Noi tutti conosciamo Eugenio Montale (1896-1981) – premio Nobel per la letteratura nel 1975 – come poeta. E non come un poeta qualunque, bensì, assieme ad Ungaretti, come il più grande poeta italiano del Novecento, e come uno dei poeti italiani più importanti e grandi di sempre. Tuttavia esiste un Montale inedito, eppure prolifico ed affascinante, che non tutti conoscono: il Montale traduttore. Tutti i lavori di traduzione del poeta originario di Genova, perle rare, e forse proprio per questo, ancor più splendenti, sono raccolti nel Quaderno di traduzioni, pubblicato nel 1948.

Partendo da Shakespeare, fino ad arrivare a Kavafis, passando per Blake, Joyce, Yeats, Pound, Eliot, Guillén, e molti altri, fondamentali e bellissimi autori, Montale ci svela, attraverso il suo lavoro di “trasfusione poetico-linguistica”, dalla lingua originale al nostro caro italiano, versi favolosi arricchiti dal suo tocco magico di enorme poeta. Ve ne proponiamo alcuni, certi di commettere, sia chiaro, del tutto in buona fede, un innocente torto nei confronti di quelli che, purtroppo, non troveranno spazio.

Da Shakespeare, Sonetti

SONETTO XXII

Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io veda
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio -; e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo sia distante.
Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
vorresti: chi l’ha avuto non lo rende.

SONETTO XXXIII

Spesso, a lusingar vette, vidi splendere
sovranamente l’occhio del mattino,
e baciar d’oro verdi prati, accendere
pallidi rivi d’alchimìe divine.
Poi vili fumi alzarsi, intorbidata
d’un tratto quella celestiale fronte,
e fuggendo a occidente il desolato
mondo, l’astro celare il viso e l’onta.
Anch’io sul far del giorno ebbi il mio sole
e il suo trionfo mi brillò sul ciglio:
ma, ahimè, poté restarvi un’ora sola,
rapito dalle nubi in cui s’impiglia.
Pur non ne ho sdegno: bene può un terrestre
sole abbuiarsi, se è così il celeste.

SONETTO XLVIII

Con che animo, partendo, li ho rinchiusi,
i miei ninnoli, e con che serrature,
per trovarli, inusati, al mio solo uso,
da mani d’altri, cupide, al sicuro.
Ma tu che rendi men che nulla questi
gioielli se ti mostri, tu mio primo
conforto e ora mio cruccio, preda resti
d’ogni furfante che ti s’avvicina.
Non t’ho messo in alcuno scrigno, fuori
di quello in cui non sei, ben ch’io ti senta
qui pure: nell’asilo del mio cuore
dove tu giungi e parti a tuo talento.
Per essermi rubato, poi: se avviene
ch’è ladra anche virtù con un tal bene.

 

Da Blake

ALLE MUSE

Siate sull’Ida dalla fronte ombrosa
o nelle stanze dell’Aurora,
le stanze del sole in cui ora
l’antica melodia riposa;

oppure in cielo, bionde,
o nei più verdi angoli del mondo,
o lungi, nei recessi azzurri d’onde
nascono i venti armoniosi;

o vaganti su rocce di cristallo
sotto il grembo del mare,
perdute tra grovigli di coralli,
voi belle Nove che obliaste i canti;

dove avete lasciato il vecchio fuoco,
delizia d’altri bardi?
Tarde e fioche le corde, il vostro suono
è forzato, le note sono poche!

 

Da Joyce, Pomes Penyeach

GUARDANDO I CANOTTIERI DI SAN SABBA

Ho udito quei giovani cuori gridare
spinti da Amore sul guizzante remo,
l’erbe dei prati ho udito sospirare
non torna, non torna più!

O cuori, o erbe anelanti, invano gemono
gonfiate dall’amore le vostre bandierine!
Mai più il vento gagliardo che trascorre
vi tornerà vicino.

PER UN FIORE DATO ALLA MIA BAMBINA

Gracile rosa bianca e frali dita
di chi l’offerse, di lei
che ha l’anima più pallida e appassita
dell’onda scialba del tempo.

Fragile e bella come rosa, e ancora
più fragile la strana meraviglia
che veli ne’ tuoi occhi, o mia azzurro-
venata figlia.

 

Da Yeats

QUANDO TU SARAI VECCHIA

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

DOPO UN LUNGO SILENZIO

Parlare dopo un lungo silenzio è cosa giusta.
Perduti o morti gli altri esseri amati,
nascosta nell’abat-jour l’ostile lampada
e calate le tende sulla nemica notte
che si parli così tra noi e noi
su questo tema eccelso, l’Arte e il Canto.
La decrepitudine del corpo è saggia: giovani
ci siamo amati senza saperne nulla.

VERSO BISANZIO

I

Qui non c’è posto per i vecchi. Giovinetti e fanciulle
Nei loro abbracci, uccelli ai loro canti,
Generazioni in extremis, tonfi
Di salmoni ed il fiotto degli sgombri,
Tutto che vola o che si caccia o pesca
Nell’estate infinita, ciò che fu concepito
O nato o morto dentro la musica dei sensi
Non cura i monumenti dell’eterno intelletto.

