Nel saggio Il libro per tutti (1983), il critico letterario Vittorio Spinazzola offre innumerevoli spunti di riflessione riguardo I promessi sposi. Prima di esplorarne alcuni, è necessario porre l’attenzione sul motivo che ha condotto il critico a definire il più celebre romanzo di Manzoni il «libro per tutti». A spiegarcelo è lo stesso Spinazzola, proprio in apertura del saggio, nel primo capitolo intitolato Manzoni e il mondo moderno:

«Manzoni propone ai suoi lettori un’opera che dichiara d’esser stata concepita come «libro per tutti»: una rappresentazione umana in cui ciascuno possa riconoscersi, quale che sia la sua condizione sociale e capacità di cultura; un universo narrativo dove campeggiano le grandi preoccupazioni che appassionano da sempre la coscienza individuale e collettiva; un testo infine che fa appello alle risorse intellettuali più comunemente disponibili e s’impronta a uno statuto espressivo cui chiunque possa avere accesso, sia pur fruendone a livelli diversi di penetrazione» V. Spinazzola, Il libro per tutti, Editori Riuniti, Roma 1983.

Sono dunque la possibilità di immedesimazione del lettore nei personaggi, la presenza di problemi comuni e la facile interpretazione dei fatti a rendere I promessi sposi il «libro per tutti».

Particolarmente interessante nel saggio di Spinazzola, l’individuazione da parte del critico di più «categorie narrative» presenti nel romanzo. Di fatto, l’opera di Manzoni contiene più romanzi, e questo è uno dei fattori principali del suo successo. Innanzitutto I promessi sposi sono un «romanzo d’intreccio avventuroso», fondato sulla tematica tipicamente romanzesca dell’amore ostacolato. Progredendo, il testo manzoniano assume la forma del «romanzo di costume», per mezzo dell’ambientazione storica accentuata e delineata minuziosamente. I promessi sposi possono definirsi anche come una «narrativa delle idee», visti gli scopi sociali e civili dell’autore. Non solo, l’attitudine di Manzoni a rivolgersi al lettore sempre in prima persona, denota la natura di «resoconto di stati d’animo» della sua opera. Infine, è possibile definire I promessi sposi come un «romanzo psicologico», racconto dettagliato delle problematiche interiori dei personaggi, indagate con grande efficacia dall’autore.

Emerge dunque una complessa ed articolata operazione letteraria, manifestazione della grandezza dell’opera e di Alessandro Manzoni, che si spinge ben oltre la ristretta esperienza romanzesca italiana dell’epoca. I promessi sposi sono un romanzo europeo, e questo è l’ennesimo contrassegno della notevole caratura del capolavoro manzoniano.

Di seguito, proponiamo le pagine del saggio di Spinazzola nelle quali il critico espone la sua teoria delle «categorie narrative» sopra esposta. Le pagine sono tratte dal capitolo VIII, intitolato Le forme romanzesche, dall’intrattenimento all’edificazione.

In via preliminare e fondamentale, I promessi sposi si costituiscono come un romanzo d’intreccio avventuroso, dedicato ai casi di un amore contrastato. Manzoni ricorre a uno dei massimi archetipi della fantasia romanzesca, forse quello che promette una immedesimazione più facile nelle figure protagonistiche: un uomo e una donna divisi, ostacolati, perseguitati dalla sventura nel loro desiderio di congiunzione amorosa. Nella narrativa d’indole fiabesca, le cause d’impedimento rimandavano anzitutto a una concezione naturalistica della fortuna: i giochi alterni del caso puniscono chi si abbandona troppo entusiasticamente a un sogno di felicità, ma infine si incaricano di risarcirlo, con la stessa cieca prammaticità imprevedibile.
La civiltà borghese riprende su larga scala lo schema, a celebrazione intrepida delle virtù d’amore. Ma nella novella e poi nel romanzo moderni avviene uno spostamento d’accento: le traversie degli amanti sono sì addebitate a una concomitanza subitanea di circostanze occasionali; il loro prodursi non è però soltanto effetto di cause impersonali, o miticamente personalizzate. Le controversie della sorte, tra fortuna e sfortuna, appaiono sempre più strettamente calate in un contesto pubblico, rimandano a un antagonismo di forze che determinano e sommuovono l’essere collettivo.
