Canti tribali, lamenti d’amore, inni religiosi e mugugni di fatica.
Da sempre il canto come espressione più sincera dei sentimenti ha caratterizzato i momenti fondamentali della vita umana.


Un lungo percorso culturale, sociale ed evolutivo ha avuto come protagonista l’uomo. Bene, senza addentrarci in elucubrazioni storico-antropologiche, è innegabile che lo strumento del canto e la forza dei versi hanno avuto un importanza fondamentale in questo processo. Nei riti religiosi come nelle rivolte popolari si sono intonati canti, recitato versi e suonato inni. Dalle litanie dei Misteri eleusini, ai canti dei bluesman nelle piantagioni di cotone.

In questa serie di articoli si approfondirà una delle accezioni  più importati nella storia della musica e del canto. Le canzoni di Protesta. I mugugni, le lamentele, le speranze e la rabbia, tutte racchiuse in splendide canzoni o in veri inni del popolo.

Restare uguali a se stessi mentre il tempo scorre  e le consuetudini mutano. Sempre uguali a se stessi. Questo è il merito più grande di Francesco Guccini, poeta e baccelliere, ma più di tutto cantante in prosa e  scrittore. Francesco Guccini nato fra i “saggi ingnoranti di montagna” agli albori della guerra diventò cantautore per  errore e sicuramente non per necessità creativa, ciò avvenne semplicemente. 

La sua figura ha percorso quaranta anni di storia italiana e in queste quattro decadi il suo stile musicale e lessicale è cambiato pochissimo. Questa peculiarità è riscontrabile ascoltando l’Ultima Thule, l’album appena pubblicato dal cantastorie di Pavana, dove le tematiche e la cifra stilistica si collegano al primo album del 1967 Folk Beat n.1, in un continuo quasi ciclico.

Una delle colonne portanti della poetica Gucciniana è sicuramente la canzone di protesta, la canzone impegnata socialmente e la critica agli usi e ai mal costumi della società. Più di ogni altro artista italiano del ‘900 Guccini ha rappresentato nell’immaginario popolare la figura dello chansonnier impegnato,  con canzoni come La locomotiva ha alzato l’asticella della canzone popolare nel suo spettro più ampio.

Già dagli albori della sua espressione musicale si sono fatte notare delle composizione che ritornano utili alla nostra causa, già nel 1960 un giovane Guccini era passato alla ribalta nell’ambiente studentesco bolognese per la composizione detta L’antisociale.

 Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente,
non m’importa dei giudizi della gente.
Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale,
odio guerre ed armamenti in generale.
Odio il gusto del retorico, il miracolo economico
il valore permanente e duraturo,
radio a premi, caroselli, T.V., cine, radio, rallies,
frigo ed auto non c’è “Ford nel mio futuro”!

E voi bimbe sognatrici della vita delle attrici,
attenzione da me state alla lontana:
non mi piace esser per bene, far la faccia che conviene
poi alla fine sono sempre senza grana…

Odio la vita moderna fatta a scandali e cambiali,
i rumori, gli impegnati intellettuali.
odio i fusti carrozzati dalle spider incantati
coi vestiti e le camicie tutte uguali
che non sanno che parlare di automobili e di moda,
di avventure estive fatte ai monti e al mare,
Vuoti e pieni di sussiego se il vestito non fa un piego,
mentre io mi metto quello che mi pare…
Sono senza patrimonio, sono contro il matrimonio,
non ho quello che si dice un posto al sole;
non mi piaccion le gran dame, preferisco le mondane
perchè ad essere sincere son le sole…                                                                                                                                                      ( L’antisociale – Folk beat n.1 )

L’antisociale prese parte alla costruzione del primo album del cantautore assieme a pezzi storici come In morte di SF e L’atomica cinese. Tutto il disco è pervaso da un’atmosfera post-apocalittica ed estremamente critica rispetto ai conflitti armati d’ogni tempo, la traccia Noi non ci saremo ne è l’emblema.
Vedremo soltanto una sfera di fuoco,
più grande del sole, più vasta del mondo;
nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo
e i fiumi correranno la terra di nuovo
verso gli oceani scorreranno e ancora le spiagge risuoneranno delle onde
e in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.

                                                    ( Noi non ci saremo – Folk beat n.1 )
Altre canzoni come Addio e Nostra signora dell’ipocrisia (dedicata a Berlusconi) rappresentano compiutamente la sana tendenza all’invettiva del cantautore pavanese.
D’impatto superiore fu La locomotiva, che a tutt’oggi è il suo brano più conosciuto, e che è entrato di diritto nel storia della canzone politica e popolare europea.

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…                                                                                                                                                                                    ( La locomotiva – Radici )

E dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l’umiltà…                                                                                                                                                                 ( Addio – Stagioni )

A proposito dell'autore

Architetto

Raffaele Rogaia nasce a luglio del 1989 in un paese minuscolo vicino Perugia. Si laurea in architettura alla Sapienza - Università di Roma. Nel 2012 fonda il sito Freemaninrealworld e più recentemente iMalpensanti.it con cui intervalla il lavoro di Architetto e le pubblicazioni scientifiche. Amante della letteratura mitteleuropèa, della pittura romanticista e dell'arte in generale. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi editore.

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