Canti tribali, lamenti d’amore, inni religiosi e mugugni di fatica.
Da sempre il canto come espressione più sincera dei sentimenti ha caratterizzato i momenti fondamentali della vita umana.

Un lungo percorso culturale, sociale ed evolutivo ha avuto come protagonista l’uomo. Bene, senza addentrarci in elucubrazioni storico-antropologiche, è innegabile che lo strumento del canto e la forza dei versi hanno avuto un importanza fondamentale in questo processo. Nei riti religiosi come nelle rivolte popolari si sono intonati canti, recitato versi e suonato inni. Dalle litanie dei Misteri eleusini, ai canti dei bluesman nelle piantagioni di cotone.

In questa serie di articoli si approfondirà una delle accezioni  più importati nella storia della musica e del canto. Le canzoni di Protesta. I mugugni, le lamentele, le speranze e la rabbia, tutte racchiuse in splendide canzoni o in veri inni del popolo.

Chi è Robert Allen Zimmerman?
Non si sa. 
Cos’è? 
E’ un’antinomia vivente, è tutto è il contrario di tutto. Si è un cantautore, il più grande di sempre. E invece no, è un poeta beat oppure il protagonista di vecchie storie.
Bob Dylan mi sta sui coglioni, ed è inevitabile. Non può risultare simpatico. 

E’ una figura spigolosa, è una spina nel fianco, è la lametta con cui tagliarsi le vene. Come Erich von Stroheim è ” l’uomo che ami odiare “. Questo mio giudizio è maturato dopo lunghi anni d’ascolto e di comprensione di un personaggio che travalica i confini musicali. E’ un personaggio da commedia dell’arte, come l’Arlecchino fu una commistione fra lo Zanni bergamasco e antichi personaggi farseschi della tradizione popolare transalpina, anche lui è stato partorito da infinite matrici. Nessuno come lui ha cambiato e ricambiato forma sgusciando fuori dei cliché che esso stesso aveva contribuito a cucirsi addosso. 
Ma noi qui vogliamo e dobbiamo parlare delle canzoni di protesta, anche perchè una biografia completa del profeta di Duluth prenderebbe più o meno una decina di articoli. Allora iniziamo con le canzoni, 
che poi è quello che ci interessa.                                                                                                                        
Il primo periodo della carriera dylaniana si apre con l’arrivo a New York di uno sparuto giovane folletto, che sbarca pieno di speranze nella città grigia. Lasciava la sua città natale e il Minnesota, che nonostante fosse neppure ventenne sembrava già troppo stretto e provinciale. In questi primi giorni  newyorkesi Robert sceglie con sicurezza il suo soprannome “Bob” e per il cognome si inspira a Dylan Thomas, il fascinoso poeta. In questi primi anni Robert Allen incarnerà lo stereotipo del folksinger, anzi sarà tra i primi a dare valenza a questa figura. E’ proprio Bob Dylan ha rappresentare nell’immaginario popolare il paradigma di folksinger ( niente di più falso, come vedremo ). Questi sono anni molto prolifici per la nostra causa, sfornerà infatti moltissime canzoni di protesta, inni generazionali che ancora risuonano di vibrante carica rivoluzionaria. Woody Guthrie era il mito, era il vero padre del genere. Proprio a lui Bob Dylan si rivolgeva e inspirava (secondo il mito Bob Dylan si recò al Greystone Hospital per alleviare la sofferenza del maestro colpito dal morbo di Huntington suonando la chitarra al suo capezzale), e come lui nei primi anni rappresentava il fronte del popolo, dei lavoratori e dei rivoluzionari.                         

Venite padroni della guerra
Voi che costruite i grossi cannoni
Voi che costruite gli aeroplani di morte
Voi che costruite tutte le bombe
Voi che vi nascondete dietro ai muri
Voi che vi nascondete dietro alle scrivanie
Voglio solo che sappiate
Che posso vedere attraverso le vostre maschere
Voi che non avete mai fatto nulla
Se non costruire per distruggere
Voi giocate con il mio mondo
Come se fosse il vostro piccolo giocattolo
Voi mettete un fucile nella mia mano
E vi nascondete dai miei occhi
E vi voltate e correte lontano
Quando volano le veloci pallottole
—————————————-
Come you masters of war
You that build all the guns
You that build the death planes
You that build the big bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks

You that never done nothin’
But build to destroy
You play with my world
Like it’s your little toy
You put a gun in my hand
And you hide from my eyes
And you turn and run farther
When the fast bullets fly
                                    ( Masters of war )

Affilate invettive antimilitariste come Master of War, popolavano i dischi di Robert Zimmerman nella sua prima epoca d’oro, questa lunga e ipnotica ballata giocata sugli accordi di sol e mi, è una vera e propria catarsi. Lo stesso Dylan si stupì della bile che riuscì a riversare sui guerrafondai d’ogni tempo. Nei primi anni di carriera saranno moltissime le canzoni di protesta scritte e interpretate da Bob Dylan, spesso in coppia con la bellissima Joan Baez. Segnaliamo chiaramente l’indispensabile Blowin’ in the Wind e la splendida Maggie’s Farm.

I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
Well, when she talks to all the servants
About man and God and law
Everybody says
She’s the brains behind pa
She’s sixty-eight, but she says she’s fifty-four
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more.
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
I aint gonna work on Maggie’s farm no more
Well, I try my best
To be just like I am
But everybody wants you
To be just like them
They say sing while you slave and I just get bored
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
                                      ( Maggie’s Farm – Bob Dylan )

E’ il 1965, Bob Dylan il cantautore con chitarra e armonica vestito da ferroviere è scomparso. Occhiali scuri, giubbotto di pelle e stivaletti, un perfetto Rolling Stones in miniatura. La prima grande rivoluzione della carriera Dylaniana è avvenuta, la svolta elettrica. In questo periodo produrrà una quadrilogia destinata a passare alla storia: Bringing it all back home, Highway 61 rivisited, il doppio album Blonde on Blonde e John Wesley Harding. Anche in questo caso ci sono molte composizioni da segnalare, I shall be realased e la straordinaria Desolation Row, una sanguinosa e dolente cavalcata acustica che racconta e s’immerge in tutte le profonde disperazioni umane.

They say ev’rything can be replaced
Yet ev’ry distance is not near
So I remember ev’ry face
Of ev’ry man who put me here
I see my light come shining
From the west unto the east
Any day now, any day now
I shall be released

They say ev’ry man needs protection
They say ev’ry man must fall
Yet I swear I see my reflection
Some place so high above this wall
I see my light come shining
From the west unto the east
Any day now, any day now
I shall be released

                                ( I shall be realased – Bob Dylan )

Questo articolo è volutamente parziale e incompleto, la discografia di Bob Dylan è immensa e tutta da scoprire, bisogna più che altro ragionare sullo spessore del personaggio. Stiamo parlando di un artista che ha segnato e rivoluzionato la scena musicale, artistica e culturale al pari di Mozart, Listz, Stockhausen, John Cage e Charlie Parker. Bob Dylan è entrato nella cultura musicale sconquassando dogmi e stilemi, ed a tutt’oggi è la figura principale del panorama musicale americano. Al pari dei “Demoni” di Dostoevskij, Bob Dylan è una figura polifonica e sfaccettata, di cui nel tempo è rimasta solo l’incredibile grandezza.

    “Bob Dylan influenced absolutely everything”
                                                                Tom Petty

  

A proposito dell'autore

Architetto

Raffaele Rogaia nasce a luglio del 1989 in un paese minuscolo vicino Perugia. Si laurea in architettura alla Sapienza - Università di Roma. Nel 2012 fonda il sito Freemaninrealworld e più recentemente iMalpensanti.it con cui intervalla il lavoro di Architetto e le pubblicazioni scientifiche. Amante della letteratura mitteleuropèa, della pittura romanticista e dell'arte in generale. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi editore.

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