L’archetipo dell’amore contrastato si riqualifica: amore e costumi sociali. In tal modo, esso viene rivalorizzato, conferendo altra pregnanza all’esaltazione delle energie intellettuali, affettive, morali che l’individuo dispiega per affermare la naturalezza d’un desiderio e un diritto che la civiltà misconosce. La libertà d’amore, spontanea, disinteressata, incontrastabile diventa il vero soggetto del racconto.
Manzoni accetta la drammatizzazione del contrasto tra autonomia dei sentimenti privati e condizionamento iniquo esercitato dai poteri pubblici. Anzi, enfatizza pateticamente la figura del perseguitato d’amore collocandolo ai gradi infimi della gerarchia sociale […].
Non meno che romanzo d’intreccio avventuroso, I promessi sposi è romanzo di costume, volto a illustrare coloritamente usi, fogge, rituali d’un modo di convivenza ormai perduto nel passato. Siamo sempre in un ambito d’intrattenimento letterario: lo scrittore trasceglie e accumula per noi una massa di materiali curiosi, tali da eccitar a trasferirsi con l’immaginazione nello scenario pittoresco e stravagante della civiltà italo-spagnola secentesca. Il motivo di fascino che la narrazione dispiega è dunque ora di ordine esotico, etnologico, addirittura folcloristico: e sia pur relativo a una forma di organizzazione dei rapporti interpersonali nient’affatto collocabile nei domini del primitivismo selvaggio.
Insomma, lo storicismo manzoniano si esplica anzitutto nell’invenzione profusa di episodi episodietti aneddoti sapidamente caratteristici, da percepire con l’occhio stupefatto e divertito dell’uomo civilizzato di fronte ai barbari. Le grandi scoperte geografiche succedutesi nell’evo moderno avevano causato il diffondersi d’una letteratura di viaggi ed esplorazioni che accompagnava all’interesse scientifico le sollecitazioni della fantasia, quasi predisponendo il terreno per le fortune di filoni narrativi incentrati sull’attrattiva inquietante dei fattori di lontananza spaziale. La letteratura storiografica svolge un ruolo analogo: insegna a metter a frutto estrosamente le mirabilia del passato.
Anche, qui, Manzoni accetta l’ipotesi di lavoro offertagli dalla narrativa europea sette-ottocentesca dedita all’evocazione di costumi remoti nel tempo, anziché nello spazio. La prospettiva viene addirittura estremizzata, dipingendo i modi di vita secenteschi in maniera tale da ingenerare nel lettore uno stato d’animo di estraneità totale. Nessuna traccia non che di rimpianto, ma di qualsiasi riconoscimento ammirativo nei riguardi di un’umanità che dall’asprezza delle condizioni di vita traesse una qualche vigoria di atteggiamenti, una capacità di robusti risentimenti morali.
La Milano di Ferrer e don Gonzalo non è per nulla prossima a un incondito stato di natura, non appare popolata di buoni selvaggi, non denuncia uno spirito pubblico improntato a credenze arretrate, erronee assurde ma comunque non prive di un loro rigore ferrigno. L’orizzonte in cui siamo stati portati non ha alcuna ariosità: è solo tetro e soffocante. La macchina del potere gira a vuoto; la pompa delle cerimonie è pura esteriorità; le norme di comportamento obbediscono a criteri, per cosí dire, rigidamente scombinati. La civiltà barocca è uno scandalo della storia: appunto perciò val la pena di soffermarsi a descriverla, come per una sorta di fascinazione inorridita. È la ricognizione del «brutto sociale» a fare spettacolo, sui toni della disarmonia, dell’ineleganza.
D’altra parte, tanta insensatezza di costumi non implica affatto una distanza abissale, rispetto a noi cittadini dell’Ottocento: ce la siamo appena lasciata alle spalle. L’oculatezza d’una scelta ambientale basata su un discrimine cronologico di due soli secoli produce subito un risultato: impossibile accontentarsi di contemplare disinteressatamente il quadro che ci si offre alla vista. Siamo ancora troppo parte in causa, sentiamo il bisogno di pensarci sopra, vogliamo esser garantiti dal ripetersi di simili errori e orrori. Il piano della rappresentazione di costume, coloritamente mossa e vivace, genera e implica una somma di preoccupazioni che chiedono di svilupparsi a un altro livello di tensione narrativa […].
I promessi sposi attingono la maggior efficacia e mostrano la più alta originalità anticipatrice nel campo della narrativa di idee, in quanto si qualificano come un saggio d’indagine sulla realtà dei rapporti sociali costituiti, entro una data formazione di civiltà. Manzoni mette in opera alcuni criteri di interpretazione strutturale della vita collettiva, che traggono la loro modernità dal privilegiare fortemente i fattori economico-amministrativi. Suo scopo è di persuadere dell’esistenza di un codice di leggi imprescrittibili per il governo della cosa pubblica, fondate su premesse di razionalità naturale. I governanti che le ignorino o contravvengano produrranno i peggiori disastri, a danno proprio e dei loro amministrati.
In questa luce di concretezza fattuale il Manzoni romanziere riprende il tema centrale della sua riflessione sia come storiografo sia come poeta tragico: la categoria degli oppressi, come la sola portatrice di valori positivi, nel marasma mondano. Ma anteriormente ai Promessi sposi il problema era impostato in chiave di pessimismo morale e risolto soltanto con la fiducia nel risarcimento ultraterreno alle vittime dell’iniquità umana. Ora invece l’oppressione, pur nella varietà di modi in cui si manifesta, si qualifica anzitutto come dominio, come imposizione d’uno stato di sudditanza materiale: la vittima per eccellenza è il povero. Il romanzo non sussisterebbe senza questa netta delineazione d’una realtà sociale divisa in classi, e la conseguente scelta di campo a favore dei ceti piú svantaggiati.
Vero è che le sventure dei protagonisti non hanno un’origine né uno svolgimento determinati tutti e solo da circostanze di ordine pratico, relative alla loro mancanza di denaro. Non è la miseria di Renzo e Lucia, solo relativa del resto, a focalizzare l’attenzione del narratore: è la condizione di illibertà che ne deriva, e che non consente loro di porsi come soggetti di diritto a pieno titolo. Un chiarimento è qui opportuno. I promessi sposi può esser letto come un romanzo a forte componente sociologica: ma non perciò come un romanzo sociale, nell’accezione ottocentescamente divulgata. Esula dal libro il proposito di illustrare e denunciare la situazione di indigenza delle plebi, per stimolare la coscienza assopita del buon lettore borghese e disporla agli opportuni provvedimenti della beneficenza e della filantropia.
D’altronde l’opera manzoniana non fornisce affatto un’immagine rassicurante delle classi inferiori, moralmente e civilmente sane anche e proprio in virtú delle loro difficoltà di esistenza. Il popolino milanese appare anzi incline a uno spirito di rivolta inconcludente quanto brutale, come una sorta di jacqueries su sfondo urbano. Ovvio sottolineare che lo scrittore ha l’atteggiamento di chi ha assistito alle grandi sollevazioni indotte dalla Rivoluzione francese: ne depreca le modalità e gli esiti; teme che il ciclo possa riprodursi, al di là di ogni misura repressiva; ritiene quindi essenziale operare preventivamente sulle cause, anziché attendere il ripresentarsi degli effetti.
In questa ottica, la questione decisiva diventa il rapporto fra governanti e governati: o, per dir meglio, tra la necessaria autorità degli organismi statali e il consenso goduto presso gli strati piú vasti della cittadinanza. La necessità di un ricambio delle classi dirigenti è data per implicita, tanto fallimentare è la prova di sé offerta dall’aristocrazia. Piuttosto, l’accento batte sul rinnovamento di cultura politica, di cui i ceti, borghesi devono farsi portatori. Lo Stato guadagna la fiducia universale in quanto applichi egualitariamente un sistema di norme dotato del maggior grado di imparzialità obiettiva […].
