Un’ombra sinistra ed affilata si allunga sulla scena letteraria europea a partire dalla metà del XIX secolo, divenendo poi centrale nel Novecento. L’ombra di un personaggio in tremendo conflitto con la sua epoca e con se stesso: l’inetto, figura chiave nella produzione narrativa di autori come Luigi Pirandello (1867-1936) ed Italo Svevo (1861-1928).

Tra i maggiori disagi vissuti dall’inetto, vi è certamente il rapporto con il padre, poiché spesso conflittuale e controverso. Riferendoci agli scrittori appena citati, protagonisti come Mattia Pascal (ne Il fu Mattia Pascal – 1904) e Zeno Cosini (ne La coscienza di Zeno – 1923) , si mostrano notevolmente dissimili dal loro genitore. Non sono ad esempio in grado di assorbirne le lezioni di vita, e non sono così abili e brillanti da amministrarne al meglio i patrimoni. Riguardo quest’ultima incapacità, è evidente la distanza che separa Svevo e Pirandello dalla letteratura positivistica e da un autore come Verga, che vedeva nell’accumulo di ricchezze, e dunque nel raggiungimento di una invidiabile tranquillità economica e finanziaria, uno dei principali scopi dell’esistenza umana.

In Federigo Tozzi (1883-1920), il contrasto tra l’inetto (figlio) ed il padre si aggrava, divenendo duro e distruttivo antagonismo, persino fisico, senza esclusione di colpi. Ne sono evidenti dimostrazioni il romanzo Con gli occhi chiusi (1919) ed il testo emblematicamente intitolato Il padre, pubblicato postumo nel 1963, nel secondo volume delle Opere, contenente tutte le Novelle. Il genitore ed il “rampollo” qui giungono addirittura alle mani.

Il padre si alzò, con uno sguardo adamantino; e lo percosse sul capo. Pietro sentì un dolore dentro tutta la testa, e si sollevò per tenere le mani furibonde, per respingere indietro il gran corpo del padre che lo schiacciava sul canapé. Non vedeva di lui se non il cranio un poco affossato tra due righe di capelli, e, dietro a quello, il lume a petrolio.
Ebbe altri pugni. E udiva gli insulti del padre urlante.
– Mascalzone sei tu! – disse Pietro.
– Io? Io… – gridava l’altro con la bocca aperta come un cerchio, e traboccante di saliva. – Io t’ho fatto ed io ti uccido. Ti voglio uccidere! – E un tremito accompagnava la sua voce.
Pietro non fece più forza, e cadde presso una gamba della tavola martellato dai pugni, con le braccia spasimanti. E quando il cuoco e le donne si frapposero fra lui e il padre, egli non aveva nella sua anima, se non un’angoscia forte.

F. Tozzi, Le novelle, Vallecchi, Firenze 1963.

La figura dell’inetto è portata alle sue estreme conseguenze, e condotta nell’incredibile e terribile dimensione dell’assurdo, da Franz Kafka (1883-1924). Il grande autore praghese inserisce il personaggio in una realtà in cui non riesce ad uniformarsi, ed alla quale conseguentemente si oppone. I rapporti tra l’inetto e la realtà, la vita risultano oltremodo agitati, turbati, paradossali e soprattutto illogici e privi di senso. In una tale situazione, può anche accadere che l’individuo estraneo alla realtà si svegli trasformato in un enorme e ripugnante insetto. Indimenticabile l’incipit de La metamorfosi (1915).

Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolar via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi.

F. Kafka, La metamorfosi, in Kafka – Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Newton Compton editori, Roma 2013.

L’inetto è escluso dalla società e prova vergogna e ribrezzo verso se stesso. Kafka radicalizza, estremizza ciò, e proprio per questo riesce a rendere con un’efficacia straordinaria, senza precedenti né eguali, tutto il disagio, tutta l’inquietudine dell’individuo-insetto. Inerme l’inetto è roso, soffocato dal senso di colpa, che gli serra la gola come una morsa e lo soffoca. Egli non è in grado di commettere alcuna malefatta, non possiede la forza ed il coraggio necessari, ma teme comunque di poter essere punito. È quel che accade nel celebre romanzo Il processo (1925).

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.

F. Kafka, Il processo, in Kafka – Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Newton Compton editori, Roma 2013.

Continua…

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: