Canti tribali, lamenti d’amore, inni religiosi e mugugni di fatica.
Da sempre il canto come espressione più sincera dei sentimenti ha caratterizzato i momenti fondamentali della vita umana.

Un lungo percorso culturale, sociale ed evolutivo ha avuto come protagonista l’uomo. Bene, senza addentrarci in elucubrazioni storico-antropologiche, è innegabile che lo strumento del canto e la forza dei versi hanno avuto un importanza fondamentale in questo processo. Nei riti religiosi come nelle rivolte popolari si sono intonati canti, recitato versi e suonato inni. Dalle litanie dei Misteri eleusini, ai canti dei bluesman nelle piantagioni di cotone.

In questa serie di articoli si approfondirà una delle accezioni  più importati nella storia della musica e del canto. Le canzoni di Protesta. I mugugni, le lamentele, le speranze e la rabbia, tutte racchiuse in splendide canzoni o in veri inni del popolo.

Paolo Pietrangeli  è stato uno dei cantautori e dei artisti italiani che più hanno indagato e rappresentato il filone della canzone di protesta. Proprio in italia dove la canzone impegnata, e l’argomento politico erano assenti dalla vita musicale, avviene in quei anni una vera rivoluzione, fiancheggiata e generata dai moti studenteschi di fine anni 60′.
In questo fermento socio-culturale alcuni artisti creano dei veri e propri inni generazionali, in particolare Fausto Amodei con il gruppo dei Cantacronache, e in seguito i grandi cantautori della nostra epoca: De Andrè, Lolli e Guccini.                                          

In ambito romano Paolo Pietrangeli è stato al centro della rivoluzione culturale grazie alla creazioni di veri e propri inni generazionali.
Pietrangeli nasce a Roma nel 1945, si trova quindi nella prima maturità al centro della rivoluzione culturale degli anni sessanta. Una rivoluzione a cui parteciperà in maniera più che attiva. La composizione che più lo renderà famoso è sicuramente “Contessa” incisa con la seconda voce di Giovanna Marini. Questa canzone sarà l’inno e il sottofondo musicale dell’ambiente romano nei giorni di protesta.  Pare che Pietrangeli l’abbia scritta ispirandosi a una conversazione “intercettata”, in modo del tutto involontario, in un elegante caffè di Roma. 


Compagni dai campi e dalle officine 
prendete la falce portate il martello 
scendete giù in piazza picchiate con quello 
scendete giù in piazza affossate il sistema. 

Voi gente per bene che pace cercate 
la pace per far quello che voi volete 
ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra 
vogliamo vedervi finir sotto terra 
ma se questo è il prezzo l’abbiamo pagato 
nessuno più al mondo deve essere sfruttato.

                                                         ( Contessa, 1966 ) 

Pietrangeli è entrato ed è rimasto nella storia delle canzoni di protesta grazie ad una lunga discografia centrata sullo stesso tema. Molte delle sue composizioni hanno trovato una grande risposta popolare, i temi della sinistra italiana e del comunismo hanno trovato ampio respiro e vigore nelle liriche dell’autore romano. Canzoni come Valle Giulia, Il vestito di Rossini e Chiarezza sono entrate nell’immaginario popolare con vivida nettezza, canzoni schierate e nette, che proprio per questo giovano della sincerità e della bellezza delle cose semplici.
Pietrangeli continuerà ad imprimere alle sue attività lo stesso slancio ideale e politico degli sforzi musicali. Parallelamente all’attività musicale inizierà ad occuparsi di cinema, anche grazie al padre regista, e sarà aiuto regista con Mauro Bolognini de L’assoluto naturale (1969), con Luchino Visconti in Morte a Venezia (1971) e con Fellini in Roma (1972). Esordirà poi come regista con un documentario sul neofascismo,  Bianco e nero. Dirige nel 77′ Porci con le ali e due anni dopo esce con I giorni cantati a cui partecipa anche un mitologico Francesco Guccini.

Negli anni successivi abbandona i spunti artistici per firmare la regia di tristi programmi privati, come il Maurizio Costanzo show, attività intervallata da campagne elettorali con il partito comunista e la sinistra di Vendola. 
Nonostante il declino artistico ed ideologico del cantautore e regista romano, non si può certo dimenticare un passato politico ed artistico di grande valore e genuinità. Paolo ci ha regalato dei rari momenti di poesia e di fraternità, momenti che solo le canzoni di protesta e gli inni ci possono regalare. 
Spesso rappresentano piccole istantanee del momento più alto del dopoguerra italiano, come nel caso della splendida “Valle Giulia“, che racconta i primi scontri tra la polizia e i manifestanti della facoltà d’architettura omonima. 

Hanno impugnato i manganelli
ed han picchiato come fanno sempre loro;
ma all’improvviso è poi successo
un fatto nuovo, un fatto nuovo, un
fatto nuovo:
non siam scappati più, non siam scappati più!

                                                          ( Valle Giulia, 1966 )

 

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