Hamburger Kunsthalle, Amburgo, primo mattino. Una coppia di visitatori passeggia per il museo deserto cibandosi dei capolavori contenuti in esso, e comunicando l’un l’altro le proprie impressioni. Giungono dinanzi la celebre tela Viandante sul mare di nebbia (1818) di Caspar David Friedrich (1774-1840).

OSSERVATORE N. 1 Ah! Eccolo, finalmente, il quadro…

OSSERVATORE N. 2 Sì…

Dopo lunghi, lunghissimi, quasi interminabili istanti d’estatica e silenziosa contemplazione, la coppia di visitatori torna a scambiarsi le proprie sensazioni, che sgorgano a fiotti ed incontrollate dai loro cuori lacerati dalla vista della straordinaria opera.

OSSERVATORE N. 1 Ammirare, o meglio, godere dal vivo dell’eccezionale bellezza di questa opera magnifica, non fa che rafforzare la mia opinione, come la definisci tu lugubre, sul destino che attende imminente il Viandante.

OSSERVATORE N. 2 Ti confesso che in cuor mio speravo potesse accadere esattamente l’opposto.

OSSERVATORE N. 1 Addirittura speravi, ma perché?

OSSERVATORE N. 2 Contamini, avveleni sempre tutto con il tuo insanabile nichilismo. Tutto, dall’arte all’amore, dalla poesia alla musica, proprio qualunque cosa.

OSSERVATORE N. 1 Ed è un male tanto grave il fatto che io proietti le mie convinzioni filosofico-esistenziali su ciò che mi circonda?

OSSERVATORE N. 2 Caro mio, io lo reputo un limite. Iniettando la tua dose di mortalità e di inutilità su ogni cosa, compresa la più straordinaria, ti precludi la via d’accesso alla comprensione più autentica. Così facendo resti sempre chiuso, avvolto, ripiegato in te stesso.

OSSERVATORE N. 1 E secondo te, ciò mi impedisce di capire autenticamente?

OSSERVATORE N. 2 Credo proprio di si.

OSSERVATORE N. 1 Io rispetto la tua posizione, il tuo biasimo nei confronti della mia visione nichilistica del mondo e della vita, ma proprio non ti comprendo.

OSSERVATORE N. 2 Mi pare che non sia poi tanto necessario. Comunque, io ho un animo tanto magnanimo e paziente, da voler ascoltare, per l’ennesima volta, la tua bizzarra ed oscura teoria riguardante l’infausto destino che attende il Viandante di Friedrich. So che hai una voglia matta, irrefrenabile di esporre per la prima, e forse anche ultima volta, tale teoria proprio dinanzi la tela. Lo capisco da un singolare e luminoso, a tratti persino accecante, barlume che brilla agli angoli dei tuoi occhi dall’istante in cui, finalmente, gli sei giunto dinanzi. Non voglio privarti di questo piacere.

OSSERVATORE N. 1 Grazie, mia cara osservatrice magnanima e paziente. Saresti stata davvero troppo crudele, alla stregua di un freddo boia, se mi avessi impedito di parlarne proprio qui, al suo cospetto.

OSSERVATORE N. 2 Prego, inizia pure. Ti ascolto.

OSSERVATORE N. 1 Dunque, come ti ho ripetuto già molte, innumerevoli altre volte, dal primo momento in cui abbiamo ammirato l’opera, seppur attraverso uno schermo, beandocene comunque, secondo me, il Viandante, di lì a poco si ucciderà gettandosi a capofitto dalla scogliera.

OSSERVATORE N. 2 E perché dovrebbe suicidarsi, compiere di punto in bianco l’insano gesto?

OSSERVATORE N. 1 Il Viandante, nella visione che da quella rupe gli si apre davanti agli occhi, ha scoperto l’Infinito. Egli lo ha bramato per una vita intera e finalmente lo ha trovato. Dopo aver ammirato una tale magnificenza, che gli ha riempito l’animo ed il cuore di un sentimento indescrivibile, come può voltare lo sguardo dall’altra parte, abbandonare quel luogo ameno, divino, riprendere il cammino interrotto e dunque rigettarsi nella finitudine umana? L’immenso si è svelato ai suoi occhi, ed ora è incapace di tornare alla vita dell’uomo circoscritta e misera. La sua esperienza esistenziale si esaurisce in quel paesaggio.

OSSERVATORE N. 2 Io invece credo…

OSSERVATORE N. 1 Non solo, il Viandante, gettandosi nel mare di nebbia, diventa concretamente parte integrante dell’Infinito, provando nel folle volo che precede lo schianto, la gioia di uccidersi venendo avvolto ed attraversato dall’immensità.

OSSERVATORE N. 2 Io invece credo che questa visione miracolosa, di una bellezza appunto illimitata, sconfinata, trasmetterà al Viandante un tale soffio vitale da rendere la sua esistenza estremamente preziosa ed ancor più fuori dall’ordinario. Non credo che si ucciderà – guarda la sua posizione, è ben salda sulla roccia – anzi, credo che dopo l’insistente rimirare si volterà e riprenderà a vivere con uno slancio ed un impeto fino ad allora sconosciuti, portando in sé per sempre quell’immagine di Infinito che gli è apparsa, e che lo alimenterà proprio come l’alcool alimenta una fiamma.

OSSERVATORE N. 1 Ah, povero me. Mia cara, tu sei un’inguaribile ottimista.

OSSERVATORE N. 2 Smettila di additarmi semplicemente come un’ottimista. Io ti ho solo detto ciò che mi comunica il dipinto così, di getto, senza la mediazione di alcun pensiero filosofico prestabilito. Ma ora basta parlare, non saremo mai d’accordo. Inutile versare altre vane parole, sprecare fiato, tanto, ahimè, non stiamo di certo scrivendo pagine fondamentali e rivoluzionarie di storia dell’arte tu ed io. Meglio abbandonarsi ancora, e ancora, visto che ne abbiamo la prodigiosa possibilità, alla silenziosa, assorta ed assoluta contemplazione di questo dipinto mozzafiato.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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