Il terzo stadio nella definizione delle categorie narrative cui ricondurre l’esperienza dei Promessi sposi è quella del resoconto di stati d’animo. Non basta metter in scena una sequenza ben organizzata di vicende fattuali, in sé altamente suggestive, su uno sfondo di costumanze tali da suscitare la curiosità più pensosa. Né basta fornire tutte le indicazioni opportune per interpretare il quadro storico-sociale in cui i personaggi si proiettano. Occorre motivare in maniera adeguata i loro comportamenti, ricostruendone la genesi interna anche e proprio negli aspetti più illogici, più oscuri.
Siamo alla vera e propria dimensione del pathos romanzesco, romanticamente inteso, come rappresentazione di situazioni emotive ad alto grado di coinvolgimento del lettore. Opera nello scrittore una certezza profonda, di cui va sottolineata la rilevanza straordinaria: l’egualitarismo sentimentale degli uomini, nel senso che la intensità delle manifestazioni affettive non dipende affatto dalla condizione sociale e culturale del soggetto in causa. Poveri o ricchi, gente raffinatissima o priva di ogni educazione, tutti sono in grado di provare le stesse emozioni, di dispiegare la stessa energia di vita interiore.
Da questa convinzione deriva una conseguenza letterariamente decisiva: il linguaggio dei sentimenti ha una valenza universale, che lo rende partecipabile da tutti. L’espressione del pathos, così come consente di cogliere un dato di unità profonda del genere umano, permette di comunicare con il maggior numero di destinatari. Due sono però le possibilità, per chi voglia parlare questo idioma: restituire sinteticamente, nella loro evidenza immediata, gli sconvolgimenti passionali da cui l’io è sorpreso quando si sente minacciato e aggredito; oppure particolareggiare l’indagine delle diverse disposizioni d’animo che premono e ribollono quando occorre assumere una decisione impegnativa. Ovviamente, i due moduli si appaiano, nella concretezza della pagina manzoniana. Per il primo aspetto, si può tuttavia parlare dei Promessi sposi come di un romanzo patetico; per il secondo, come di un romanzo dedito all’analisi psicologica […].
Che il Manzoni raggiunga l’acme dell’intelligenza espressiva nella dimensione del romanzo psicologico è cosa che non ha bisogno di spiegazioni. L’individuo, nella singolarità irripetibile della sua vicenda morale, è il fulcro costitutivo della visione manzoniana del mondo: l’individuo, con la sua libertà di scelte operative sorretta e motivata dal libero arbitrio, che gli consente sempre di orientarsi responsabilmente verso il male od il bene. A risultarne è una drammatizzazione assidua del conflitto acceso nell’io fra gli istinti della nostra natura corrotta e il senso ingenito del dovere.
Lo scrittore induce suadentemente a seguirlo in un itinerario di conoscenza che si rinnova con modalità infinitamente diverse da un personaggio all’altro, ma sempre sullo stesso filo conduttore. I promessi sposi partecipano con pienezza a quella tendenza maestra della narrativa borghese che sottopone a verifica possibilità e limiti di autonomia della coscienza personale. Nondimeno, proprio su questo terreno si manifesta il maggior distacco del nostro romanziere rispetto agli orientamenti più diffusi e più fertili della letteratura psicologica europea.
La grande narrativa del realismo interiore pone infatti al centro dei suoi interessi la pulsione erotica, negli erramenti cui espone ma anche nelle prospettive di autorealizzazione che comporta; nelle servitù angustiate e nelle promesse non mentite di felicità, nelle radici di desiderio carnale e nella sublimazione dei sentimenti affettivi. La fenomenologia dell’amore diventa così l’ambito elettivo per ogni discorso sul rapporto fra razionalità e irrazionalità dei comportamenti umani, così come tra ricerca spontanea del proprio piacere e consapevolezza degli obblighi verso l’altro da sé.