II

L’uomo invecchiato non è che uno straccio,
Una logora veste su uno stecco
Se non esulta l’anima e non batte le mani
A ogni sussulto del suo mortale abito.
Non qui scuola di canto ma lo studio
Di monumenti d’alta magnitudine;
Ed è perciò che a vele alzate sono
Giunto alla città di Bisanzio.

III

O voi saggi innalzati nel sacro fuoco
Come su un muro l’oro di un mosaico
Dal perno di un vorticoso fuoco uscite
E siate del mio cuore i maestri di canto.
Consumate il mio cuore stanco dal desiderio
Ma incollato alla bestia che muore
Non sa nulla di sé; e voi raccoglietemi
Nel supremo artifizio dell’eterno.

IV

Quando non sarò più materia di natura
Non prenderò una forma corporale,
A nulla che sia della natura, ma
A quanto hanno saputo fare gli orafi greci
D’oro battuto e smalti per tener desti
Gli sbadigli di qualche imperatore;
E sarà che deposto su un ramo d’oro io canti
Ai signori e alle dame di Bisanzio
Ciò che fu, ciò che è o sta per essere.

 

Da Pound

HUGH SELWYN MAUBERLEY

V

Ne è morto una miriade,
E dei meglio, fra tutti gli altri,
Per una scanfarda spremuta,
Per una civiltà scassata,

Fascino, fresche bocche sorridenti,
Veloci sguardi ora sotto le ciglia della terra,

Tutto per due palate di statue in pezzi
E per qualche migliaio di libri squinternati.

 

Da Eliot

CANTO DI SIMEONE

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde…
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma sul dorso della mano.
La polvere nel sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.

Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei
quando arriverà il giorno del dolore? [figli
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.

Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e
dar la consolazione d’Israele [impronunciato
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.

Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di
né la visione estrema. [preghiera –
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore).
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa’ che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.

LA FIGLIA CHE PIANGE

O quam te memorem virgo…

Sosta sul più alto piano della scala –
appoggiati ad un’urna di giardino –
tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli –
stringi i tuoi fiori a te con sorpresa attristata –
gettali a terra e volgiti
con un rapido cruccio negli sguardi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli.

Così avrei voluto vederlo andare,
così avrei voluto ch’ella restasse e soffrisse,
così egli sarebbe partito
come l’anima lascia il corpo contuso e lacero,
come lo spirito lascia il corpo che ha logorato.
E troverai
un modo incomparabilmente lieve e abile,
un modo che capiremmo tutt’e due,
semplice e infido come un sorriso e una stretta di mano.

Ella si volse, ma col tempo d’autunno
sforzò per molti giorni la mia mente,
molti giorni e molte ore:
la sua chioma sulle sue braccia, le sue braccia piene di
[fiori,
e mi chiedo com’essi sarebbero stati insieme!
Avrei perduto un gesto ed una posa.
Questi pensieri a volte meravigliano ancora
la mezzanotte turbata e la pace del mezzodì.

ANIMULA

‘Lascia la mano di Dio la semplice anima’ e volge
a un piatto mondo di luci mutevoli e di rumore,
al chiaro, al buio, all’asciutto o all’umido, al fresco o
[al caldo;
s’indugia tra le gambe delle sedie e dei tavoli,
alzandosi o cadendo, baci afferrando o gingilli,
s’avanza franca, poi s’allarma subito,
si rifugia nell’angolo di un braccio e d’un ginocchio,
pronta a rassicurarsi, a rallegrarsi
del fragrante lucore che dà l’albero
di Natale, del vento e del sole e del mare;
sul pavimento scruta il trapunto dei raggi,
intorno a un sottocoppa d’argento una fuga di cervi,
verità e fantasia scambia e confonde,
carte da gioco e re e regine l’appagano,
ciò che fanno le fate, ciò che dicono i servi.
Il pesante fardello dell’anima che cresce
è sempre maggiore imbarazzo e offesa di giorno in
di settimana in settimana, è offesa [giorno,
d’imperativi – l’essere e il parere,
il si può, il non si può, il desiderio e il possesso.
Pena di vita e narcotico di sogni torcono l’anima
piccoletta che accanto alla finestra
siede al riparo dell’Enciclopedia Britannica.
Lascia la mano del tempo la semplice anima, incerta
ed egoista, storta e zoppicante,
incapace di starsi avanti o indietro,
teme la realtà calda, l’offerto bene,
rifiuta il sangue come un importuno,
ombra delle sue ombre e spettro del suo buio,
disperde le sue carte tra buio e polvere
e comincia la vita nel silenzio che segue il viatico.

Prega per Gutierrez, avido di successo e di potere,
e per Boudin ch’è crollato,
per chi s’è fatto ricco e chi ha tirato
per la sua strada; prega per Floret che i segugi
sbranarono fra gli alberi di tasso; per noi prega
ora e nell’ra della nostra nascita.

 

Da Djuna Barnes

(Adattamento)

TRASFIGURAZIONI

Aguzze le sue grinfie, il Profeta
scava una dura terra che si sgretola.

La coccinella insegue la sua larva,
la rosellina s’adegua al suo seme.

La gorgia di Mosè ringhiotte un fumo
di parole non dette, una a una.

La lama di Caino ha vibrato il colpo,
Abele si risolleva dalla polvere.

Pilato non ha più lingua e farfuglia,
Giuda risale l’albero di cui fu pendaglio.

Rugge e fugge Lucifero dall’orizzonte,
dispare Cristo e rientra nella sua morte.

Adamo ha ritrovato la sua costola,
accanto a questa piaga c’è una donna che piange.

Il rifugio dell’Eden è vasto e folto,
fiorisce la foresta, non si vedono bestie.

Un sole furibondo, arso di sete,
sugge l’ultimo giorno e insieme il primo.

 

Da Guillén

PRESAGIO

In te si fa profumo anche il destino.
Batte la vita tua non mai vissuta
dentro di me, tic tac di nessun tempo.

Che fa se il sole estraneo non illumina
queste figure da noi sognate,
create sì, dal nostro doppio orgoglio?

Non conta. Così sono più veraci
che parvenze di luci verosimili
negli scorci dell’obbligo e del caso.

Tutta tu convertita nel presagio
tuo, ma senza mistero!: un’irrompente
verità di assoluto ti sostiene.

Che fu di quell’enorme e così informe
pullulare di oscuro dal profondo,
sotto le solitudini stellate?

Le stelle insigni di lassù non guardano
la nostra notte che non ha segreti.
Resta tranquillo quel profondo buio.

L’oscura eternità non è già un drago
celeste! Le nostre anime conquistano
non viste una parvenza tra le cose.

 

Da Dylan Thomas

QUINTA POESIA

La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore,
guida la mia verde età; quell’impeto che squassa le
è per me distruzione. [radici degli alberi
E muto non so dire alla rosa avvizzita
che questa febbre invernale piega anche la mia
[giovinezza.

La forza che guida l’acqua tra le rocce,
guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le
le mie raggruma; [sorgenti che gridano,
e son muto a gridare alle mie vene
che a quell’alpestre polla succhia la stessa bocca.

La mano che mulina l’acqua dentro alla pozza
sommuove il fondo limo; quella che lega i vènti, ora
della mia vela spinge. [il sudario
E sono muto a dire all’impiccato
quant’è della mia argilla in chi lo impicca.

Le labbra del tempo lambiscono dove la fonte fa vena;
goccia l’amore, gonfia, ma il sangue che cade, di lei
addolcirà le pene.
E sono muto a dire al soffio che si leva
che paradiso è scandito dal tempo intorno alle stelle:

muto a dire alla tomba dell’amante
che sul mio letto appare lo stesso verme aggrinzito.

 

Da Kavafis

I BARBARI

«Sull’agorà, qui in folla, chi attendiamo?».

«I Barbari, che devono arrivare».

«E perché i Senatori non si muovono?
Che aspettano essi per legiferare?».

«È che devono giungere, oggi, i Barbari.
Perché dettare leggi? Appena giunti,
i Barbari, sarà compito loro».

«Perché l’imperatore s’è levato
di buonora ed è fermo sull’ingresso
con la corona in testa?»

«È che i barbari devono arrivare
a anche l’Imperatore sta ad attenderli
per riceverne il Duce; e tiene in mano
tanto di pergamena con la quale
gli offre titoli e onori».

«E perché mai
sono usciti i due consoli e i pretori
in toghe rosse e ricamate? e portano
anelli tempestati di smeraldi,
braccialetti e ametiste?».

«È che vengono i Barbari e che queste
cose li sbalordiscono».

«E perché
gli oratori non son qui, come d’uso,
a parlare, ad esprimere pareri?».

«È che giungono i Barbari, e non vogliono
sentire tante chiacchiere».

«E perché
tutti sono nervosi? (I volti intorno
si fanno gravi). Perché piazze e strade
si vuotano ed ognuno torna a casa?».

«È che fa buio e i Barbari non vengono,
e chi arriva di là dalla frontiera
dice che non ce n’è più neppur l’ombra».

«E ora che faremo senza i Barbari?
(Era una soluzione come un’altra,
dopo tutto…)».

Da Quaderno di traduzioni, in Montale. Tutte le poesie, i Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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  1. Montale e la letteratura in inglese: Eliot | 123prova

    […] I rapporti di Montale con la letteratura inglese sono assai intensi e, se quando abbiamo parlato del romanzo italiano del Novecento abbiamo visto il parallelo tra un autore irlandese e un autore italiano (Joyce e Svevo), lo stesso – anche se in maniera più sfumata – potrebbe dirsi per il rapporto tra il poeta  T.S. Eliot e Montale. Anche Montale, come Svevo, prende lezioni di inglese e, per l’epoca non era molto comune, dato che si studiava essenzialmente il francese. Anche per questo motivo i rapporti con autori e testi in lingue inglese sono per lui più importanti. Tra l’altro la conoscenza di questa lingua si perfezionerà nel tempo tanto che Montale tradurrà poesie di Shakespeare, Eliot, Blake, Yeats ed altri (tutte pubblicate nel 1948 nel Quaderno di traduzioni). […]

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