nel momento in cui l’angoscia di Dante, incalzato dalla lupa che lo costringe ad indietreggiare verso la selva, è al culmine della tensione, compare Virgilio. Dante impaurito non lo riconosce, ma lo implora, “abbi misericordia”, gli chiede aiuto, chiunque egli sia, un’ombra oppure un uomo. Il poeta romano gli rivela la sua appartenenza all’oltretomba, e la sua identità. Dante è esterrefatto di avere dinanzi a sé il suo «maestro», e prova vergogna per il suo scarso coraggio. È necessario a questo punto spendere qualche parola su Virgilio. Egli è innanzitutto l’autore dell’Eneide, la più grande opera del genere epico-tragico, ed il fatto che Dante lo scelga come guida, sta a significare che egli vuole collocare la sua Comedìa nello stesso indirizzo letterario del poema virgiliano. Virgilio appare come colui «che per lungo silenzio parea fioco» (v. 63). Il «lungo silenzio» non è da riferirsi al poeta romano, bensì agli ascoltatori. Virgilio appare «fioco» perché il suo messaggio universale, tramandato soprattutto attraverso l’Eneide, viene ignorato dall’umanità contemporanea, in quanto empia. Ad essere in silenzio è il destinatario che trascura e misconosce il verbo poetico. Dante si assume dunque il ruolo di favorito discepolo di Virgilio, ed è lui stesso a dichiararlo esplicitamente nel verso 85: «Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore». Inoltre il Sommo Poeta è «custode della “memoria” dell’Eneide e della tradizione letteraria “alta”, tramite autorizzato dallo stesso Virgilio» (R. Mercuri).

Virgilio profetizza la venuta di un «veltro» (cane eccezionalmente rapido e per questo adatto alla caccia), che ucciderà la lupa, l’avarizia, ovvero l’origine della dissolutezza sia civile che religiosa. Molteplici e varie le ipotesi riguardanti l’identificazione del «veltro» con un personaggio storico o una figura istituzionale emblematica. Queste le più accreditate: Can Grande della Scala, secondo Castelvetro, Lombardi, Tommaseo, Zingarelli e Pascoli; un imperatore, secondo Pietrobono, Mazzoni e Momigliano; il pontefice Benedetto XI, secondo Del Lungo e Renucci; un pontefice spirituale rinnovatore, secondo Porena e Sapegno; Dante stesso, secondo Olschki e Getto; lo Spirito Santo, secondo Filomusi-Guelfi e Papini. Quel che certo è che «per l’intervento del Veltro si avrà la salvezza degli strati umili di quell’Italia, al cui costituirsi come nazione concorsero vincitori e vinti» (A. Pagliaro, Ulisse, I, Firenze 1966, p. 55).

L’«anima fia» (v. 122) è Beatrice, donna reale cantata nella Vita Nuova, che nella Comedìa assume i tratti della santità, divenendo fondamentale figura teologica. La donna, verso cui Dante prova per tutta la vita una vera e propria venerazione, inizialmente mediata dagli ideali stilnovisti, lo accompagnerà nella terza cantica, nell’esplorazione del Paradiso, dopo che il poeta avrà completato il suo processo di totale purificazione sulla sommità del Purgatorio. Per evidenziare l’importanza di Beatrice, è sufficiente ricordare che proprio a causa della sua morte, avvenuta nel 1290, Dante sprofonda in quel sonno mortuario dal quale si risveglia dieci anni dopo nella «selva», dalla quale tutto ha inizio.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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