Manzoni esercita invece il suo talento d’indagine sul presupposto che ogni aspirazione edonistica è perciò stesso da riguardare con diffidenza sospettosa, anche quando non riveli connotati peccaminosi. La soddisfazione dell’impulso sessuale si direbbe gli appaia imparentata con l’istinto di conservazione e affermazione di sé, nei suoi svolgimenti impositivi, tesi ad appropriarsi con ogni mezzo l’oggetto del desiderio. Certo, lo scrittore sa che l’amore collabora non a chiudere l’io in se stesso ma anzi ad aprirlo alla dedizione altruistica. Resta tuttavia in lui una riluttanza evidente a raffigurare la vita di coppia, in una prospettiva di tipo intimistico.
La vera realizzazione del nostro essere morale si attua in una pienezza incondizionata e disinteressata di dedizione alle vicende della collettività. Ne deriverebbe, a rigore, che sia lo stato celibatario, più di quello matrimoniale, a garantire la vittoria sulle preoccupazioni egoistiche, attraverso la rinunzia e il castigo della spinta profonda al godimento della propria vita individua. Non per nulla, tale è la condizione ecclesiastica.
Su queste premesse, sia pure non approfondite, il romanziere si pone in grado di esplicare uno psicologismo perfettamente razionalistico, perché volto a indagare, e condannare, tutto quanto, nei pensieri prima che negli atti, ostacoli o fuorvii la socializzazione comunitaria dell’esistenza. L’istinto di conservazione, e per conseguenza di dominio, è nello stesso tempo profondamente naturale e radicalmente antisociale: di qui la necessità e la difficoltà dell’impresa di moralizzazione dell’io. La scelta di vivere moralmente ha un aspetto di assennatezza palese, alla portata di chiunque sperimenti le esigenze obiettive dell’essere sociale; ma implica nondimeno una tensione volontaristica che solo la fede può corroborare, richiamandoci a una certezza di destino oltremondano, religiosamente rivelato.
La sublimazione metafisica della nostra ansia di vivere e sopravvivere è l’unico modo per avvalorare una scelta, che pur apparendo indispensabile non cessa di avere una sostanza eroica. Siamo al nodo centrale dei criteri di analisi della coscienza adottati dal Manzoni: la raffinatezza estrema di uno psicologismo che rinunzia a elaborare una psicologia dell’amore sessuale, come forma di appagamento legittimo dell’io ottenuta attraverso il rapporto affettivo col tu. Nei Promessi sposi la distinzione fra amore giusto e ingiusto appare come un semplice postulato di evidenza, che non ha bisogno di venir problematizzato ulteriormente: da un lato la passionaccia di don Rodrigo, dall’altro il castissimo fidanzamento di Renzo e Lucia, in cui l’obbedienza all’impulso carnale è già tutta trascesa, prima ancora della sua consacrazione nel vincolo matrimoniale.
Anche senza ricordare di nuovo l’ambiguità insita nell’episodio dell’innamoramento di Gertrude per il paggio, un risultato è chiaro: evitando di inoltrarsi in una scepsi analitica della casistica amorosa, Manzoni può concentrar l’attenzione su tutto ciò che consenta di assimilare l’amore fra uomo e donna all’ardore di carità disinteressata fra la persona singola e l’universalità del prossimo. Qui sta il motivo vero della riluttanza a riconoscer la dignità autonoma degli affetti e sentimenti umani, laicamente considerati. Perciò appunto sarebbe inesatto sostenere che la rappresentazione manzoniana dell’interiorità individuale declini verso il moralismo: se ne salva, anzi, proprio perché accantona con cura ogni occasione di discorso morale sull’eros.
Occorre però essere più precisi. A campeggiare, invece, è piuttosto l’intenzione edificante: ossia il proposito di mostrare come ogni positività di affetti non possa trovar vigore se non sostanziandosi d’un afflato religioso, che ne valorizzi il significato sociale nell’atto in cui la spiritualizza. La luce portata nell’interiorità coscienziale ha inteso essenzialmente rivelarvi la presenza del sacro.

V. Spinazzola, Il libro per tutti, Editori Riuniti, Roma 1983.

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